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giovedì 4 giugno 2009

Intervista all’On. Marco Fedi (PD) su Emigrazione Notizie


2 giugno 2009

L’ultima Assemblea Plenaria del CGIE e il recente dibattito al Senato hanno fornito elementi significativi di chiarimento rispetto all’azione del Governo e alle urgenze degli italiani all’estero. Cosa ne pensa ?

Il CGIE ha un ruolo fondamentale di rappresentanza e di interazione con il Ministero degli Affari esteri e quindi i temi che riguardano da vicino la comunità italiana. La plenaria di metà maggio ha fornito un vero autentico elemento di chiarimento: esiste oggi un divario che non ha eguali nella storia dell’emigrazione italiana nel mondo tra scelte politiche di Governo e maggioranza – contrastate dal Partito Democratico – e le esigenze reali delle nostre comunità e le opportunità, che ancora esistono, per valorizzare il patrimonio di identità, culture, lingue e collegamenti che la presenza italiana nel mondo oggi rappresenta. Esiste una visione miope del mondo degli italiani all’estero, una visione che ci vorrebbe catalogati: da un lato chi oggi conta, mondo economico e finanziario e mondo politico, in cui gli italiani si sono distinti in tutto il mondo, e mondo della tradizionale comunità, che chiede servizi e pensioni, chiede rappresentanza, chiede cittadinanza e diritti di cittadinanza. Questi due mondi, invece, non sono affatto distanti: vivono nelle abitazioni di Brisbane e Adelaide, Buenos Aires, Colonia, Toronto, New York, in cui risiedono i nostri connazionali. Sono nonni, genitori, figli e nipoti, di un mondo che non è residuale o marginale ma interconnesso. Un mondo rispetto al quale si applica il principio della meccanica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. La qualità della reazione la misureremo nei prossimi mesi e anni. Dalla discussione – quella sì assolutamente marginale – delle mozioni al Senato è arrivata la conferma che il Partito Democratico si è impegnato ed è ancora impegnato nel recupero di risorse per i capitoli delle comunità italiane all’estero, mentre maggioranza e Governo non hanno soluzioni, se non delle vere e proprie pezze, e navigano a vista. Oggi chi sente la responsabilità complessiva di questo mondo, anche se è all’opposizione, propone una riflessione. Chissà se maggioranza e governo sapranno cogliere questa opportunità di dialogo.

A suo parere quali prospettive si aprono dopo la conferma dei tagli e dopo l’esito di questa assemblea del CGIE?

Sarebbe utile ripartire da un momento di riflessione comune. Ho presentato questa proposta, prendendo atto del clima politico in cui operiamo e delle difficoltà, alcune delle quali sono reali. Ripartire da una sorta di “summit” che ci consenta di individuare alcune riforme prioritarie sulle quali lavorare, maggioranza ed opposizione. In alcune aree, sono certo, possiamo spendere meglio le poche risorse disponibili. Poi a ciascuno le proprie responsabilità. In altre parole, attorno al CGIE, dovrebbe svilupparsi una comune azione di analisi e discussione politica sulle riforme che oggi manca. Poi è necessario fare uno sforzo comune per reperire risorse sottratte a scuola, assistenza, cultura, rappresentanza.
La maggioranza ha voluto che tutti gli elementi di analisi confluissero sulla “rappresentanza”, quasi a voler dimostrare che una delle ragioni dei tagli è la qualità della nostra rappresentanza oppure per sostenere la tesi che la democrazia rappresentativa non può costarci, in proporzione, più degli investimenti che lo Stato italiano riesce a fare all’estero. Una tesi sbagliata e pericolosa. Sostengo, invece, che la rappresentanza ha un ruolo che va ben oltre gli investimenti di uno Stato e che la democrazia non può mai essere collegata a qualità o quantità di essi. Ecco perchè sarebbe utile riprendere un cammino comune che ci porti anche a rafforzare gli strumenti della rappresentanza.

Rappresentanza: Quale nesso può avere la riforma di CGIE e Comites con la più generale riforma dello Stato in senso federalista e con il fatto che i parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, come gli altri parlamentari, rappresentano la nazione senza vincolo di mandato ?

Vorrei ricordare prima di tutto che sulle riforme istituzionali il PD ha le carte in regola. Nella trascorsa legislatura abbiamo anche votato alla Camera i primi tre articoli di una proposta di riforma che istitutiva il Senato federale e riduceva il numero dei Parlamentari. La discussione si arenò prima della crisi di Governo a causa delle resistenze della Lega Nord, soprattutto sul numero dei Senatori dalle regioni del nord Italia. Oggi il Presidente del Consiglio non ha alcuna credibilità nel lanciare una sfida all’opposizione: ma forse la sfida è alla Lega Nord. E la sfida delle riforme riguarda anche la rappresentanza degli italiani all’estero. Dovremmo guardare al tema della rappresentanza con obiettività. I Comites sono strumenti utili se funzionano, per farli funzionare occorre affidare ai Comitati un ruolo di conoscenza, proposta e verifica ed un vero ruolo politico circoscrizionale. Ecco perchè un empirico ridimensionato nel numero dei Comitati nel mondo non significa assolutamente nulla mentre affidare ai Comitati uno spazio politico di rappresentanza comunitaria è l’unico modo per raffozarli. E il CGIE svolge una funzione di coordinamento “globale”. La rappresentanza parlamentare deve andare distinta da quella comunitaria. Insisto su Comites e Cgie che siano autentici interpreti delle loro comunità, oltre i partiti e le coalizioni. Il livello parlamentare, invece, non può che essere confronto tra i soggetti politici che si candidano alla guida dell’Italia e dell’italianità nel mondo. Per questa ragione sono assolutamente insignificanti e pretestuose le motivazioni secondo le quali l’attuale Governo ritiene che si confondano i ruoli di questi livelli di rappresentanza. Tutti concorrono al progetto per l’Italia nel mondo ma da responsabilità diverse. Noi non possiamo rinunciare al voto all’estero, cioè alla possibilità di esprimere il voto politico in loco. Poi vedremo le modalità, è possibile discuterne proprio nel conteso della riforma. Sostengo ancora che il modello di rappresentanza diretta con l’elezione di residenti all’estero sia “utile” ed interessante. I Parlamentari eletti all’estero rappresentano la nazione, senza vincolo di mandato, ed in questa nazione, ricordiamolo ai disattenti, ci sono anche gli italiani nel mondo che fino a ieri non avevano voce. La politica è anche dare voce a chi non l’ha!

La fase che stiamo attraversando è indubbiamente complicata dall’intensificarsi della crisi economica e sociale. L’Italia è l’unico paese europeo che ha a che fare con 8 milioni di migranti, di cui 4 milioni sono immigrati recenti provenienti per lo più dai paesi del sud del mondo e altri 4 milioni sono gli italiani all’estero diffusi in tanti altri paesi. Insieme fanno il 12-13% della popolazione. C’è un comune denominatore nel modo in cui si affrontano i temi dell’immigrazione e degli italiani all’estero ? E quale sarebbe l’approccio auspicabile e più redditizio per il paese ?

Il comune denominatore in questo momento è purtroppo l’assoluta ignoranza, nel senso che ancora oggi il nostro Paese “ignora”, cioè non conosce ancora, fenomeni come emigrazione e immigrazione che hanno rappresentanto in momenti diversi una parte di storia d’Italia. L’emigrazione, come fenomeno storico, sociale, culturale e politico, è stata ignorata e relegata in una condizione di subordine. L’Italia grande forze economica, Paese del G8, perchè dovrebbe vantarsi di aver dato al mondo tanta italianità quanta ne ha in casa, se non ammettendo che chi emigrava fuggiva dalla povertà ed oggi l’Italia del G8 non è in grado, non solo di tutelare i propri cittadini all’estero, ma anche di investire in cultura e scuola? E perchè oggi dovrebbe valorizzare il percorso inverso, quello dell’immigrazione, quando non è in grado di gestirlo? L’Italia non è l’unico paese che non comprende o gestisce bene l’immigrazione. Il popolo dei “migranti” si scontra ogni giorno con l’ignoranza, il razzismo, la xenofobia, con i pregiudizi, e con una sostanziale insufficienza di strumenti di intervento a livello internazionale e comunitario, soprattutto a livello politico.
Dobbiamo riuscire a cambiare questi elementi negativi. Occorre, si è vero, un approccio comune, globale, internazionale ed europeo, ma occorre soprattutto avere un comune denominatore nella “solidarietà”: in altre parole non può essere mai giusto “gioire” per un respingimento, anche se autorizzato dalla legge. Dobbiamo essere i primi a tutelare i più deboli, a garantire i diritti umani, a rispettare accordi e diritto internazionale. Poi, con tristezza, possiamo anche esser costretti a respingere una imbarcazione non autorizzata ma solo dopo che avremo le condizioni per garantire incolumità, analisi dello status giuridico delle persone, ed una volta che avremo accolto quella umanità che arriva sulle nostre sponde, una volta punto di arrivo e di incontro di genti diverse da noi.
Le politiche di integrazione nascono da questa consapevolezza. Che le persone – tutte – hanno un dono che è la diversità e che questo arricchisce le società aperte in cui viviamo. Le persone, di ogni razza, cultura o religione, contribuiscono a far crescere un Paese, fare in modo che possano mantenere la loro identità consente l’integrazione vera, quella che parte da una posizione di parità non di subalternità, sempre e comunque nel rispetto pieno delle leggi del Paese in cui ci si integra.
Quindi no al reato di clandestinità, no alle ronde civiche, basta con il collegamento tra “immigrazione” e “criminalità”. Occorre però consentire che vi sia un programma di immigrazione che sia calibrato per ciascun Paese e l’Italia deve ancora dotarsene, come deve ancora dotarsi di politiche e di azioni di coordinamento per rendere davvero fruibile il patrimonio di intelligenze e culture che sono rappresentate dagli italiani all’estero e dai nuovi italiani in Italia.

Società aperte o società rinchiuse in se stesse: in che direzione si uscirà dalla crisi ? La risorsa “multiculturalità” non è una delle più importanti e significative in questo tempo globale ?
Di cosa ci sarebbe bisogno per valorizzarla ?

L’uscita dalla crisi economica è una vera sfida. Non si può uscire da questa crisi rinchiudendosi, pensando che il ritorno alle tariffe o ad un mercato del lavoro chiuso o a scelte economiche e finanziarie individuali, possa aiutare a sconfiggere il male oscuro del capitalismo moderno. Abbiamo gli strumenti, conosciamo le cure ed abbiamo i medici in grado di curare il malato, un mondo finanziario senza regole o con regole troppo flessibili o con controllori incapaci di svolgere bene l’azione di controllo democratico. Rimettere al centro le persone, la capacità di produrre benessere per tutti e di investire in attività produttive. Le regole anche qui vanno riscritte insieme. La multiculturalità, la capacità di conoscere altri Paesi, altre lingue, altri mercati, ma anche la capacità in Italia di offrire prodotti sempre più avanzati anche sotto il profilo della cultura e della lingua che li presenta o li spiega, e che quindi anche all’estero trovino mercati pronti a riceverli, questo aspetto “multiculturale” è ampiamente sottovalutato in Italia.
La multiculturalità è un vantaggio, in molte società, il “multi” offre elementi di competitività inaspettati e nuovi. Per valorizzare la multiculturalità occorre comprenderne il valore prima, poi avere politiche che ne consentano l’utilizzo. L’Italia ha ancora molta strada da fare.

On. Marco Fedi

Camera dei Deputati

Segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari

Piazza San Claudio 166

00187 Roma

Tel. +39 06 67605701

Fax. +39 06 67605004

Cell. +39 334 6755167


AustraliaMobile +61 412 003 978

mfedi@bigpond.net.au

martedì 19 maggio 2009

Diario triste di una settimana davvero unica

La discussione alla Camera del disegno di legge “sicurezza” e i lavori del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, possono apparire come due eventi lontani nello spazio-tempo di una settimana davvero unica e molto triste: rappresentano invece due lati di una stessa medaglia, che si ricompongono, condannando all’incertezza due mondi che l’Italia, ancora oggi, conosce poco e valorizza ancora meno. La Camera dei Deputati ha approvato – con tre voti di fiducia – un pacchetto “sicurezza” che non ci rende più sicuri mentre condanna all’incertezza il nostro rapporto con i “nuovi italiani” di cui ha parlato il Presidente Napolitano. Una svolta negativa che produce una situazione davvero pericolosa in cui la sicurezza dei cittadini non si ottiene con maggiori risorse alle forze dell’ordine e con un loro più efficace coordinamento, ma istituendo le ronde e introducendo il reato di immigrazione clandestina. È giusto che un Ministro esulti per il respingimento in mare di “persone” non ancora identificate? Non sarebbe ragionevole lavorare per raggiungere accordi con i Paesi da cui partono le imbarcazioni della speranza, anche sulle richieste di asilo? Evitare che da quei porti prendano il largo i “mercanti di persone” e di “speranza”? E nel frattempo, in attesa che l’Unione europea si doti di una politica comune sull’immigrazione, accogliere e identificare le persone che sono intercettate? Non solo per rispondere a un richiamo dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) ma per assumerci le responsabilità che derivano dalla nostra Costituzione, dai trattati internazionali che abbiamo ratificato e dall’essere parte di una comunità di nazioni. Il clima pre-elettorale è utile alla Lega Nord per condizionare il centrodestra su posizioni ancora più estremiste. L’esultanza del Ministro Maroni per i primi respingimenti, cui hanno fatto seguito gli attacchi del Ministro La Russa all’ONU e all’alto commissario per i rifugiati, e la mediazione del Ministro Frattini dimostrano che “falchi” e “colombe” di questa maggioranza sono comunque utili a creare confusione, ad allontanare un serena riflessione sulle scelte di fondo legate all’immigrazione. Legate ai flussi regolari di immigrazione, decisi annualmente dal Governo, che purtroppo diminuiscono. Agli immigrati, che sono più esposti alla crisi economica, e pagheranno un prezzo elevato in termini socio-economici e di integrazione nella realtà di questo Paese.
Legate anche alla necessità di svolgere una valutazione sugli effetti del disegno di legge sicurezza, una volta che il Senato lo approverà e sarà legge dello Stato: perché avremo persone che oggi lavorano e assistono i nostri anziani che a tutti gli effetti commetteranno il reato di “immigrazione clandestina”.
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha svolto una plenaria in cui ha affrontato una discussione complessa. Occorreva riportare la discussione sulla strategia complessiva del nostro Paese nei confronti delle comunità italiane nel mondo e i componenti del Consiglio sono riusciti in questa operazione politica. Contrastare il teorema della residualità e marginalità oggi identificate con Comites e Cgie, organismi di rappresentanza per i quali la maggioranza ha proposto riforme che ne prevedono lo smantellamento.
Dobbiamo riaffermare – come peraltro già fatto in occasione della Conferenza mondiale dei giovani – che Comites e Cgie sono strumenti di partecipazione delle nostre comunità e che non esprimono interessi corporativi, ma rispondono invece a un’esigenza, sempre più sentita, di coordinamento, di proposta unitaria, di comprensione delle realtà in cui vivono i connazionali all’estero e di rafforzamento del livello di rappresentanza parlamentare.
Lo Stato italiano deve garantire diritti e consentire l’assolvimento di doveri: con una rete consolare e servizi efficienti, con la promozione e diffusione di lingua e cultura italiane, con la sicurezza sociale e l’assistenza, con la cooperazione internazionale.
La risposta del Governo non può essere confusa con le “necessità” di una maggioranza che oggi non riesce a vedere oltre l’immediatezza dei tagli e che confonde le riforme su temi fondamentali, come la diffusione della lingua italiana, con una discussione, che dovrebbe riguardare non solo la rappresentanza degli italiani all’estero, ma il futuro assetto di tutto il mondo della rappresentanza. Anche per gli italiani all’estero sarebbero utili, e non è troppo tardi, sia un recupero di risorse sia un sereno confronto sulle priorità. Ecco perché in questo momento le responsabilità del Governo vanno distinte dall’azione della maggioranza.

mercoledì 6 maggio 2009

Il problema vero è il reato di immigrazione clandestina

Il problema vero è il reato di immigrazione clandestina. Il PD lo sostiene da molto tempo. Dall’inserimento iniziale nel pacchetto sicurezza della previsione della reclusione. Dal momento in cui il Senato ha approvato il disegno di legge sicurezza. Fino ad oggi in cui è prevista una sanzione amministrativa.
Le modifiche apportate non sono sufficienti. Occorre cancellare il reato di immigrazione clandestina dal provvedimento, così come dobbiamo opporci alle ronde civiche ed alle altre norme che non appartengono alla nostra cultura, alla nostra civiltà e non rispondono neanche alle nostre responsabilità internazionali.
Il Governo Rudd in Australia ha introdotto modifiche importanti al proprio pacchetto “immigrazione”. Modifiche che consentono la detenzione nei centri di accoglienza degli “overstayers” solo se si tratta di criminali o se già in precedenza erano stati invitati ad allontanarsi dal Paese. Già lo scorso anno la detenzione obbligatoria era stata cancellata.
In Italia la situazione è diversa, il controllo del territorio è più complesso e gli arrivi sono numericamente superiori ma tutto ciò non deve impedirci di affrontare il problema e di trovare soluzioni – anche con gli altri Paesi dell’Unione Europea – che rimangano nella sfera della immigrazione, e non invece trasferiti sul piano della sicurezza.

lunedì 4 maggio 2009

Sicurezza: nulla si distrugge tutto si trasforma

“Questo non è il primo e non sarà, ahimè, l’ultimo, dei provvedimenti targati sicurezza a cui maggioranza e Governo stanno cercando di abituare il Paese. È possibile parlare delle norme contenute in questo provvedimento entrando unicamente nel merito delle stesse ed eliminando ogni considerazione di carattere etico, morale, valoriale? “Non è possibile, poiché dobbiamo affermare – oggi, con chiarezza, da questa parte politica – che in un frenetico scomporre e ricomporre le norme, in questo provvedimento ancora prevalgono logiche che sono distanti da una visione del mondo che avvicini le distanze, le culture, le lingue, le religioni, che punti all’integrazione dei migranti, che favorisca una nuova cultura dell’accoglienza”. “Perché su questi temi si misurano oggi nel mondo – non solo in Italia – le capacità del nostro sistema globale, fatto prevalentemente di interessi economici, di rispondere anche alle aspirazioni di vita di una umanità in movimento. Lo ha raccontato bene la storia dell’emigrazione italiana nel mondo. Essa è stata capace di rendere il meglio, in termini di integrazione economica, sociale e culturale quando ha incontrato politiche di integrazione. Nei momenti di razzismo e di xenofobia, che nascevano da politiche discriminatorie e da crisi economiche, le nostre comunità nel mondo hanno subito le contraddizioni di sistemi economici che – quando in crisi – penalizzavano sempre i più deboli, cioè i migranti. Quando in crescita non riconoscevano a sufficienza l’apporto degli immigrati. Di sistemi sociali e culturali che – quando in crisi – confondevano i temi della sicurezza e dell’immigrazione. “Di sistemi che quando in crisi – come sta avvenendo in tanti Paesi – riducono i flussi migratori, limitano l’accesso a tanti diritti, introducono inutili balzelli” – ha rilevato l’On. Marco Fedi in concomitanza con la discussione generale sul disegno di legge "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica" (approvato dal Senato) (A.C. 2180-A).

“In questi mesi abbiamo avuto norme stralciate dal decreto sicurezza e inserite in questo disegno di legge, come la norma sulle associazioni di cittadini o ronde civiche”. “Abbiamo avuto norme eliminate dal disegno di legge, come quelle che imponevano ai medici la denuncia degli immigrati non in regola con il permesso di soggiorno”. “Abbiamo avuto norme che prevedevano il reato di immigrazione clandestina, poi modificate”. “Abbiamo avuto norme bocciate nel decreto sicurezza e riapparse nel disegno di legge, come quella che prolungava il periodo di detenzione nei centri di accoglienza”. “Rimane una grande questione aperta, politica, ma anche intrinsecamente legata al nostro sistema di valori: è ragionevole pensare di intervenire con un singolo provvedimento su questi temi?”. “Misure per contrastare l’immigrazione clandestina, con norme di carattere amministrativo che introducono balzelli per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno”. “Misure per contrastare la criminalità, confuse con norme per allungare i tempi di permanenza nei centri di detenzione”. “Non è solo una questione di metodo”.
“È una questione politica”. “L’emergenza che la maggioranza evoca ogni giorno confonde materie tra loro diverse, confonde cause ed effetti, dati reali e fatti di cronaca”. “Soprattutto, e questo è il danno più grave, allontana la possibilità di un autentico e mirato dibattito sui contenuti che andrebbero discussi con maggiore serenità, senza vincoli di emergenza ed ancorando la discussione a punti fermi del nostro panorama politico” – ha concluso l’On. Fedi.

mercoledì 1 aprile 2009

FEDI (PD) INTERVIENE ALLA CAMERA: “NO AL DECRETO SICUREZZA”

“Il nostro no a questo decreto – ha spiegato l'On. Fedi (PD), intervenendo il 30 marzo alla Camera dei Deputati per motivare il voto contrario al dl sicurezza – è legato a valutazioni di merito e a una valutazione politica sull’insieme delle norme presentate in materia di sicurezza. Non è un no – ha continuato l'On. Fedi – alle norme contro la violenza sessuale, o contro gli atti persecutori, su cui stavamo lavorando per avere maggiore severità, per la repressione, per avere servizi e informazione per i cittadini e per le vittime. Non è un no al Parlamento che avrebbe potuto approvare una legge su questi temi con rapidità e razionalità di materia. È un no all’arroganza di una maggioranza che condanna se stessa alla solitudine. Perché il Paese non vi seguirà più sulla strada dell’emergenza, nel vicolo cieco della xenofobia e della riduzione delle libertà civili”, è stata la conclusione del discorso del parlamentare eletto all'estero.
L'On. Fedi aveva iniziato il suo intervento a partire dalla parole di Berlusconi sulla libertà, pronunciate durante il congresso del partito del premier, osservando tuttavia che “per questa maggioranza 'libertà' significa abbassare l’asticella su tutte le regole, militarizzare il territorio e le nostre città mentre si riducono le risorse per l’unica vera lotta alla criminalità, quella condotta dalle Forze dell’ordine, criminalizzare i diversi, gli immigrati e le minoranze, allontanando i processi d’integrazione. Per questa maggioranza libertà significa limitare il diritto di professare la propria religione – spesso sono state evocate e proposte norme restrittive in tal senso”.
“Avete proposto – ha continuato l'On. Fedi – il permesso di soggiorno a punti e l’introduzione di un esorbitante costo amministrativo per il suo rilascio e rinnovo. Il reato di clandestinità, che rischia di aggravare la situazione, senza dare risposta alle motivazioni che portano l’immigrazione irregolare nel nostro Paese: una risposta che richiede coordinamento a livello Europeo e il giusto equilibrio tra i temi della sicurezza e quelli dell’immigrazione”.
Il parlamentare eletto all'estero ha continuato il suo intervento ricordando “le impronte digitali ai bambini Rom e le classi separate per i figli degli immigrati. Questo è stato il modello di libertà e di integrazione che ci ha proposto la maggioranza! Non mi ha sorpreso – continua l'On. Fedi – che Parlamentari del PdL abbiano sentito il bisogno di esprimere chiaramente la loro preoccupazione per una serie di proposte che mettono in discussione valori e principi ben radicati nella nostra Costituzione”.
L'On. Fedi ha spiegato che le soluzioni proposte “oltre a chiari profili di incostituzionalità, confondono materie tra loro diverse, confondono cause ed effetti, dati reali e fatti di cronaca”. Ciò è da attribuirsi al fatto che il Governo e la maggioranza evocano ogni giorno “l'emergenza non solo nella comunicazione mediatica e nell’azione politica, ma anche negli atti Parlamentari”, con “conseguenze molto negative sulla capacità del nostro Paese di affrontare con razionalità le sfide che abbiamo davanti”.
Il deputato del PD ha quindi lamentato la “delegittimazione del Parlamento”, tramite l'ennesimo provvedimento di urgenza qual è il decreto, su un tema delicato come quello del “contrasto alla violenza sessuale e agli atti persecutori”, ed in particolare sullo stalking. Argomenti sui quali anche l'opposizione si era dimostrata convergente con la maggioranza, esigendo più attenzione ai “centri di assistenza, informazione, formazione del personale, mezzi e risorse per le forze dell’ordine a cui affidare la repressione, la lotta e la prevenzione di questi reati”.
Molti gli accenni nel discorso del parlamentare eletto all'estero alle ronde, ritenute sbagliate perché “rappresentano una pericolosa delega ai privati della gestione di un pezzo di sicurezza pubblica, il primo passo per la legalizzazione della giustizia fai-da-te”. Inoltre, il loro inquadramento normativo all'interno del DL risulta – secondo l'On. Fedi – molto spesso in contraddizione con il dettato costituzionale. Infine, esse presentano vari problemi di natura concreta: il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata, la strumentalità dell'apertura concessa ai finanziamenti privati, e la sovrapposizione con l'operato delle forze dell'ordine. A queste ultime, invece sono stati tagliati i fondi per il 2009, ha notato polemicamente il deputato del PD.
“Ecco perché la scelta delle ronde è sbagliata: illudere i cittadini che il controllo del territorio possa essere gestito da loro formazioni, è offensivo”. “I sindacati di polizia in primo luogo, ma i cittadini di ogni ordine e grado vi dicono che le ronde non aumentano neanche la percezione della sicurezza, eppure insistete”. “All’estero l’Italia è sempre più guardata, anche da chi vorrebbe visitarla solo per turismo, come un Paese ben strano, nel mezzo di un’emergenza che non c’è, fomentata dal Governo” – ha concluso l’On. Fedi.

giovedì 12 marzo 2009

Il PD: all’estero siamo ancora vincenti!

Non è facile affrontare il popolo dei democratici che all’estero ha sostenuto la scelta del Partito Democratico. Sono amareggiati dal calo di consensi registrato nelle ultime consultazioni elettorali. Sono preoccupati dai sondaggi che danno il PD in ulteriore discesa alle prossime europee. Sono preoccupati dalla lentezza con la quale stiamo costruendo il partito democratico e perplessi dall’incapacità di uscire dal tunnel dell’emergenza nel quale la politica del centro-destra ha trascinato il Paese. Ma non sono delusi. Continuano a credere nel PD, si sentono rappresentati dal lavoro del segretario Franceschini e percepiscono nuovamente tutti gli elementi positivi di una “sfida aperta” fino al congresso d’autunno.
Sono davvero convinti della scelta fatta. Una scelta che non è maturata nel vuoto. Alla costruzione del Partito Democratico hanno dedicato passione, energie e idee centinaia di migliaia di donne e uomini, in Italia e nel mondo. Sono stati in molti a ripeterlo, durante la serie di incontri tenutisi a Melbourne.
Il tesseramento continua con risultati positivi, sia a Melbourne che a Sydney che nelle altre capitali australiane. La data delle primarie – tra maggio e giugno 2009 – sarà concordata nelle prossime settimane: un election day per i circoli PD d’Australia.
Cresce la voglia di impegnarsi, di fare arrivare la voce di protesta contro le scelte del Governo. Sulla politica per le comunità italiane nel mondo, fino ad oggi caratterizzata dalla mancanza di proposta della maggioranza e da meno servizi, meno risorse, meno democrazia. Sulle logiche dell’emergenza che alimentano ancora il dibattito sulla sicurezza, relegandovi la discussione sull’immigrazione e sulle politiche d’integrazione. Sulle ronde cittadine che affiancano la presenza militare e che – insieme – contribuiscono ad aggravare il lavoro delle forze dell’ordine e a rendere le città italiane, di fatto, meno sicure. Maggioranza disattenta anche sulle scelte per fronteggiare la crisi – che hanno escluso i residenti all’estero – a fronte di un “bonus” che invece l’Australia ha corrisposto anche ai residenti in Italia. Una maggioranza che non risponde alla crisi economica e sociale. A un Governo Berlusconi che, mentre si accinge ad accorpare elezioni europee e amministrative, tiene fuori il referendum popolare sulla materia elettorale, che pure dovrà svolgersi, nonostante il risparmio economico e l’ovvia coincidenza elettorale. E non prende impegni per approvare una nuova legge elettorale nazionale che eviti lo svolgersi del referendum stesso. Governo e maggioranza che vorrebbero riformare le regole del confronto parlamentare non per rendere più efficace l’azione del Parlamento, attraverso un migliore funzionamento delle Commissioni, ma per ridurre il ruolo del Parlamento a sede di “ratifica” dei decreti del Governo. Comprende Berlusconi che un sistema dove votino i capigruppo richiede un rapporto tra maggioranza e opposizioni – nel costruire le proprie posizioni e i propri emendamenti sui provvedimenti – che oggi, a causa dell’atteggiamento della maggioranza, non esiste? Esistono solo le battute del Presidente del Consiglio, neanche molto divertenti. Se la maggioranza volesse aprire anche un confronto su una “nuova cultura parlamentare” nel nostro Paese, promuovendo una nuova dimensione nei rapporti con l’opposizione, fatta di rispetto e ascolto, sarebbe doveroso mostrare interesse. Ma non è questo di cui si sta parlando.
Le nostre comunità sono particolarmente interessate ai cambiamenti che avvengono in Italia. E gli iscritti al PD chiedono momenti di confronto su questi temi anche all’estero. Propongono le giornate del PD all’estero per riprendere il filo della discussione avviata con le primarie, continuata con le elezioni politiche e la costruzione del PD all’estero. La nostra gente ci ricorda che la rete consolare è lo strumento di servizio per le comunità all’estero, deve essere dotata di risorse, personale e moderne tecnologie adeguati e in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini italiani. Vergognoso parlarne in toni diversi, come se i cittadini italiani all’estero non avessero eguali diritti e doveri davanti alla nostra Costituzione. Impegni per la cittadinanza ci chiedono i democratici d’Australia, per riaprire i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana ma non perdere l’attenzione nei confronti degli immigrati. La grande ricchezza di lavoro, esperienza di vita, lingua e cultura che l’immigrazione porta nel nostro Paese. Riconoscere questi elementi significa valorizzare anche l’esperienza dell’emigrazione.
Il PD ritiene fondamentale anche rafforzare i livelli di rappresentanza – dai Comites, al CGIE, alla presenza nel Parlamento della Repubblica. La loro riforma non può essere un esercizio di potere, percepito con distanza dalle comunità, legato a interessi diversi dalle necessità comunitarie, svincolato da qualsiasi momento di dialogo e consultazione, tendente a ridurre gli spazi di democrazia e di confronto. Possiamo anche avere coraggio e fare riforme ampie e “rivoluzionarie” ma non possiamo nascondere le responsabilità del Governo né nasconderci dietro false prospettive per il futuro. Per “rifondare” un senso di comunità, d’investimento, di partecipazione e protagonismo in questo settore, occorre avere idee, impegno e vero coraggio politico nell’ascolto. Un percorso di riforma con queste caratteristiche interessa il PD Australia.

venerdì 14 novembre 2008


Perché reprimere le potenzialità dell’immigrazione regolare?

E’ in discussione in queste ore al Senato il ddl “Sicurezza” approvato mercoledì scorso in Commissione Sicurezza e Affari Costituzionali alla Camera. Rispetto al già restrittivo disegno di legge 733, si aggiungono ora una serie di emendamenti, prevalentemente leghisti, che contengono propositi a dir poco xenofobi e che ci auguriamo – se c’è ancora qualche persona responsabile nella maggioranza – non vengano approvati. Facciamo alcuni esempi.
Si conferiscono maggiori poteri agli Enti locali per “avvalersi di associazioni di cittadini per segnalare eventi a danno della sicurezza e cooperare al presidio del territorio”: in altre parole, si legittimano le ronde padane e simili, prefigurando un futuro nel quale esse saranno tranquille anche se agiranno abusi contro i presunti individui pericolosi. Magari verranno anche finanziate da qualche Comune, indebolendo tra l’altro il ruolo dei corpi preposti alla pubblica sicurezza.
Si propone di denunciare i senzacasa in un apposito registro a cura del Viminale. Di espellere entro 5 giorni e con una multa fino a 10mila euro (come la pagheranno?) i clandestini. I quali non potranno neanche sposarsi, secondo un emendamento che vuole vietare i matrimoni a chi non ha il permesso di soggiorno. Quest’ultimo a sua volta diventerà più difficile da ottenere sia in termini di burocrazia (soprattutto garanzie sul domicilio e severi test di lingua, anche per gli studenti) che di costi (tra tutte le pratiche si arriva a circa 200 euro).
I campi rom – chiede un altro emendamento - saranno ospitati dai Comuni solo dopo un referendum cittadino: è facile immaginare, con tutta la disinformazione sul tema che ci è valsa un richiamo ufficiale dell’Europa, che nessuno accoglierà neanche nella peggiore periferia questi campi, in un rimpallo continuo di responsabilità. Ma soprattutto: quale Comune vorrà spendere soldi per fare un referendum sul tema?
La Lega Nord ha poi dato il peggio presentando emendamenti come i seguenti, che si commentano da soli. Blocco dei flussi di ingresso per 2 anni. Pagamento delle prestazioni sanitarie pubbliche (quindi anche l'accesso al pronto soccorso) per gli immigrati irregolari. Per i medici obbligo di segnalazione degli irregolari. Per accedere agli alloggi pubblici, cioè alle case popolari, occorrano almeno 10 anni di residenza in Italia. E, ancora, la proposta di stop ai ricongiungimenti familiari per procura e il divieto di girare nei luoghi pubblici a volto coperto in modo che la persona sia sempre riconoscibile (su questo il Carroccio chiede che venga applicata in maniera più rigorosa la norma già esistente).
Viene proposto infine anche il permesso di soggiorno a punti, del quale avevo già parlato con amarezza. “Contestualmente alla presentazione della domanda per il permesso di soggiorno”, dice il testo, bisogna sottoscrivere un “accordo di integrazione articolato per crediti”, il quale prevede il certificato di conoscenza dell’italiano, l’adesione alla “Carta dei valori della cittadinanza italiana”, le “conoscenze basilari del sistema giuridico”, l’attestato di frequenza ad un corso di “integrazione sociale e culturale”, e la dimostrazione di “un livello adeguato di partecipazione economica e sociale alla vita della comunità”. Insomma, una specie di patente a punti, decurtabili a chi commette illeciti amministrativi (come le multe) o tributari (come le tasse).
Quello dell’integrazione diventa sempre più un percorso a ostacoli, figlio di un contesto culturale in cui lo straniero è un diverso da allontanare dalla vista, ma che va bene finché bada ai nostri anziani o coltiva i nostri campi clandestinamente.
Reprimere le potenzialità dell’immigrazione regolare è un errore. Il PdL dovrebbe riflettere sulle ragioni politiche che spingono la Lega ad elevare l’asticella su questi temi in questo momento. Dopo il trattato di Lisbona, immigrati e politiche d‘integrazione si trasformeranno in merce di scambio per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea? Scelta questa importante, che sostengo, ma che deve essere autentico atto di politica internazionale.
Mentre gli Usa eleggono presidente un cittadino multietnico come Obama, noi reprimiamo le potenzialità dell’immigrazione regolare. Non possiamo continuare su questa strada, lo credo fermamente. Per questo ho presentato una proposta di legge in controtendenza, volta a istituire il Consiglio nazionale per l’Integrazione e la Multiculturalità. Un organismo che promuova, coordini e monitori le politiche dell’integrazione sociale e culturale degli immigrati in Italia, sia a livello periferico che centrale, attraverso il contributo plurale di operatori del settore, organizzazioni di immigrati, associazioni delle categorie produttive e pubblica amministrazione. Visti i tempi la strada sarà dura, ma potrebbe diventare anche una partecipata battaglia di civiltà.


La maggioranza boccia tutti gli emendamenti del PD e… ritira l’unico emendamento sui carichi di famiglia

Davvero l’avremmo votato l’emendamento presentato dai deputati eletti all’estero del PdL. Avremmo aggiunto la nostra firma ed avremmo potuto votarlo insieme. Le cose sono andate in modo diverso. Dopo aver bocciato tutti gli emendamenti presentati dal PD su scuola, assistenza, Comites, CGIE, cultura, la maggioranza ha ritirato l’unico emendamento concernente le detrazioni per carichi di famiglia che avrebbe esteso questa detrazione per chi risiede all’estero e produce reddito soggetto ad imposizione fiscale in Italia. Avremmo dimostrato per una volta un atteggiamento bipartisan su un tema importante per chi vive all’estero, nonostante la nostra richiesta di rendere permanente questa detrazione per i residenti all’estero attraverso la presentazione di un emendamento dichiarato inammissibile per carenza di copertura finanziaria. Il Governo ha assunto un generico impegno a risolvere – ma non sappiamo in che modo – la questione delle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero. Di impegni questo Governo ne ha assunti tanti e su tanti temi, anche in questa finanziaria. Il Governo ha già accolto numerosi ordini del giorno su questo aspetto specifico ed ancora non accade nulla. Nel frattempo la scadenza del 2009 si avvicina – ricordiamo infatti che le detrazioni per carichi di famiglia, introdotte dal Governo Prodi anche per i residenti all’estero, furono introdotte per il triennio 2007-2009.

mercoledì 7 novembre 2007

"Strumentali le accuse a Veltroni sugli italiani all'estero"

Il centrodestra, insoddisfatto dal proprio vano ostruzionismo parlamentare tutto giocato sull’attesa di una spallata che non arriva, è passato ormai al ricorso alla strumentalizzazione opportunistica di qualsiasi dichiarazione di esponenti politici della maggioranza.
L’ultimo esempio è l’abuso delle parole pronunciate dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni ieri sera nel corso della trasmissione televisiva “Ballarò”. Veltroni è accusato di aver inguiriato tutti gli italiani all’estero paragonandoli ad Al Capone. Nulla di più falso, come un attento ascolto delle sue frasi può dimostrare.
L’atteggiamento dell’opposizione è irresponsabile. In un momento così delicato, bisognerebbe al contrario lavorare tutti insieme per potenziare le misure volte alla sicurezza dei cittadini e all’integrazione degli immigrati. Sicurezza e integrazione sono infatti due problemi strettamente correlati. Non c’è serenità nell’ordine pubblico senza la dovuta integrazione sociale dei soggetti a rischio di marginalità, come non esiste inserimento possibile senza adeguate garanzie di legalità.
Per questo sono d’accordo con Veltroni quando dice che non si può criminalizzare un’intera comunità etnica per singoli episodi, ma che quegli stessi episodi vanno perseguiti selettivamente. Del resto –strano che gli esponenti del centrodestra lo dimentichino! - ciò è quanto abbiamo sempre affermato noi italiani emigrati all’estero, ingiustamente vittime di reazioni xenofobe e razziste per delle colpe di singoli nostri connazionali, magari legati alla criminalità organizzata. La nostra esperienza ha dimostrato che la posizione degli italiani nel mondo è oggi cambiata proprio grazie al connubio virtuoso di sicurezza e integrazione che i Paesi che ci hanno accolto hanno saputo nel tempo assicurare. E questa è la strada che anche l’Italia deve sapere imboccare.

Roma, 7 novembre 2007