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mercoledì 28 aprile 2010

Lavorare insieme per riforme settore informazione

I lavori congressuali della Fusie, Federazione Unitaria della Stampa Italiana all'Estero, ci hanno consentito di svolgere, in un difficile momento politico, una riflessione complessiva sulle comunità italiane nel mondo. Abbiamo ringraziato i dirigenti uscenti e formulato i nostri auguri ai nuovi, che si accingono a caricarsi di responsabilità e lavoro. Abbiamo salutato e ringraziato la rete all'estero di quotidiani, riviste, periodici e giornali che ogni giorno raccontano l'Italia, nobilitandone l'immagine, dando un senso compiuto alle cose che avvengono in questo nostro Paese, dando un filo logico a ciò che spesso appare - ahimè con qualche ragione - illogico, irrazionale, distante dai problemi veri della gente. Un'Italia quasi irreale, come quella che emerge dalla diatriba interna al partito del popolo della libertà.
Un'Italia distante dalle collettivita' italiane nel mondo, un Governo ed una maggioranza che si rivelano, ogni giorno, nelle azioni concrete, nelle scelte politiche, anti-immigrati, anti-migranti, anti-italiani nel mondo". Dichiara Marco Fedi (Pd), segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari alla Camera dei Deputati. "Abbiamo ancora tanta strada da fare sul terreno della conoscenza e della comprensione delle realtà degli italiani nel mondo. Non si tratta solo di conoscere ma anche di valorizzare. Le responsabilità di una classe politica e dirigente che ha dato risposte tardive, qualche volta sbagliate, non possono essere piu' nascoste. Il Prof. De Rita ricordava tre Conferenze dell'emigrazione e la delusione rappresentata dal voto: ricordo che dalle tre conferenze, in particolare dall'ultima, o meglio dalla prima per gli italiani nel mondo, ci sono arrivate proposte ed indicazioni e percorsi di riforma, tutti disattesi. Sul voto - desidero ricordarlo - nessuno, ma dico proprio nessuno, ha mai nutrito illusioni.
Non poteva rappresentare la risposta a tutto! Ed oggi viviamo una condizione in cui non solo non riusciamo a far partire le riforme ma abbiamo difficoltà a presentare una credibile proposta alternativa. Il Governo ci consegna l'ennesima proroga di Comites e Cgie nel mezzo di una crisi politica, interna alla maggioranza, dagli sbocchi incerti. Governo e maggioranza, dalle detrazioni fiscali per carichi di famiglia all'esonero ICI, dai diritti sindacali agli investimenti per le comunità nel mondo, disattendono impegni e non presentano proposte. Mai prima d'ora abbiamo attraversato una situazione in cui l'immagine del nostro Paese all'estero soffre contemporaneamente a causa dello scarso profilo internazionale, delle divisioni interne alla maggioranza, delle posizioni espresse dalla Lega Nord e in conseguenza dei tagli agli investimenti per gli italiani nel mondo. E le opposizioni stentano - lo dico da uomo di parte, da parlamentare PD - a dare centralità ai temi degli italiani all'estero nella loro azione di contrasto alle scelte, a volte folli, di questa maggioranza. In che misura è possibile oggi recuperare terreno su questi temi, ridando centralità, nella storia politica di questo Paese, agli italiani nel mondo? Abbiamo oggi un Governo ed una maggioranza che - dalla scuola all'assistenza, dai diritti di cittadinanza ai diritti civili e politici, inclusa la rappresentanza - non presentano un progetto di riforma, una visione nuova sulla quale confrontarsi, ma semplicemente l'alienazione dell'esistente, l'indebolimento della rete di collegamento creata in molti anni di lavoro e di presenza organizzata nel mondo, la riduzione graduale ma inesorabile delle risorse, l'idea di una cittadinanza subalterna, inferiore, di secondo grado, dei cittadini italiani residenti all'estero.
Sono convinto che anche la vera e propria discriminazione subita dai quotidiani e dai periodici di
lingua italiana nel mondo - ai quali sono stati dimezzati i fondi - sia figlia di questa visione miope e irrazionale del Governo. Credo sia giusto far tornare ad agire, parlare e proporre soluzioni nuove le organizzazioni che rappresentano il meglio della nostra storia. Credo sia sacrosanto lavorare insieme per le riforme, anche nel settore dell'informazione.
Credo che il dovere dei partiti politici sia quello di ascoltare. Il Partito Democratico, sulla base delle considerazioni e delle proposte che insieme faremo, deve assumere l'impegno di trasformare questo ascolto in azioneparlamentare e in proposte di legge.

Fedi (Pd): Il vuoto che avanza …

Sono poche le occasioni nella vita di un organismo di rappresentanza come il CGIE in cui le parole pronunciate, i documenti approvati, le proposte presentate, assumono un significato storico oltre che politico.
Abbiamo davanti a noi un’azione governativa senza precedenti, tesa a demolire i pilastri democratici della rappresentanza, a ridurre gli investimenti per gli italiani nel mondo, a derubricare dall’agenda politica italiana tutti i temi concernenti gli italiani all’estero e a limitare fortemente l’applicazione dei diritti di cittadinanza.
L’azione risponde a un disegno politico, a un progetto, a una visione nuova dei rapporti con le comunità degli italiani nel mondo oppure è semplicemente dettata dagli eventi, dalle circostanze, dalle mille possibili giustificazioni – che siano ieri la riforma di Comites e Cgie e i fondi per l’assistenza e la scuola e oggi la riforma della legge che consente l’esercizio in loco del diritto di voto?
Credo sia vano tentare di darsi una risposta. In mancanza di un’idea nuova su cosa siamo e dove andiamo, il rischio è che avanzi il vuoto, che perdano terreno le logiche del “fare”, che uniscono, e abbiano il sopravvento le polemiche. Positivo che il Cgie, a questo proposito, sia apparso unito e solidale. Sarebbe bello se si ammettessero gli errori, evitando di sovrapporli. Avremmo oggi Comites e Cgie rinnovati, pronti a un percorso di riforma che – con o senza le note vicende legate al voto all’estero – avrebbe richiesto il naturale e logico collegamento con le proposte di riforma costituzionale e con la legge ordinaria che regola il voto. Avremmo avuto interlocutori pronti ad affrontare un dibattito intenso che comunque non poteva, e non può prescindere, da una esame attento di tutto il sistema della rappresentanza.
Un sistema che ha raggiunto completezza e il suo punto di equilibrio con il contingente eletto nella circoscrizione estero; equilibrio che rischiamo di perdere se si interviene sottraendo tasselli al sistema della rappresentanza o peggio limitando la qualità della sua espressione democratica.
È in corso un tentativo di delegittimare sia i parlamentari eletti all’estero che i Comites e il CGIE. Questa consapevolezza dovrebbe indurci a trovare spazi di dialogo per mettere in campo un’azione riformatrice condivisa. La proroga di altri due anni ci porta fuori da spazi dialettici necessari per condividere le riforme.
Riforme che devono partire da Comites e Cgie con un forte ruolo politico a livello territoriale e generale, non solo di collegamento e raccordo ma di confronto e analisi; il Cgie come luogo dell’incontro di esperienze, idee e proposte che trovano l’attenzione e l’ascolto di Governo e Parlamento.
Dobbiamo chiedere al Governo un atto di coraggio verso il dialogo, il rinnovo di Comites e Cgie e il lavoro comune per le riforme.

martedì 2 febbraio 2010

FEDI (PD): Dopo oltre 12 mesi la destra è d’accordo con noi: meglio tardi che mai!

Credo utile ricordare che nella discussione sulla finanziaria per il 2009 il gruppo del PD alla Camera chiese che le elezioni per il rinnovo di Comites e Cgie si svolgessero alla scadenza prevista e cioè nel 2009. Dicemmo che la riforma di Comites e Cgie andava affrontata dopo le riforme istituzionali, consultando i Comites e il Cgie, e che nel frattempo gli organismi di rappresentanza andavano rinnovati. Oggi una parte del centrodestra sostiene pubblicamente la stessa tesi. Meglio tardi che mai!

Anche se nel frattempo maggioranza e Governo – ricorda l’On. Marco Fedi – hanno imposto il rinvio, a mezzo proroga, delle elezioni e soprattutto un progetto di riforma di Comites e Cgie che non soddisfa nessuno. Sarebbe stato utile acquisire agli atti parlamentari questa visione del centrodestra: il problema è che il centrodestra in aula votò per la proroga degli organismi di rappresentanza e non vi furono voci che chiedessero il rinnovo dei Comites.

La posizione dei parlamentari del PD alla Camera è stata sempre coerente. Oggi dobbiamo tutti affrontare a viso aperto – con la stessa coerenza – un iter parlamentare che è stato imposto al Senato dalla maggioranza e che trova il sostegno del Governo.

Con la stessa coerenza dobbiamo affrontarlo.

1 febbraio 2010

mercoledì 16 dicembre 2009

FEDI (PD): Il testo unificato sulla cittadinanza non raccoglie i contenuti della proposta Sarubbi-Granata e dei deputati eletti all’estero

“Il testo unificato di riforma della legge 91/92 sulla cittadinanza che sta emergendo dai lavori della Commissione affari costituzionali non raccoglie i contenuti delle proposte di legge avanzate dagli eletti all’estero ed è profondamente diverso dal testo Sarubbi-Granata sul quale avevamo riposto molte speranze” – ha dichiarato l’On. Marco Fedi.
“Non solo perché la proposta Sarubbi-Granata raccoglieva gli elementi più importanti per gli italiani all’estero – cioè la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana e il superamento della discriminazione nei confronti delle donne – ma per gli elementi innovativi relativamente ai “nuovi italiani” per i quali si sarebbe dovuto aprire un percorso abbreviato”.
“La proposta che emerge è priva di riferimenti per gli italiani nel mondo e propone, invece, per gli immigrati un vero e proprio percorso a ostacoli nel processo di naturalizzazione che, comunque, rimane complessivamente immutato nella sua lunghezza, cioè 10 anni” – ha sottolineato l’On. Marco Fedi.

martedì 15 dicembre 2009

Deputati PD eletti all’estero: gravissimo atto di violenza che va condannato senza mezzi termini

I deputati PD eletti all’estero ritengono di gravità inaudita l’aggressione al Presidente del Consiglio e condannano senza mezzi termini l’atto di violenza perpetrato nei suoi confronti.
Nulla può giustificare un gesto di violenza ai danni di un qualsiasi cittadino, né lo scontro politico, i cui toni purtroppo sono da tempo troppo elevati, né tantomeno l’agire di una persona disagiata.
Esprimiamo la nostra solidarietà al Presidente Berlusconi e gli auguriamo una pronta guarigione.


Marco Fedi, Gino Bucchino, Franco Narducci, Fabio Porta, Gianni Farina, Laura Garavini

giovedì 15 gennaio 2009

La virgola

Cessate il fuoco subito, per riprendere il percorso di Pace con al primo posto la sicurezza di Israele
“Cessate il fuoco per permettere l'accesso degli aiuti umanitari, lotta al terrorismo per la sicurezza di Israele, sostegno, dialogo e legittimazione dello forze arabe moderate e invio di una forza di interposizione internazionale sul modello di quanto sperimentato e successo in Libano”, sono queste le proposte emerse dal convegno organizzato dal Partito Democratico. Un chiaro invito al dialogo per riprendere il cammino verso una pace troppo spesso sembrata a “portata di mano” e poi scippata dal terrore. Ho voluto rassicurare il Presidente del Comites d’Israele e tutti i suoi componenti circa la mia posizione sulla questione della Pace in Medio Oriente e della sicurezza dello Stato di Israele, temi che sono al centro delle mie preoccupazioni e dell’azione di politica estera di tutto il Partito Democratico, a partire dal suo segretario Walter Veltroni e dal suo ministro-ombra degli Esteri Piero Fassino. La tregua tra le parti è l’unica strada per rimettere in cammino il percorso arduo ma inevitabile della Pace, isolando le posizioni degli elementi più estremi ed evitando spargimenti di sangue innocente. Il recente appello alla Pace ci unisce ad un coro di “umanità” che vorrebbe che il dialogo riprenda subito, dopo che si cessi ogni ostilità. Al Presidente ed ai membri del Comites Israele ho ricordato che nei giorni in cui il Sen. Randazzo ed io portammo loro la nostra prima visita – esperienza che vorremmo ripetere – nei nostri colloqui ed incontri, affrontammo più volte i temi medio orientali, sia come questioni di politica estera, quindi concernenti il ruolo dell’Italia e dell’UE nei confronti dello Stato d’Israele e dell’ANP – nel mezzo di una crisi che riguardava il Libano – sia come questione che atteneva ed attiene alla vita della nostra gente, della nostra comunità. Abbiamo capito molto dalle cose che gli italiani in Israele ci hanno detto e raccontato e non abbiamo perso la fiducia verso un processo di Pace che deve prevedere, al primo posto, la sicurezza di Israele. Capisco che quando una tregua viene interrotta da altri, da chi non vuole la Pace, si possa pensare che non vi sarà mai sicurezza per nessuno. Ma è un sentimento che non porta ad una soluzione. Ascoltare la parte di Palestina che chiede la Pace e vuole la Pace significa ostacolare il disegno di chi, dentro Hamas, non vuole “negoziati” e “cambiamenti” ma solo la distruzione di ogni speranza.
La crisi economica ed i saldi della finanziaria Tremonti che non cambiano
La finanziaria triennale del Ministro Tremonti ci ha consegnato una serie di tagli – pesantissimi per gli italiani all’estero – ed un impegno per saldi immodificabili. Una finanziaria triennale che nella sua struttura non poteva prevedere gli effetti – che oggi appaiono devastanti – della crisi economica che è già con noi. Modificare i saldi, in vista di un 2009 che tutte le previsioni ci dicono sarà particolarmente duro per le famiglie, per le imprese, per i lavoratori ed i pensionati, sarebbe invece una strada percorribile. Tenendo conto anche degli errori – questi sì, strategici – commessi da Governo e maggioranza. Dall’esonero ICI per i benestanti fino al costo per l’operazione Alitalia, Governo e maggioranza hanno creato le condizioni per indebolire il Paese ed utilizzare preziose risorse in direzione sbagliata.
La rinuncia preventiva al dialogo …
A ciò si aggiunge una strategia da “rinuncia preventiva” al dialogo, per cui prima ancora di affrontare nel merito le misure previste dai provvedimenti all’esame si rinuncia al confronto con le ragioni dell’opposizione. Si cerca di evitare il confronto in aula ad ogni costo. La fiducia sul provvedimento anti-crisi, anche con la forte riduzione degli emendamenti presentati dal gruppo del PD, poteva essere evitata. Perdere occasioni per riforme o per un provvedimenti le cui finalità sono condivise, è una “rinuncia preventiva” agli spazi di dialogo auspicati dallo stesso Capo dello Stato. È evidente che la contrarietà di fondo alla impostazione complessiva del provvedimento non è ragione sufficiente per limitare la discussione. La conclusione è che si intenda evitare anche un confronto parlamentare internamente alla maggioranza.
I mille decreti di una finanziaria infinita
L’assalto alle diligenza – secondo Tremonti evitato nella finanziaria triennale – si sta puntualmente verificando sui tanti decreti che fanno da corollario alla manovra economica “infinita” a cui ci ha condannato il Governo Berlusconi. Nel decreto anti-crisi sono infatti apparsi strani emendamenti che nulla hanno a che vedere con un provvedimento che ha l’aspirazione di contrastare la crisi economica e che è stato definito un “piano strategico nazionale” a sostegno delle famiglie, dell’occupazione e delle imprese. Invece contiene misure che non sono interventi strutturali, che sono largamente insufficienti, che trasformano l’assistenzialismo in “intervento per i poveri” e che si occupano di “interessi particolari” o in qualche caso “strategie diversive”. Il bonus di 1000 euro è ad esempio un solitario intervento – profondamente assistenzialista – che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana. Lo stesso vale per la social card, la carta acquisti. Anche rispetto a questa misura il Governo sta creando le condizioni per un sua “oggettiva” collocazione tra misure assistenziali, non all’altezza di una seria politica di contrasto alla povertà che deve partire dai diritti di cittadinanza che ci appartengono perché garantiti dalla Costituzione. Ed abbiamo già oggi denunce di ritardi, inefficienze, complicazioni amministrative, mancanza di chiarezza e di informazione.

E le mille provocazioni …
Dai 50 euro di tassa per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno alla fideiussione per le attività commerciali ed imprenditoriali, continuano le provocazioni che hanno lo scopo di “mascherare” l’azione inefficace del Governo sul fronte del contrasto alla crisi economica. Dimostrazione di come si cerchi di “confondere” natura e merito dei provvedimenti. Per quale ragione inserire una proposta con un forte carattere amministrativo – anche se si apre a valutazioni politiche – in un decreto anti-crisi oppure, come la Lega Nord intende fare, nel decreto sicurezza in discussione al Senato? Perché non affrontare, nel merito, questo tema separatamente? Perché non valutarne le conseguenze, con attenzione e senza strumentalizzazioni? La doppia azione di Governo e maggioranza, con al centro le posizioni della Lega Nord, continua: utilizzare la logica della paura per mascherare l’inefficacia dell’azione del Governo, utilizzare la logica delle emergenze per giustificare gli errori della maggioranza, da Alitalia, alla scuola e all’università fino alle misure sulla giustizia ed ora sulle misure anti-crisi.

mercoledì 14 gennaio 2009

Intervento aula On. Marco Fedi su decreto anti-crisi

Grazie Presidente.
avevamo un’altra opportunità, un’altra importante occasione per impostare, discutere e realizzare un provvedimento serio per affrontare la crisi economica, per sostenere davvero le famiglie, per l’occupazione, per le imprese. Governo e maggioranza non hanno saputo e voluto coglierla.
Perdere occasioni per riforme o per un provvedimenti condivisi, le cui finalità sono condivise, è una “rinuncia preventiva” agli spazi di dialogo auspicati dallo stesso Capo dello Stato.
Ecco Presidente, ogni volta che in Parlamento vengono meno le opportunità di confronto e dialogo, ogni volta che non riusciamo a pensare – insieme – al futuro del nostro sistema universitario e formativo, come avvenuto la settimana scorsa, o al futuro per il lavoro o per le famiglie, oppure per l’economia del Paese – ogni volta che ciò avviene – rinunciamo al ruolo della politica, rinunciamo a fare le riforme di sistema, quelle che garantiscono al Paese di progredire, di guardare con serenità al futuro. Ed proprio del futuro di questo Paese che ci dovremmo occupare!
È questa la dimensione di cui stiamo parlando: non stiamo discutendo di misure territoriali, come la carta acquisti di Modena – sicuramente importante come misura territoriale – ma stiamo discutendo di un “piano strategico nazionale”. Volevo ricordarlo all’On. Cazzola.
Ecco perché la scelta di Governo e maggioranza non può continuare ad essere quella dello scontro, in Parlamento e nel Paese. Lo abbiamo visto con la finanziaria, con la scuola, con l’Università ed ora con famiglie, lavoro, imprese. E quando prevale la logica dello scontro non vi sono più spazi per il dialogo. Se una maggioranza è convinta delle proprie scelte deve avere il coraggio di confrontarsi in Parlamento. Quando mancano coraggio e capacità di ascolto, quando mancano impegno e visione d’insieme per dare continuità ed organicità alle riforme, si imbocca un percorso che è senza “speranza”.
Quale altra lettura possiamo dare della proposta che tende ad inserire in questo provvedimento una tariffa di 50 euro per il rinnovo del permesso di soggiorno per gli immigrati regolarmente residenti in Italia o della fideiussione di 10.000 euro per le attività imprenditoriali? Quale altra lettura, se non l’ennesimo tentativo di “confondere” natura e merito dei provvedimenti. Quale altra lettura se non la continuazione della doppia azione: utilizzare la logica della paura per mascherare l’inefficacia dell’azione del Governo, utilizzare la logica delle emergenze per giustificare gli errori della maggioranza, da Alitalia, alla scuola e all’università fino alle misure sulla giustizia ed ora sulle misure anti-crisi.
Quale altra lettura, se non la nostra lettura, che è stata anche del Presidente della Camera, cioè di forte preoccupazione per una nuova deriva razzista?
Credo sia evidente come la percezione del significato di dialogo e condivisione – richiamate dal Capo dello Stato come esigenze imprescindibili per le riforme istituzionali e per modificare la Costituzione – sia molto diversa tra maggioranza ed opposizione. Tra chi continua a porre la questione di fiducia su provvedimenti che riguardano le “strategie nazionali del nostro Paese” che richiederebbero invece “condivisione” per combattere la povertà, per favorire le sviluppo, per sostenere i cittadini e le famiglie.
Questo decreto presentato dal governo allo scopo di sostenere le famiglie italiane non è un esempio di buona politica, poiché sceglie di procedere ancora una volta per annunci roboanti e spot propagandistici e non realizza invece il necessario e duraturo intervento di sostegno a favore delle famiglie italiane vessate dalla crisi economica.
Si prenda il bonus di 1000 euro. Un solitario intervento – profondamente assistenzialista – che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana a partire dalle spese dei ceti medi.
Lo stesso vale per la social card, la carta acquisti. Una tessera prepagata per l’acquisto di servizi o per la spesa nei supermercati, da 40 euro al mese, riservata ad anziani e genitori con bimbi sotto i 3 anni, che però devono possedere un reddito ISEE inferiore ai 6.000 euro annuali. 8.000 per gli ultrasettantenni. Una misura rivolta ad un bacino potenziale di 1milione 300mila beneficiari, rispetto invece ad oltre 8 milioni di famiglie che vedono esaurire il loro reddito alla terza settimana.
Ma anche per la carta acquisti, abbiamo già oggi denunce di ritardi, inefficienze, complicazioni amministrative, mancanza di chiarezza e di informazione. Anche la carta acquisti poteva essere gestita considerando la platea dei pensionati il cui reddito e stato patrimoniale sono noti, ed avreste semplificato, di molto, le procedure. Anche rispetto a questa misura che riteniamo sbagliata state creando le condizioni per un sua “oggettiva” collocazione tra misure assistenziali, non all’altezza di una seria politica di contrasto alla povertà che deve partire dai diritti di cittadinanza che ci appartengono perché garantiti dalla Costituzione.
Presidente, le alternative esistono. Sono presenti nel pacchetto di proposte del Partito Democratico. Avremmo potuto fare interventi sulle pensioni e sui redditi. Occorre lavorare in direzione di interventi strutturali che mancano in questo provvedimento.
È il tempo di più fondi per gli ammortizzatori sociali per proteggere i lavoratori, soprattutto quelli precari, che saranno i primi a pagare le conseguenze della crisi. E si deve intervenire in sostegno di chi vive di stipendio, perché chi non spende, non lo fa per mancanza di volontà, ma per mancanza di soldi.
Infine, Presidente, segnalo un emendamento importante che chiede la definitiva estensione delle detrazioni per carichi di famiglia, introdotte dal Governo Prodi, ai residenti all’estero e che auspichiamo trovi il necessario consenso tra le fila della maggioranza. Un aperto confronto in aula ci consentirebbe di verificare – su alcuni importanti emendamenti – la reale volontà della maggioranza.

La virgola d’auguri e d’inizio 2009

Il dialogo è fatto anche di ascolto.
Non vi sono alternative al dialogo ed alla costruzione di Pace.
Perdere un’occasione di riforma condivisa è un po’ come rinunciare alla Pace, come perdere la speranza che in medio oriente possa tornare a prevalere la scelta del dialogo rispetto a quella delle armi, la scelta del dialogo invece della violenza. Ogni volta che in Parlamento vengono meno le opportunità di confronto e dialogo, ogni volta che non riusciamo a pensare – insieme – al futuro del nostro sistema universitario e formativo, o al futuro per il lavoro o per le famiglie oppure per l’economia del Paese, rinunciamo al ruolo della politica, rinunciamo a fare le riforma di sistema, quelle che garantiscono al Paese di progredire, di guardare con serenità a riforme di ampio respiro, condivise, che costituiscano l’ossatura del nostro futuro. La scelta della maggioranza e del Governo è quella dura dello scontro, in Parlamento e nel Paese. Lo abbiamo visto con la finanziaria, con la scuola ed ora con l’Università. Quando prevale la logica dello scontro non vi sono più spazi per il dialogo. Se una maggioranza è convinta delle proprie scelte deve avere il coraggio di confrontarsi in Parlamento. Quando mancano coraggio e capacità di ascolto, quando mancano impegno e visione d’insieme per dare continuità ed organicità alle riforme, si imbocca un percorso che è senza “speranza”. Il 2009 non è iniziato bene: l’Italia appare rinunciataria davanti alla drammatica situazione di Gaza. Rinunciare ad una forte azione per la cessazione delle ostilità e per gli aiuti umanitari alle popolazioni palestinesi significa rinunciare alla Pace. L’unica scelta possibile è la Pace. Da costruire con inesorabile persistenza.
Credo sia evidente come la percezione del significato di dialogo e condivisione – richiamate dal Capo dello Stato come esigenza imprescindibile per le riforme istituzionali e per modificare la Costituzione – sia molto diversa tra maggioranza ed opposizione. La ricerca del dialogo è una necessità della politica, avviene nella costruzione di grandi riforme di sistema – quelle riforme che durano più legislature e che segnano i grandi cambiamenti, come potrebbe avvenire per la riforma della Costituzione in senso federalista, per un nuovo assetto istituzionale, per un Parlamento più funzionale – ed avviene ogni giorno anche in Parlamento, nel confronto, che comunque non viene mai meno, tra maggioranza ed opposizione.
Per le grandi riforme, però, abbiamo bisogno di qualche marcia in più nel dialogo e nelle scelte condivise, non è sufficiente il dialogo quotidiano. Ecco perché il Presidente del Consiglio non può trincerarsi dietro i richiami all’ordinario dialogo parlamentare e continuare a dichiararsi avversario di forme di confronto più avanzate ed articolate.
Questa premessa è fondamentale se si vuole da un lato aprire una fase costruttiva e dall’altro garantire che questa non si trasformi in antiche pratiche consociative: anticorpi indispensabili per far crescere la democrazia in questo Paese.
Il 2009 sarà quindi un anno durissimo. Anche per gli italiani all’estero. I tagli arriveranno ora a destinazione, non più numeri di una finanziaria alla quale ci siamo opposti in tutti i modi, ma diminuzione degli investimenti per la scuola e la cultura, diminuzione della nostra capacità di assistere i più deboli, diminuzione della nostra capacità di offrire servizi. Le riforme non sono ancora state annunciate dal Governo e dalla maggioranza: un pericoloso vuoto di idee e proposte. Il Partito Democratico ha presentato proposte d’iniziativa parlamentare in tutti i settori – dalla sfera dei diritti sindacali, alla riforma delle carriere professionali dei contrattisti, dalla cittadinanza per riaprire i termini per il riacquisto, alle detrazioni per carichi di famiglia che vanno definitivamente estese ai residenti all’estero con l’esonero ICI, dalla riforma della 153 sulla scuola fino agli istituti di cultura. Saremmo pronti anche a presentare una riforma del Cgie – lungamente discussa anche con lo stesso Consiglio Generale degli Italiani all’estero. Ma avremmo preferito che il Governo, all’atto di un rinvio delle elezioni di Comites e Cgie, previsto dall’articolo 10 del decreto legge 30 dicembre 2008, n. 207 “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti” che prevede il rinnovo entro il 31 dicembre 2010, si fosse presentato con una propria proposta, almeno di contenuto.Invece, ancora il vuoto.Siamo pronti a fare la nostra parte per riempire il vuoto. Maggioranza e Governo devono dimostrare di avere un progetto che vada oltre la serie interminabile di tagli.

giovedì 9 ottobre 2008




Viviamo un momento amaro della storia d’Italia

Qualcuno di noi – incluso il sottoscritto – si era illuso che tra maggioranza ed opposizione, tra chi sostiene il Governo Berlusconi e chi invece sta dalla parte di Walter Veltroni, cioè di un’opposizione seria, sempre fatta nel merito delle proposte, vi potesse essere un autentico dialogo. Una verifica cioè delle priorità per il Paese, dei punti di accordo e di un piano di riforme: a partire da quelle istituzionali. Veltroni lo ha dimostrato sulla vicenda Alitalia: nonostante la nostra avversione ad un piano costruito tardi e male, ad un uso propagandistico di tutta la vicenda iniziato con la campagna elettorale, al no ad una proposta seria di Air France, parte del piano Prodi, nonostante quindi questi argomenti solidi per dire no al piano Cai, di fronte all’ipotesi peggiore, cioè il fallimento Alitalia, Veltroni facilita una ripresa del dialogo tra la Cgil, i sindacati di categoria e la Cai.
La maggioranza invece di prendere atto di un atteggiamento costruttivo dell’opposizione che fa? Attacca ed offende il leader dell’opposizione. Attacchi che continuano ancora oggi a rete unificate Rai e Mediaset.
Il dialogo tra maggioranza ed opposizione non può essere percepito come una sudditanza o peggio come uno tentativo di limitare il dibattito ai micro-aggiustamenti.
Deve esserci un confronto generale sui grandi temi, anche in Parlamento, poi è possibile guardare anche ad emendamenti migliorativi – senza il capestro del voto di fiducia.
Se è legittimo – infatti – procedere a colpi di decreto quando vi è un’emergenza, non è certo ragionevole evitare la discussione sulla finanziaria o sulla riforma della scuola o sulla prostituzione. Finora il ricorso al voto di fiducia vi è stato su finte emergenze: la giustizia con il lodo Alfano e l’immunità per le più alte cariche dello Stato, la sicurezza con il reato di immigrazione clandestina e l’esercito nelle strade. Danni gravissimi all’Italia ed alla sua immagine nel mondo.
Il Governo Berlusconi continua su questa strada: mette mano alla scuola per tornare al maestro unico nelle scuole elementari e far tornare l’Italia indietro nel tempo e nelle metodologie e modificando ciò che già va bene – anche secondo gli organismi di monitoraggio internazionale! Che senso ha riformare ciò che altri ci invidiano?
E poi vi è la grande questione degli italiani all’estero. È iniziata male con la conversione del decreto 93 sulla salvaguardia del potere di acquisto delle famiglie – che ha sottratto al Ministero degli affari esteri oltre 17milioni di euro destinati alle iniziative per gli italiani nel mondo – ed è continuata malissimo con il mancato recupero in sede di aggiustamento di bilancio e continua nel peggiore dei modi con un taglio prospettato di altri 50 milioni euro per il 2009. Non solo. Anche la promessa di altri tagli nel 2010 e 2011. Con questi tagli si annientano le iniziative per gli italiani nel mondo! Non è possibile parlare in altro modo.
È un fatto grave di cui questo Governo e questa maggioranza debbono assumersi tutte le responsabilità. Noi faremo del nostro meglio in Parlamento per lottare contro i tagli, per fare in modo di affrontare in modo coerente altre questioni come le detrazioni per carichi di famiglie, l’assegno sociale, la cittadinanza, l’esonero dall’ICI, i diritti sindacali del personale a contratto dei consolati, la rete consolare ed altre riforme che ci attendono, a partire dagli istituti di cultura fino alla 153 del 1971 sulla promozione e diffusione dell’italiano all’estero fino alla legge elettorale per il voto all’estero. Ed abbiamo oggi i dati precisi sui tagli proposti (dalla tabella 6 del Ministero degli Affari esteri) che rappresenterebbero, ove confermati, l’annientamento del buon lavoro svolto nella trascorsa legislatura e la fine delle politiche a sostegno delle comunità italiane nel mondo.
Il capitolo 3153 sui contributi agli enti gestori i corsi di lingua italiana nel mondo passerebbe da 34milioni di euro a 14milioni e 500mila (meno 19milioni 626mila). Il contributo per l’assistenza diretta ai connazionali indigenti, capitolo 3121, da 28milioni e 500mila a 10milioni e 777mila (meno 17milioni e 722mila). Il capitolo per l’assistenza indiretta, 3105, passa da 2milioni e 274mila a 1milione (meno 1milione e 274mila)
Il capitolo per le attività culturali, gestito dalla rete diplomatico-consolare, passa da 3milioni e 450mila a 996mila (meno 2milioni e 454mila).
Il contributo al CGIE passa da 2milioni e 14mila a 1milione e 550mila (meno 464mila).
Il contributo ai Comites passa da 3milioni e 74mila a 2milioni e 540mila (meno 534mila). Il capitolo 3106 per le riunione dei Comitati dei presidenti subisce un taglio da 226mila a 170mila euro (meno 56mila).
Lo stanziamento previsto, per questi capitoli per le comunità italiane nel mondo, è pari a 31milioni 553mila euro, i tagli ammonterebbero invece a 41milioni 596mila.

E sulla scuola…

Il decreto sulla scuola elaborato dal ministro dell’Istruzione Gelmini è legge. Il governo ha posto per la sesta volta la questione di fiducia, pur avendo dalla sua una larga maggioranza, palesando così tutto il suo disinteresse per le prerogative e il ruolo del Parlamento. Qualcuno ha definito questo ddl il decreto Gelmini-Tremonti, perché ha l’aspetto di una mannaia sui conti della scuola italiana. Contiene infatti la cifra record di 8 miliardi di euro di tagli da realizzarsi nei prossimi tre anni.
Per l’esattezza salteranno 81mila insegnanti (moltissimi di sostegno ai disabili) e 47mila tra personale tecnico e amministrativo. Vuol dire 150mila posti di lavoro in meno, attraverso il mancato reintegro di chi va in pensione e il blocco delle Ssis (costose ma ormai inevitabili scuole di specializzazione per insegnare). Di concorsi neanche a parlarne…
Diminuendo i docenti le classi supereranno abbondantemente i 30 alunni: altro che qualità dell’insegnamento! Molti plessi scolastici verranno chiusi costringendo le famiglie dei comuni più piccoli ha fare più strada. Sarà inoltre compromesso il tempo pieno, sempre più necessario alle famiglie che lavorano.
E poi il ritorno del maestro unico alle elementari. In un sol colpo si torna indietro di vent’anni. I bambini perderanno una pluralità di stimoli nell’apprendimento e una prima occasione di confrontarsi con la complessità della vita, oltre a rischiare di essere penalizzati: se si ha un cattivo rapporto con l’unica maestra, non si hanno altre chance per essere valorizzati.
Il PDL ha anche presentato un disegno di legge (Aprea) per trasformare gli istituti scolastici in fondazioni: con il pretesto di più introiti e più legame con il mondo del lavoro, in realtà le scuole saranno consegnate alle imprese, le quali versando qualche euro guideranno i nuovi consigli di amministrazione, sostitutivi di quelli di istituto. Al posto di presidi, insegnanti, personale, genitori e alunni, a decidere su un programma, una gita o l’orario settimanale saranno gli imprenditori.
L’impressione è che questa destra che privatizza la scuola pubblica e favorisce quella privata, è capace soltanto di fare il solito muso duro: rimettere il grembiule e il 7 in condotta, addirittura secondo qualche esponente del PDL anche l’Inno di Mameli, l’alzabandiera e la religione cattolica obbligatoria per tutti (alla faccia di oltre mezzo milione di alunni figli di stranieri e della laicità del nostro Stato).
Piuttosto di occuparsi di problemi reali come classi sovraffollate, edifici spesso fatiscenti o non attrezzati, continue revisione delle edizioni dei testi scolastici, obbligo scolastico a soli 16 anni (con il governo Prodi era arrivato a 18), si punta sulla propaganda e sulla demagogia.