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giovedì 5 febbraio 2009

La virgola


Sulla legge elettorale e oltre…

Certamente abbiamo qualche difficoltà nel rapporto con la sinistra. Dico subito che anch’io spero davvero che anche a sinistra il processo di aggregazione utile – non voto utile – continui. Per il bene della politica e dell’Italia. Ma questo è solo un auspicio perché è giusto che ciascuno sia libero di fare le proprie scelte. Credo che il principio di semplificazione politica sia stato ben illustrato durante la campagna per le politiche e quindi non torno su argomenti validi sempre, anche quando non si elegge un esecutivo. Non siamo stati capaci di svolgere, sul tema delle regole, una riflessione più ampia, più articolata, internamente al partito democratico e fuori.
Il voto del gruppo PD, che ha anticipato la votazione in aula, è stato un buon esempio di discussione e consultazione ma certamente non è stato sufficiente. Non abbiamo ben spiegato perché, a quattro mesi dal voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, vi sia stata un’accelerazione sulla riforma della legge elettorale, introducendo uno sbarramento del 4% e le preferenze. La posizione iniziale del PD – mantenere le preferenze e sbarramento al 3% - va detto – non era molto distante dalle norme introdotte con la riforma. Possiamo dire che il PD, in fondo, ha fatto un percorso molto breve rispetto alle posizioni espresse già nella trascorsa legislatura – e sulle quali vi era un “possibile” accordo anche di alcune forze della sinistra – un percorso dell’1%, dal 3 al 4% di quota di sbarramento. Il Popolo delle Libertà – rispetto alle posizioni iniziali – ha dovuto rinunciare a un “no” alle preferenze oltre che a 1 punto percentuale in senso opposto. Tutti sanno che se si vogliono riforme condivise in Parlamento e nel Paese, se si vuole evitare che, sulle regole e sulle grandi riforme strutturali, dalla Costituzione alla giustizia, ogni maggioranza faccia e disfaccia, occorrono convergenze ampie. Non inciuci. Le analisi introspettive, psicologiche e politiche che si fanno in questi giorni m’interessano poco. Per fare le riforme fondamentali per il paese serve condivisione, ed è ancora più evidente come per riforme di questo tipo servano i due partiti più grandi. Meglio forse sarebbe stato partire da una riforma della legge elettorale nazionale per arrivare poi a quella europea, ma i tempi non lo permettevano e alla fine abbiamo fatto la scelta giusta. Non abbiamo rinunciato a una piccola e breve opportunità di dialogo e abbiamo fatto una riforma insieme.

Le intercettazioni non sono il Grande Fratello

Sulle intercettazioni è in corso da alcuni giorni una polemica molto bizzarra. Il premier Berlusconi e la sua maggioranza stanno palesemente agendo per confondere le acque, sparando numeri grossolani (350.000 intercettati in Italia) e costruendo presunti “nemici pubblici” (l’agente Genchi).
In realtà lo scopo del governo è di produrre una contro-riforma che proibisca l’uso dello strumento delle intercettazioni per le indagini giudiziarie. Lo dimostrano le parole dello stesso Berlusconi quando afferma candidamente di non volere fermare le intercettazioni, ma di circoscriverle “ai casi di reato già provato, per aumentare le prove a carico”. In pratica le intercettazioni non potranno più essere utilizzate per accertare un reato, ma solo per incrementare le accuse a carico dell’imputato.
Il Partito Democratico ha presentato un ddl che include tutti i gravi reati per i quali il ddl del ministro Alfano non prevede l'uso di intercettazioni: sequestro di persona, violenza sessuale e atti sessuali con minorenni, prostituzione, rapina, estorsione, truffa ai danni dello Stato, circonvenzione di incapaci, usura, ricettazione, traffico illecito di rifiuti, associazione per delinquere, adulterazione contraffazione e commercio di sostanze alimentari, incendio e incendio boschivo, bancarotta fraudolenta.
Il ministro, poi, vuole impedire del tutto la pubblicazione dei testi delle intercettazioni. Il PD ha proposto invece che quelle irrilevanti vengano distrutte, eliminando all’origine la materia del contendere, e che tutte possano essere pubblicate solo dopo le indagini preliminari.
Inoltre, il governo vuole limitarne l’uso fino a un massimo di 45 giorni. Che un limite debba esserci, siamo tutti concordi. Ma se fosse così basso condannerebbe le intercettazioni all’inutilità. È bene ricordare che se fosse stata in vigore la riforma del centro-destra un criminale come Bernardo Provenzano sarebbe ancora latitante.

Dai primi di gennaio, le misure anticrisi del Governo australiano hanno raggiunto anche i residenti in Italia … e l’Italia?

Il decreto anticrisi del governo Berlusconi, passato con il ricorso all’undicesimo voto di fiducia in meno di dieci mesi di governo, al fine di blindare il testo evitando qualsiasi modifica, è un provvedimento che abbiamo giudicato inadeguato. 5 miliardi di euro che per il Partito Democratico sono largamente insufficienti di fronte all’entità della crisi economica in atto tanto che chiedevamo un impegno per 15 miliardi di euro, pari a un punto percentuale di Pil. Era possibile farlo, in primo luogo perché grazie alle contro-proposte del PD – volte a far muovere investimenti e a redistribuire la ricchezza, e non a incoraggiare il risparmio e a lasciare intatto lo status quo sociale - il Pil sarebbe cresciuto producendo maggiori entrate per lo Stato. Inoltre, sarebbe necessario tornare a innescare, come avvenne durante il governo Prodi, quella virtuosa lotta all’evasione tributaria del tutto abbandonata dal governo Berlusconi, accompagnando ciò con una seria battaglia contro gli sprechi della pubblica amministrazione. Il giudizio sul provvedimento era ed è quindi negativo. Ora arriva dal Governo un impegno per 40 miliardi di euro. Quanto arriverà direttamente a famiglie, pensionati e ceti sociali più deboli? E quanto arriverà, o sarà recuperato rispetto ai tagli, a favore dei residenti all’estero?
Ogni giorno ascoltiamo dichiarazioni contrastanti di esponenti dell’esecutivo e della maggioranza che propongono soluzioni protezionistiche e iniziative che allontanano qualsiasi prospettiva di coordinamento internazionale e di nuova governance economica. Non solo. Viene prospettata una rinuncia preventiva alla sfida globale in campo economico e sociale.
Il Governo australiano ha intanto introdotto misure urgenti per contrastare la crisi economica. Un pacchetto di misure introdotte a metà ottobre e scattate a dicembre del valore complessivo di 10.4 billion dollars (circa l’1.35% del PIL) e pari a circa 5.4 miliardi di euro. Accompagnate da importanti dichiarazioni del Primo Ministro Rudd, in suo articolo sul Financial Times, il quale ritiene che tutte queste misure richiederanno una cooperazione senza precedenti tra i governi. Se falliamo le conseguenze saranno serie. Se siamo all’altezza della sfida non solo ridurremo l’impatto a lungo termine della disoccupazione, ma avremo anche iniziato a sviluppare una nuova forma di governance economica che gli imperativi della globalizzazione da lungo tempo ci spingono ad adottare.
Il pacchetto di misure, annunciate dal Primo Ministro Kevin Rudd, fa parte dell’Economic Security Strategy e prevede interventi per i pensionati, per le famiglie a basso reddito, per l’acquisto della prima casa e per la creazione di 56,000 nuove opportunità di prima occupazione.
Tra le misure introdotte segnaliamo un intervento straordinario sulle pensioni, un bonus di dollari australiani $1,050 per ciascuno i componenti una coppia o di dollari australiani $1400 per il pensionato singolo – erogato anche a tanti pensionati residenti in Italia.
Un pagamento unico ai pensionati per un valore di 2.4 miliardi, 1.95 per le famiglie, 750 milioni per la prima casa e 93 milioni per 56,000 nuove opportunità occupazionali. Oltre ad accelerare l’attuazione del programma Nation Building, uno dei più impegnativi piani nazionali per la realizzazione di infrastrutture. Interventi mirati nel settore auto per 3 miliardi di euro nei prossimi 13 anni sia con finanziamenti diretti che con la riduzione al 5%, a partire dal 2010, delle tariffe.

mercoledì 29 ottobre 2008

La virgola


La grande manifestazione del 25 ottobre per “salvare l’Italia”


L’imponente manifestazione del Partito Democratico ci ha consegnato una responsabilità: continuare a svolgere con coerenza il ruolo di forza centrale dell’attuale opposizione. Una coerenza che non può venire meno nonostante l’atteggiamento del Governo e di parti della maggioranza. Non basta sostenere – a partire dal Presidente della Camera – che le legittime manifestazioni di protesta vanno ascoltate. Devono aprirsi spazi di dialogo in Parlamento. Le manifestazioni, la piazza, le proteste di questi giorni denotano un forte malessere ma dicono anche alcune cose, indicano delle alternative, propongono un percorso. Le riforme vere, quando riguardano settori importanti per il futuro del Paese come la scuola, debbono partire dall’ascolto dei soggetti interessati e garantire un quadro di modifiche il più possibile condivise per dare stabilità al settore. Che senso ha produrre cambiamenti raggiunti grazie alla logica dello scontro e quindi trasformarli in obiettivo di modifica quando l’opposizione diventerà maggioranza? E quando – soprattutto – la connotazione di base è rappresentata dai tagli? Tagli che riguardano anche gli italiani nel mondo.
Non posso nascondere l’emozione di aver visto l’enorme conca del Circo Massimo e le vie laterali strabordare di persone provenienti da tutta Italia e dall’estero. La presenza dall’estero, con lo slogan “ci tagliano la lingua”, ha aggiunto il contributo degli italiani nel mondo alla manifestazione di protesta. Sebbene non mi interessi la guerra dei numeri, trovo parecchio ridicolo che Berlusconi si dica non preoccupato dalla manifestazione ma poi cada nel più banale dei comportamenti di chi è in difficoltà: negare l’evidenza e sminuire il ruolo della protesta. Quello che più duole sentire è il disprezzo con cui gli esponenti di governo e maggioranza hanno bollato la storica manifestazione del Pd e, in generale, tutte le proteste pacifiche in corso in questi giorni nel Paese, soprattutto quelle del mondo della scuola, attaccato dai tagli del ministro Gelmini.
Occorrerebbe più rispetto verso ogni forma democratica di opposizione, senza demonizzarla o ridicolizzarla, ma al contrario vivendola come stimolo per un confronto. Lo “smemorato” Berlusconi finge di non ricordare di quando, circa due anni fa, manifestò lui a Roma contro il governo Prodi, e quest’ultimo non irrise affatto i cittadini scesi in piazza.
Al di là delle polemiche, ciò che rimane di sabato scorso sono alcuni dati di fatto: un’opposizione più unita (in piazza con noi c’era anche Di Pietro); l’apertura alle alleanze con altre forze di minoranza, parlamentari e non; la riaffermazione della leadership di Veltroni nel Pd; la fine della luna di miele tra governo e italiani (registrata dagli ultimi sondaggi che vedono un primo calo nel sostegno all’esecutivo).
Non è tutto. C’è ancora tantissimo da fare per rendere efficace un’opposizione propositiva alle politiche di un governo poco disposto all’ascolto delle forze vive del Paese. Noi ce la metteremo tutta, come il 25 ottobre ha saputo dimostrare.

Una legge elettorale per le europee troppo partitocratica

È iniziata lunedì scorso in Aula alla Camera la discussione della riforma della legge elettorale per le europee.
Mille volte si è detto che non si dovrebbero mai “cambiare le regole del gioco” poco prima delle elezioni e soprattutto senza il minimo consenso delle minoranze. Ancora una volta il Pdl ha scelto di fare da solo e procedere in maniera autoritaria. La proposta della maggioranza berlusconiana è quella di inserire uno sbarramento al 5% sul piano nazionale, di abolire le preferenze e procedere per liste di candidati bloccate, e di raddoppiare le circoscrizioni elettorali (dalle attuali 5 a 10).
Il Pd ha già annunciato un pacchetto di emendamenti per cambiare questa riforma.
In primo luogo, è nostro obiettivo ridurre lo sbarramento nazionale al 3%: va bene la semplificazione del quadro politico, ma il 5% è una soglia troppo alta e va a limitare l’espressione democratica del pluralismo, soprattutto in un Parlamento come quello europeo che non ha lo scopo di sostenere un governo con una sua maggioranza.
Inoltre, combatteremo contro la rimozione delle preferenze. Sono i cittadini e non gli apparati di partito a dover decidere chi va in Parlamento. Se la maggioranza dimostrerà ancora una volta totale chiusura proveremo a ridurre la dimensione delle circoscrizioni per dare più visibilità ai candidati collocati dalle forze politiche e per favorire il ricorso alle primarie per individuarli. Da parte nostra, il Pd si è impegnato a farle le primarie in ogni caso.
Infine, nell’ottica di una distribuzione degli incarichi rappresentativi e contro la presentazione di leader-specchietti per le allodole che si candidano per incassare voti al proprio partito e si dimettono il giorno dopo, vogliamo impedire il cumolo delle cariche (non facendo eleggere ministri, presidenti di regioni e province, sindaci di città sopra i 15mila abitanti) e le candidature multiple in più collegi elettorali.

mercoledì 17 settembre 2008

La virgola



Limitare i danni!

Il tentativo in atto non è quello di salvare Alitalia. Si sta trasferendo al settore privato, che ha le sue giuste ragioni e motivazioni economiche, tutto ciò che nell’azienda produce utili, con i capitali migliori alle condizioni migliori, inclusi i lavoratori.
Il sacrificio più grande viene richiesto proprio ai lavoratori. Ai cittadini rimarranno molti debiti ed una Compagnia Aerea Italiana – CAI – di modeste dimensioni, nazionale nelle sue aspirazioni, in difficoltà nel mondo del collegamento aereo internazionale, probabilmente non in grado di affrontare le sfide che un mercato come quello della moderna comunicazione aerea impone. La prima considerazione è che ogni ipotesi di salvare Alitalia fallì quando il mondo politico, quello economico ed i dirigenti dell’Alitalia stessa, non presero i provvedimenti seri ed immediati per modificarne il destino. Quando era ancora possibile farlo. Rincorrere le colpe del passato non è utile ma occorre non dimenticare come siamo arrivati in questa condizione. La proposta di acquisto da parte dell’Air France era percorribile. Il centro-destra ne ha fatto un uso elettorale trasformando una proposta seria, sana sotto il profilo economico e possibile anche dal punto di vista degli accordi sindacali, in una questione di identità nazionale. Non solo. È altrettanto evidente che qualcuno ha voluto portare il livello dello scontro con il mondo del lavoro fino a questo punto, per ottenere il risultato di avere un possibile capro-espiatorio, il sindacato. Il fallimento sarebbe – secondo Berlusconi – responsabilità dei sindacati. Il fallimento, invece, a mio avviso, sarà tutto del Governo.
Il Governo fallirà se non si arriverà ad una soluzione. Perché questo livello di tensione è stato raggiunto con la consapevolezza che su alcuni punti di un possibile accordo, a partire dagli esuberi, vi poteva essere uno scontro. Chi vuole lo scontro e perché? L’interesse di tutti a questo punto è arrivare ad una soluzione che eviti il fallimento. La soluzione individuata dal Governo Prodi con l’acquisto da parte di Air France sarebbe stata la soluzione giusta. Non è stato il percorso voluto da Berlusconi che ora deve impegnarsi a trovare una soluzione senza ricatti o minacce al mondo del lavoro ed a chi lo rappresenta.

La battaglia per le Europee è già iniziata

In vista delle elezioni europee, si parla di riforma elettorale. Giusta la posizione del Partito Democratico (PD), che sta diventando una posizione comune dell’opposizione, quindi anche IDV e UDC, di avere il voto di preferenza e quindi dare agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti nel Parlamento di Strasburgo. Uno sbarramento al 3% potrebbe garantire sia i teorici del diritto di rappresentanza che i sostenitori della semplificazione politica e della riduzione del numero dei partiti e gruppi.
La discussione in Parlamento sarà interessante anche perché l’opposizione promette battaglia alla proposta del Governo che prevede un sistema senza preferenza e con uno sbarramento al 5%. Quota di sbarramento utilizzata in modo strumentale nei confronti soprattutto dell’UDC per farla tornare più vicina al PDL.

Comites e Cgie: a presto il loro rinnovo, o no…!

Voci insistenti parlano di un possibile rinvio delle elezioni per il rinnovo di Comites e Cgie. La scadenza naturale dei Comites – primavera 2009 – deve invece essere rispettata per almeno due ordini di ragione. Non mi pare sia in cantiere una proposta di riforma di Comitati la cui normativa di riferimento è stata modificata nel 2003 sulla base di una proposta del Cgie. Non ho percepito sulla materia una sensibilità “nuova” da parte del Governo di centro-destra, lo stesso che produsse una riforma Comites che recepiva solo parzialmente le richieste di Cgie e Comites stessi, e neanche da parte dell’amministrazione degli Esteri.
Il secondo ordine di motivazioni è politico. Sappiamo che le proroghe indeboliscono qualsiasi livello di rappresentanza politica. Ne indeboliscono l’autorevolezza e la capacità di azione e reazione. Non solo. Le proroghe non sono mai brevi. L’esperienza ci insegna il contrario. I Comitati degli italiani all’estero vanno rinnovati alla scadenza naturale. Analogo discorso per il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE).
E la riforma del CGIE? Credo si possa iniziare a lavorarci consapevoli che il necessario incastro tra la riforma di un organismo di rappresentanza come il Consiglio e la riforma costituzionale che dovrebbe ridisegnare la rappresentanza parlamentare, sia nella qualità che – ahimè – nella quantità, richiederà comunque tempi lunghi. Una ragione in più per rinnovare alla scadenza prevista.