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giovedì 12 marzo 2009

Il PD: all’estero siamo ancora vincenti!

Non è facile affrontare il popolo dei democratici che all’estero ha sostenuto la scelta del Partito Democratico. Sono amareggiati dal calo di consensi registrato nelle ultime consultazioni elettorali. Sono preoccupati dai sondaggi che danno il PD in ulteriore discesa alle prossime europee. Sono preoccupati dalla lentezza con la quale stiamo costruendo il partito democratico e perplessi dall’incapacità di uscire dal tunnel dell’emergenza nel quale la politica del centro-destra ha trascinato il Paese. Ma non sono delusi. Continuano a credere nel PD, si sentono rappresentati dal lavoro del segretario Franceschini e percepiscono nuovamente tutti gli elementi positivi di una “sfida aperta” fino al congresso d’autunno.
Sono davvero convinti della scelta fatta. Una scelta che non è maturata nel vuoto. Alla costruzione del Partito Democratico hanno dedicato passione, energie e idee centinaia di migliaia di donne e uomini, in Italia e nel mondo. Sono stati in molti a ripeterlo, durante la serie di incontri tenutisi a Melbourne.
Il tesseramento continua con risultati positivi, sia a Melbourne che a Sydney che nelle altre capitali australiane. La data delle primarie – tra maggio e giugno 2009 – sarà concordata nelle prossime settimane: un election day per i circoli PD d’Australia.
Cresce la voglia di impegnarsi, di fare arrivare la voce di protesta contro le scelte del Governo. Sulla politica per le comunità italiane nel mondo, fino ad oggi caratterizzata dalla mancanza di proposta della maggioranza e da meno servizi, meno risorse, meno democrazia. Sulle logiche dell’emergenza che alimentano ancora il dibattito sulla sicurezza, relegandovi la discussione sull’immigrazione e sulle politiche d’integrazione. Sulle ronde cittadine che affiancano la presenza militare e che – insieme – contribuiscono ad aggravare il lavoro delle forze dell’ordine e a rendere le città italiane, di fatto, meno sicure. Maggioranza disattenta anche sulle scelte per fronteggiare la crisi – che hanno escluso i residenti all’estero – a fronte di un “bonus” che invece l’Australia ha corrisposto anche ai residenti in Italia. Una maggioranza che non risponde alla crisi economica e sociale. A un Governo Berlusconi che, mentre si accinge ad accorpare elezioni europee e amministrative, tiene fuori il referendum popolare sulla materia elettorale, che pure dovrà svolgersi, nonostante il risparmio economico e l’ovvia coincidenza elettorale. E non prende impegni per approvare una nuova legge elettorale nazionale che eviti lo svolgersi del referendum stesso. Governo e maggioranza che vorrebbero riformare le regole del confronto parlamentare non per rendere più efficace l’azione del Parlamento, attraverso un migliore funzionamento delle Commissioni, ma per ridurre il ruolo del Parlamento a sede di “ratifica” dei decreti del Governo. Comprende Berlusconi che un sistema dove votino i capigruppo richiede un rapporto tra maggioranza e opposizioni – nel costruire le proprie posizioni e i propri emendamenti sui provvedimenti – che oggi, a causa dell’atteggiamento della maggioranza, non esiste? Esistono solo le battute del Presidente del Consiglio, neanche molto divertenti. Se la maggioranza volesse aprire anche un confronto su una “nuova cultura parlamentare” nel nostro Paese, promuovendo una nuova dimensione nei rapporti con l’opposizione, fatta di rispetto e ascolto, sarebbe doveroso mostrare interesse. Ma non è questo di cui si sta parlando.
Le nostre comunità sono particolarmente interessate ai cambiamenti che avvengono in Italia. E gli iscritti al PD chiedono momenti di confronto su questi temi anche all’estero. Propongono le giornate del PD all’estero per riprendere il filo della discussione avviata con le primarie, continuata con le elezioni politiche e la costruzione del PD all’estero. La nostra gente ci ricorda che la rete consolare è lo strumento di servizio per le comunità all’estero, deve essere dotata di risorse, personale e moderne tecnologie adeguati e in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini italiani. Vergognoso parlarne in toni diversi, come se i cittadini italiani all’estero non avessero eguali diritti e doveri davanti alla nostra Costituzione. Impegni per la cittadinanza ci chiedono i democratici d’Australia, per riaprire i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana ma non perdere l’attenzione nei confronti degli immigrati. La grande ricchezza di lavoro, esperienza di vita, lingua e cultura che l’immigrazione porta nel nostro Paese. Riconoscere questi elementi significa valorizzare anche l’esperienza dell’emigrazione.
Il PD ritiene fondamentale anche rafforzare i livelli di rappresentanza – dai Comites, al CGIE, alla presenza nel Parlamento della Repubblica. La loro riforma non può essere un esercizio di potere, percepito con distanza dalle comunità, legato a interessi diversi dalle necessità comunitarie, svincolato da qualsiasi momento di dialogo e consultazione, tendente a ridurre gli spazi di democrazia e di confronto. Possiamo anche avere coraggio e fare riforme ampie e “rivoluzionarie” ma non possiamo nascondere le responsabilità del Governo né nasconderci dietro false prospettive per il futuro. Per “rifondare” un senso di comunità, d’investimento, di partecipazione e protagonismo in questo settore, occorre avere idee, impegno e vero coraggio politico nell’ascolto. Un percorso di riforma con queste caratteristiche interessa il PD Australia.

mercoledì 29 ottobre 2008

La virgola


La grande manifestazione del 25 ottobre per “salvare l’Italia”


L’imponente manifestazione del Partito Democratico ci ha consegnato una responsabilità: continuare a svolgere con coerenza il ruolo di forza centrale dell’attuale opposizione. Una coerenza che non può venire meno nonostante l’atteggiamento del Governo e di parti della maggioranza. Non basta sostenere – a partire dal Presidente della Camera – che le legittime manifestazioni di protesta vanno ascoltate. Devono aprirsi spazi di dialogo in Parlamento. Le manifestazioni, la piazza, le proteste di questi giorni denotano un forte malessere ma dicono anche alcune cose, indicano delle alternative, propongono un percorso. Le riforme vere, quando riguardano settori importanti per il futuro del Paese come la scuola, debbono partire dall’ascolto dei soggetti interessati e garantire un quadro di modifiche il più possibile condivise per dare stabilità al settore. Che senso ha produrre cambiamenti raggiunti grazie alla logica dello scontro e quindi trasformarli in obiettivo di modifica quando l’opposizione diventerà maggioranza? E quando – soprattutto – la connotazione di base è rappresentata dai tagli? Tagli che riguardano anche gli italiani nel mondo.
Non posso nascondere l’emozione di aver visto l’enorme conca del Circo Massimo e le vie laterali strabordare di persone provenienti da tutta Italia e dall’estero. La presenza dall’estero, con lo slogan “ci tagliano la lingua”, ha aggiunto il contributo degli italiani nel mondo alla manifestazione di protesta. Sebbene non mi interessi la guerra dei numeri, trovo parecchio ridicolo che Berlusconi si dica non preoccupato dalla manifestazione ma poi cada nel più banale dei comportamenti di chi è in difficoltà: negare l’evidenza e sminuire il ruolo della protesta. Quello che più duole sentire è il disprezzo con cui gli esponenti di governo e maggioranza hanno bollato la storica manifestazione del Pd e, in generale, tutte le proteste pacifiche in corso in questi giorni nel Paese, soprattutto quelle del mondo della scuola, attaccato dai tagli del ministro Gelmini.
Occorrerebbe più rispetto verso ogni forma democratica di opposizione, senza demonizzarla o ridicolizzarla, ma al contrario vivendola come stimolo per un confronto. Lo “smemorato” Berlusconi finge di non ricordare di quando, circa due anni fa, manifestò lui a Roma contro il governo Prodi, e quest’ultimo non irrise affatto i cittadini scesi in piazza.
Al di là delle polemiche, ciò che rimane di sabato scorso sono alcuni dati di fatto: un’opposizione più unita (in piazza con noi c’era anche Di Pietro); l’apertura alle alleanze con altre forze di minoranza, parlamentari e non; la riaffermazione della leadership di Veltroni nel Pd; la fine della luna di miele tra governo e italiani (registrata dagli ultimi sondaggi che vedono un primo calo nel sostegno all’esecutivo).
Non è tutto. C’è ancora tantissimo da fare per rendere efficace un’opposizione propositiva alle politiche di un governo poco disposto all’ascolto delle forze vive del Paese. Noi ce la metteremo tutta, come il 25 ottobre ha saputo dimostrare.

Una legge elettorale per le europee troppo partitocratica

È iniziata lunedì scorso in Aula alla Camera la discussione della riforma della legge elettorale per le europee.
Mille volte si è detto che non si dovrebbero mai “cambiare le regole del gioco” poco prima delle elezioni e soprattutto senza il minimo consenso delle minoranze. Ancora una volta il Pdl ha scelto di fare da solo e procedere in maniera autoritaria. La proposta della maggioranza berlusconiana è quella di inserire uno sbarramento al 5% sul piano nazionale, di abolire le preferenze e procedere per liste di candidati bloccate, e di raddoppiare le circoscrizioni elettorali (dalle attuali 5 a 10).
Il Pd ha già annunciato un pacchetto di emendamenti per cambiare questa riforma.
In primo luogo, è nostro obiettivo ridurre lo sbarramento nazionale al 3%: va bene la semplificazione del quadro politico, ma il 5% è una soglia troppo alta e va a limitare l’espressione democratica del pluralismo, soprattutto in un Parlamento come quello europeo che non ha lo scopo di sostenere un governo con una sua maggioranza.
Inoltre, combatteremo contro la rimozione delle preferenze. Sono i cittadini e non gli apparati di partito a dover decidere chi va in Parlamento. Se la maggioranza dimostrerà ancora una volta totale chiusura proveremo a ridurre la dimensione delle circoscrizioni per dare più visibilità ai candidati collocati dalle forze politiche e per favorire il ricorso alle primarie per individuarli. Da parte nostra, il Pd si è impegnato a farle le primarie in ogni caso.
Infine, nell’ottica di una distribuzione degli incarichi rappresentativi e contro la presentazione di leader-specchietti per le allodole che si candidano per incassare voti al proprio partito e si dimettono il giorno dopo, vogliamo impedire il cumolo delle cariche (non facendo eleggere ministri, presidenti di regioni e province, sindaci di città sopra i 15mila abitanti) e le candidature multiple in più collegi elettorali.

giovedì 2 ottobre 2008

Dalla “dittatura dolce” al “pensiero unico”, passando per “fare di tutta un’erba un fascio”, per arrivare al consenso disgiunto

Non credo sia mai possibile percepire la dittatura come dolce. Sono convinto che l’Italia di oggi non viva una fase dittatoriale, né dolce né amara. Sono convinto che l’Italia di oggi viva, invece, un momento amaro. Non percepisco un “pensiero unico” anche se, certamente, il pensiero fisso di questo Governo Berlusconi è stato come tagliare pesantemente, dal primo giorno, le risorse per gli italiani all’estero. Dal primo giorno. Non dovevamo attendere l’approvazione della finanziaria per vederlo. Dalla conversione del decreto sulla salvaguardia del potere di acquisto delle famiglie (-17 milioni di euro), dal mancato recupero di risorse in fase di assestamento di bilancio, fino ad una prima finanziaria con un – 27, ed ancora tagli a seguire, promessi già ora fino al 2011. Peccato che qualcuno se ne sia accorto solo oggi. Noi eletti all’estero tra le fila del Partito Democratico lo diciamo e gridiamo dal primo giorno utile, in altre parole da quando abbiamo percepito le reali intenzioni del Governo a maggioranza Popolo della Libertà. Ed abbiamo agito di conseguenza opponendoci sempre ai tagli, sia in Commissione sia in Parlamento. Non accetto quindi richiami qualunquistici ai 18 parlamentari eletti all’estero. Non siamo un fascio! Le responsabilità sono disgiunte. Il Governo decide sui tagli. Il Parlamento sarà la sede di una battaglia durissima in cui la maggioranza che sostiene Berlusconi deciderà, nonostante la nostra fortissima opposizione. In quella sede ognuno faccia le proprie valutazioni sul lavoro di tutti.
Siamo pronti al dialogo sulle riforme. Qualcuno ci dica come, dove e quando e, soprattutto con quali priorità ed in quale direzione. Vorrei ricordare le differenze tra Governo e maggioranza da un lato, ed opposizione dall’altro! Noi abbiamo delle proposte. Istituti di cultura, promozione e diffusione della lingua italiana, legge elettorale e rappresentanza, Comites e Cgie. Ma oggi il vero problema, la contraddizione, sarebbe quella di parlare di riforme senza aver avuto neanche l’opportunità di parlare dei tagli, preventivamente decisi da altri ed a noi solo comunicati. Parlare di riforme, con capitoli di bilancio annientati, mi pare, oltre che una contraddizione, anche un metodo di lavoro offensivo per i soggetti coinvolti. Esistono le condizioni per recuperare qualcosa in termini di risorse? Anche qui, responsabilità disgiunte. Ci dica il Governo come, dove e quando. La preoccupazione è forse il già prospettato ricorso al voto di fiducia? Si costruiscano ora, subito, le condizioni affinché il Governo ne tenga conto. Oltre al recupero rispetto ai tagli prospettati abbiamo l’impegno sulle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero, l’esonero ICI e la questione dell’assegno sociale. Vorremmo rimettere in moto le questioni della sicurezza sociale.
Arriviamo allora alla vera novità di questa prima fase della vita del Governo Berlusconi: il consenso disgiunto. Non importa cosa si faccia in concreto e neanche cosa si proponga, l’importante è che i sondaggi dicano che tutto va bene. Ecco allora che dall’immunità per le più alte cariche dello Stato si passa ai Ministri. Ecco che la maggioranza deve scegliersi anche il rappresentante dell’opposizione – come per le Commissioni di vigilanza. Ecco che all’improvviso, oggi, qualcuno cerca di metterci tutti e diciotto nella stessa barca. Quando invece il centro destra, in occasione di due leggi finanziarie targate maggioranza Prodi, nonostante gli aumenti considerevoli previsti per gli italiani nel mondo, non aveva fatto altro che attaccare il Governo. Uniti dai tagli e dall’emergenza, qualcuno dirà. L’esperienza però insegna che in questi casi è vero il contrario e ciascuno è chiamato a fare il meglio, ed anche di più, in casa propria.
Non sono molto bravo a capire cosa si celi dietro le cose dette, meno ancora tra le cose non dette. Immagino che, se l’editoriale a firma Ferretti fosse un appello all’unità per raggiungere l’obiettivo di limitare i danni, sarebbe stato opportuno farlo anticipare da una riflessione anche del gruppo dei Parlamentari del PdL, non solo dalle pagine de l’Italiano. Se invece si trattasse di un primo esempio di dissenso congiunto al nostro, costituirebbe un primo segnale di risveglio in casa PdL.

domenica 9 marzo 2008

La virgola,

Intervengo volentieri nel merito delle molte cose dette in questi giorni a proposito della rappresentanza degli italiani all’estero, del lavoro svolto dai parlamentari eletti all’estero, del rapporto con i partiti e con l’Italia nel suo complesso.
Partirei, per semplicità, con la questione centrale, pare ancora non superata da tutti: è giusto avere dei parlamentari della diaspora italiana nel mondo nel Parlamento della Repubblica italiana? E per fare cosa?
Sono convinto che sia giusto esserci perché il mondo richiede oggi il superamento delle barriere e le diaspore sono elemento di congiunzione tra lingue, culture, religioni: un modo nuovo di vedere il mondo, di discuterlo, di rappresentarlo. Anche se è vero che non tutti ne sono convinti, a partire da alcuni partiti come la Lega Nord, Rifondazione comunista ed i socialisti italiani, che, legittimamente, la pensano diversamente. Ed è necessario esserci in applicazione del dettato costituzionale, che abbiamo contribuito a scrivere.
I parlamentari eletti all’estero sono stati sempre e tutti in grado di rappresentare questa novità? Forse non sempre e forse non tutti, ma il potenziale è ancora tutto da utilizzare e, come in ogni sperimentazione, occorre avere un periodo di tempo ragionevole per provare una tesi o quella opposta. Per fare gli interessi di comunità che a lungo sono state trascurate e che chiedono, sostanzialmente, di avere gli stessi diritti e doveri degli italiani in Italia: una ragionevole rete di sicurezza sociale e di tutela, pensioni giuste, una pubblica amministrazione efficiente, programmi linguistici e culturali e scambi e rapporti con l’Italia. Costruire rapporti più forti con l’Italia e con l’Unione europea è utile a tutti perché in questo modo si rafforzano i livelli di cooperazione che consentono il progresso, la crescita, la solidarietà ed anche i percorsi verso la pace. Ed i parlamentari eletti all’estero possono essere veicolo per una migliore conoscenza di realtà all’estero costruite anche con il lavoro, l’intelligenza e le idee degli italiani. Gli italiani che oggi vanno all’estero, ricercatori, professionisti, imprenditori e lavoratori, dimostrano ancora oggi
Perché questa prima esperienza è stata particolarmente dura? Lo scontro politico particolarmente aspro, l’opposizione che non ha accettato di aver perso le elezioni, la risicata maggioranza al Senato e la litigiosità tra gli alleati, anche nel centro sinistra, non hanno consentito, in meno di 21mesi, di portare a compimento l’opera di comunicazione alla società italiana. I partiti non sono stati sempre all’altezza del compito, è vero. Ma l’antipolitica, il dibattito sui costi della politica e sul ruolo dei partiti, ha condizionato la capacità di dare una risposta innovativa. Il Partito Democratico sta cercando di farlo: superando gli schematismi del passato, innovando sotto il profilo delle alleanze, delle scelte dei candidati e dei programmi, di metodi di consultazione e di partecipazione. Un partito che è aperto e che non intende occupare spazi di società civile.
Questo modello di partito ascolterà anche gli italiani all’estero. Ecco perché la discussione su candidati rischia – a mio avviso – di non farci vedere la soluzione. Tutto ciò che abbiamo ottenuto, dall’estensione della 14esima ai pensionati all’estero fino alla ulteriore detrazione ICI per i residenti all’estero, dai 14 milioni euro aggiuntivi per le politiche a favore degli italiani all’estero fino alle iniziative per l’assistenza sanitaria, dai 5,5 milioni di euro in più per la scuola fino all’estensione delle detrazioni per carichi di famiglia ai residenti all’estero, ci ha visto protagonisti di un lavoro incessante con il Governo e con i partiti. Dobbiamo riuscire ad integrare una sana logica di rappresentanza territoriale con le esigenze complessive del sistema Italia. Per far questo occorrono, è vero, sensibilità politica, partiti aperti ed impegnati davvero anche all’estero. Ecco perché vogliamo costruire all’estero – ed anche in Australia – un PD forte ed autentico.
Anche il rapporto con il territorio – penalizzante per tutti ma ancor più per la nostra ripartizione – sarà rafforzato dalla presenza organizzata dei partiti. I parlamentari – bloccati a Roma da un’attività parlamentare che è intensa e continua – attraverso i partiti potranno essere vicini agli elettori e potranno continuare a fare il loro dovere. In attesa che anche il Parlamento italiano vari le necessarie riforme – a partire da quelle costituzionale ed elettorale – per favorire la governabilità e rendere i processi legislativi più semplici ed efficienti.

Marco Fedi è deputato
del Gruppo Partito Democratico - L’Ulivo

giovedì 28 febbraio 2008

I miei … quasi due anni in Parlamento

L’esperienza parlamentare è stata sicuramente positiva sotto il profilo politico e personale. Abbiamo ora – indipendentemente da come vadano le prossime elezioni – due persone, Nino Randazzo ed il sottoscritto, che hanno acquisito una esperienza significativa di rappresentanza e di conoscenza da porre al servizio della gente, della comunità italiana. L’esperienza è stata positiva anche se inaspettatamente breve: sono sincero, mi aspettavo che almeno di fronte ad un’opportunità storica di fare le riforme, elettorale e costituzionale, l’opposizione assumesse un atteggiamento responsabile. Che senso ha, oggi, ipotizzare larghe intese in caso di pareggio, per le riforme, quando esisteva già la possibilità di farlo?
È sempre giusto fare valutazioni, ma dopo meno di due anni di legislatura credo che in qualche modo si debba tener conto del contesto in cui questi mesi di attività parlamentare si sono sviluppati. Ricordo l’entusiasmo iniziale, nei confronti delle presidenze di Camera e Senato, per quanto riguarda sia l’organizzazione dei lavori parlamentari che la dotazione per il rapporto con il territorio per gli eletti all’estero che le idee e le proposte di riforma su cui lavorare. Entusiasmo scontratosi subito con la chiusura causata dal dibattito – giusto e necessario, ma strumentalizzato – sui costi della politica. Dibattito svoltosi senza razionalità che ha portato – come spesso accade nella politica italiana – ad assumere posizioni difensive e a non affrontare in modo logico e risolutivo il tema della capacità della politica di decidere e fare scelte. Ricordo un breve iniziale periodo di dialogo tra i parlamentari eletti nelle fila della maggioranza e dell’opposizione o gli indipendenti. Breve durata. Poi si è preferito cavalcare l’antipolitica e cercare di far cadere il Governo Prodi, con ogni mezzo. La sensazione che abbiamo avuto, in molti, è stata quella di trovarci in una condizione in cui l’opposizione non interloquiva per bloccare i risultati che potevano essere raggiunti e la maggioranza aveva difficoltà, alcune oggettive, altre meno, a far pesare in maniera equilibrata e razionale il fatto di aver dato la maggioranza al Senato al Governo Prodi. Due condizioni che hanno inizialmente rallentato la nostra attività. Quando si è trovato il ritmo il Governo Prodi è caduto.
Credo che solo pochi si illudevano sulla capacità degli eletti all’estero di trovare un metodo di lavoro per affrontare insieme le tematiche degli italiani all’estero: tutte le illusioni sono cadute quando, nella logica politica di appartenenza, gli eletti all’estero del centro destra hanno cominciato a ripetere la filastrocca del paese diviso in due, della maggioranza che si reggeva al Senato su eletti all’estero, dell’effetto Pallaro, del mercimonio ogni volta che si adottavano misure o provvedimenti a favore degli italiani all’estero: tutto legittimo, per carità, parte della logica di appartenenza, ma chiaramente in contrasto con una visione collaborativa in cui si propongono emendamenti, modifiche, proposte integrative per migliorare i provvedimenti. Le differenze hanno prevalso e ciò non è necessariamente un male. Nella prossima legislatura mi auguro che a prevalere saranno le differenza positive anziché quelle negative. Le differenze che ti portano ad essere criticamente aperto a costruire soluzioni anziché alla semplice contestazione o all’intenzione di trasformare l’attività parlamentare in una continuazione della campagna elettorale. Anche in questo senso, nel senso della responsabilità civica dei Parlamentari della Repubblica, andrebbe riformata la politica italiana.
La mia candidatura sarà annunciata, se sostenuta dalla nostra base ed accettata dal PD nazionale, quando verranno presentate le liste. Credo che lo richiedano la correttezza formale oltre che il rispetto di chi ci sostiene e lavora per noi sul territorio. In ogni caso, se dovessi essere candidato, mi assumerò tutte le responsabilità ed i doveri di un candidato: riconoscere gli errori, tra i quali la scarsa presenza in alcune realtà, anche se da quelle stesse realtà spesso non è mai pervenuto un invito, e credo che un Parlamentare eletto in una circoscrizione grande come un terzo del globo terrestre possa ragionevolmente attendersi di ricevere un invito, non fosse altro per poter incontrare le comunità. Muoversi in Africa, Asia e Oceania non è come andare a Barletta o a Rimini.

Siamo riusciti nella prima finanziaria 2007, di risanamento dei conti pubblici, nonostante i sacrifici imposti, a far recuperare terreno ai capitoli di bilancio per gli italiani all’estero drenati da anni di mancati aumenti, o riduzioni, e dall’inflazione. Nella seconda finanziaria 2008, di restituzione, abbiamo continuato a rafforzare i capitoli di bilancio per la scuola e la lingua italiana, per la cultura, per una rete consolare efficiente, abbiamo promosso la copertura sanitaria per tanti connazionali indigenti all’estero. Abbiamo esteso le detrazioni per carichi di famiglia, l’ulteriore riduzione ICI e la quattordicesima sulle pensioni anche ai residenti all’estero.
Ed è necessario un programma serio di riforme: non dobbiamo rivoluzionare il mondo ma semplicemente rendere giustizia, su alcuni temi, alle attese delle nostre comunità. Un sistema pensionistico che funzioni e non penalizzi i più deboli, cioè gli anziani. Un sistema di regole efficienti quindi anche in campo previdenziale, con le verifiche dei redditi ed il sostegno all’attività dei Patronati. La parità di trattamento come principio irrinunciabile e diffuso di equità sociale. L’affermazione dei diritti sindacali per tutti, anche per il personale a contratto. Un rapporto serio e funzionale con la pubblica amministrazione, applicando anche qui i principi della parità di trattamento. Ad esempio la presentazione del 730 anziché dell’Unico. La riforma della legge sulla cittadinanza,consentendo il riacquisto, la riforma della 153 sulla diffusione di lingua e cultura italiane, maggiori investimenti nei settori della promozione del made in Italy e dell’interscambio economico e commerciale, maggiore presenza culturale all’estero, attraverso una rete consolare e degli istituti di cultura, moderna ed efficiente. Poi guarderei con attenzione al mondo dei giovani e delle opportunità formative, professionali e culturali: in altre parole, dopo aver fatto alcune riforme chiave guarderei con determinazione alle nuove frontiere in cui tanti italiani all’estero sono protagonisti. E vorrei che i Parlamentari della Repubblica eletti al’estero possano far questo senza sentirsi ogni giorno attaccati, in Italia ed anche all’estero, perché lontani “fisicamente” dalla gente.
La lontananza etica, morale e politica dalla gente, dagli elettori, dalle comunità, è cosa ben più grave. Dobbiamo tutti concorrere, già dalla campagna elettorale, a far tornare la fiducia nella capacità della politica di essere vicina alla gente per fare scelte ed andare avanti: è questa la sfida di Veltroni e del Partito Democratico. È questa la sfida della nuova frontiera della politica.

On. Marco Fedi
III Commissione Affari Esteri e Comunitari
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mercoledì 20 febbraio 2008

Lettera aperta agli elettori


20 febbraio 2008

Care amiche e cari amici,

la crisi politica che ha determinato la fine del Governo Prodi è la dimostrazione chiara ed inequivocabile che l’Italia ha bisogno di scelte coraggiose. Le riforme istituzionali non sono solo uno slogan o peggio una distrazione dall’affrontare i problemi più urgenti che attanagliano le fasce sociali più deboli, i pensionati, il lavoro dipendente, le famiglie e i giovani.
Le riforme consentiranno all’Italia di uscire dalla situazione di blocco in cui si trova, di avere governi che abbiano maggioranze forti e coese. Per avere maggioranze capaci di governare occorrono modifiche alla Costituzione, alla legge elettorale ed ai regolamenti parlamentari.
Per rendere finalmente possibile che ciascuno svolga bene il proprio ruolo, di maggioranza o di opposizione, attraverso un autentico dibattito interno alle forze politiche ed ai gruppi parlamentari e con la società civile.
Liberando il campo dai timori, spesso utilizzati come ricatto, di far entrare in crisi un “Governo” democraticamente eletto per svolgere il programma sul quale ha ottenuto il consenso degli elettori. Accettando l’idea che nel dibattito interno si può vincere o perdere e chi perde accetta l’orientamento espresso dalla maggioranza, non sceglie la strategia del ricatto, dal centro o da sinistra o da destra. In questo modo si rafforzano gli strumenti della democrazia che debbono consentire di fare bene maggioranza ed opposizione e di produrre scelte e riforme.
La proposta di fare in poco tempo le riforme istituzionali, o quanto meno la riforma della legge elettorale – affidata con l’incarico esplorativo al Presidente del Senato Marini – è stata respinta dal centro destra: questo momento, il grande rifiuto, potrebbe davvero passare alla storia come la grande occasione mancata. La grande occasione per non essere ricattati e fare le riforme!
Il centro destra si prepara ad una nuova stagione di instabilità interna alla coalizione e nel Paese.
La sfida del Partito Democratico costituisce per tutti occasione di riflessione. Per noi democratici è la sfida verso l’unità non la solitudine. L’unità che non si sgretola perché il collante è la voglia di cambiare, insieme, l’Italia. Le liste PD avranno bisogno del nostro sostegno pieno, del nostro lavoro ed impegno, della nostra convinzione.
Ventuno mesi di legislatura non hanno indebolito il significato della rappresentanza eletta dall’estero: hanno confermato che ancora il sistema politico italiano, nel suo complesso, non ha recepito le novità di questo momento politico-culturale. L’attività parlamentare è stata intensa a sostegno delle scelte e degli indirizzi del Governo Prodi. Nella finanziaria 2007 abbiamo contribuito al risanamento dei conti pubblici, a far ripartire la lotta all’evasione fiscale, a fare le liberalizzazioni, ad estendere le detrazioni per carichi di famiglia ai residenti all’estero. Abbiamo evitato i tagli ai capitoli di bilancio del Ministero degli affari esteri ed investito nuove risorse per la rete commerciale all’estero, per la scuola e la cultura e per l’assistenza sanitaria ai connazionali indigenti. Nella finanziaria 2008, dopo il decreto fiscale ed il protocollo sul welfare che ha aumentato le pensioni anche per i residenti all’estero, abbiamo ulteriormente aumentato le dotazioni dei capitoli degli esteri di 32 milioni di euro. Ed abbiamo chiesto al Governo di raccogliere la sfida verso l’obiettivo della parità di trattamento per quanto riguarda l’ulteriore detrazione ICI, la puntuale verifica reddituale per i pensionati residenti all’estero anticipata da una sanatoria degli indebiti, l’utilizzo del modello 730 per la dichiarazione dei redditi del personale impiegato da amministrazioni che sono sostituiti d’imposta, il potenziamento della rete diplomatico-consolare e la ratifica di importanti convenzioni internazionali.
L’azione del Governo non ha sempre dato le necessarie risposte alle richieste della rappresentanza parlamentare degli eletti all’estero anche per i diversi ruoli e le diverse responsabilità che rivestono Governo e Parlamento. La debolezza della coalizione, la risicata maggioranza al Senato, l’attacco costante dell’opposizione su ogni singolo aspetto – anche sugli aumenti ai capitoli per l’estero, tacciati di costituire merce di scambio – sono altre ragioni addebitabili ai ritardi su alcune questioni. Tra le proposte più significative e sulle quali il PD deve riprendere la propria azione, vi sono: cittadinanza e riapertura dei termini per il suo riacquisto, immigrazione e diritti di partecipazione, riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, conferenza dei giovani, partecipazione del personale a contratto alle elezioni per il rinnovo delle rappresentanze sindacali, riforma della legge 153/71 su diffusione di lingua e cultura italiane all’estero, riordino delle carriere per il personale a contratto e l’assegno di solidarietà per i connazionali emigrati indigenti.
Le scelte dei prossimi giorni – la selezione dei candidati, le proposte programmatiche, la campagna elettorale – peseranno molto sulle possibilità concrete di eleggere un deputato ed un senatore nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide (D). Avranno conseguenze anche sulla nostra capacità – prospettica – di costruire un Partito Democratico forte, attraverso i propri circoli all’estero, ed un PD che continui anche in futuro ad essere punto di riferimento per associazioni e persone che intendono trasformare il loro impegno sociale, culturale e politico in un progetto che leghi sempre più gli italiani ovunque essi vivano nel mondo.


On. Marco FEDI
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lunedì 11 febbraio 2008

"La virgola": prospettive per le prossime elezioni

Il collante, le idee e le coalizioni
La campagna elettorale dell’aprile 2006 vide l’Unione impegnata, in Italia e all’estero, nel compito difficile di sconfiggere la CdL di Berlusconi. Il collante ha retto fino all’insediamento delle Camere e poi, giorno dopo giorno, abbiamo assistito al deterioramento della coalizione di centro sinistra. Tutti hanno dato il loro contributo a questa opera di continuo logoramento. Certamente la caduta del Governo va addebitata, senza ombre e scrupoli, a Mastella, Dini, Fisichella, Turigliatto, nomi assunti alle cronache per aver, prima o dopo, in maniera seria e coerente con le proprie idee, come per Turigliatto, o in maniera poco trasparente o peggio, legata ad interessi di bottega, tradito il mandato elettorale ottenuto proprio grazie all’Unione. Ma gli attacchi, gli ostacoli, le dichiarazioni negative sulla legislatura sono arrivate da Bertinotti che a inizio d’anno ha decretato la “fine della legislatura” dal punto di vista politico, dai comunisti italiani che non hanno voluto la riforma elettorale, dallo stesso Partito Democratico che non ha fatto tutto ciò che avrebbe dovuto e potuto fare per evitare che le contraddizioni e tensioni che sarebbero emerse nel naturale corso degli eventi, con Veltroni impegnato a costruire un PD che ancora non esisteva, non intralciassero troppo la “quotidianità” del Governo Prodi, impegnato a tenere insieme una coalizione già eterogenea ed ancor più divisa sulla madre di tutte le riforme: quella elettorale. Legge elettorale che ha tenuto in vita partitini e singoli politici che per un’intera stagione non hanno fatto altro che ricattare il Governo Prodi e che oggi ripropongono soluzioni elettorali basate sullo stesso collante: l’antiberlusconismo.
Ma purtroppo per vincere non basta coerentemente correre da soli, come Partito Democratico, fare la conta delle tante sigle e siglette dell’armata della CdL e criticare l’armata brancaleone delle targhe e delle idee che si posizionerà sotto il comando di Forza Italia: dovremo dimostrare di avere un programma serio per l’Italia e per gli italiani all’estero, dovremo dimostrare di avere fatto una scelta che non trasferirà all’interno del Partito Democratico tutte le contraddizioni e tensioni che fino a ieri abbiamo condiviso con i nostri alleati, dovremo essere pronti a fare scelte coraggiose per un programma chiaro di governo. E dobbiamo parlare con tutte le forze di centro sinistra, che comunque ci sono vicine, prima di pensare ad un dialogo necessario, ma diverso, con le forze dell’opposizione di oggi. Queste le valutazioni che debbono portarci a fare una scelta seria nei prossimi giorni, nella individuazione dei candidati, nella preparazione delle liste e del programma. A Veltroni, come Italiani all’estero, dobbiamo chiedere un impegno in questa direzione.

Il tesoretto per i salari… o per Berlusconi?

Solo due battute a proposito di gestione finanziaria del Governo Prodi: i tecnici dei dicasteri economici hanno calcolato che tra tagli alle spese correnti e recupero da evasione fiscale il nuovo esecutivo potrebbe gestire un tesoretto pari a 10-12 miliardi che dovrebbe essere ridistribuito (così come dispone la Finanziaria) secondo un piano in tre capitoli: salari; lavori usuranti; rinnovo contratto statali. Non male dopo una prima finanziaria di tagli e sacrifici! Per gli italiani all’estero sono aumentati i capitoli di bilancio per la scuola, per la cultura, per la rete di tutela ed assistenza sanitaria, oltre alle detrazioni per carichi di famiglia e la detrazione ICI.

martedì 5 febbraio 2008

"La virgola": la vocazione a… vincere e quella a… perdere

Le elezioni anticipate, non a giugno ma ad aprile, appaiono, in questi giorni convulsi, sempre più probabili. I mandati esplorativi per governi istituzionali sortiscono effetti risolutivi solo quando si manifesta una volontà politica chiara delle forze politiche della ex-maggioranza e della ex-opposizione. Non solo questa volontà politica sembra non manifestarsi, ma si rafforza una vocazione alla vittoria che prende la mano, ed anche il cervello, di coloro che vedono l’osso del ritorno al governo come unico vero obiettivo da addentare e… dimenticano, ahimè, il passato, le cose dette e fatte solo alcuni mesi fa e sicuramente trascurano quel bene comune che dovrebbe essere il fine ultimo della politica.
Ricordate le divisioni interne alla ex-opposizione rispetto al lancio dell’idea berlusconiana del nuovo partito unico delle libertà? Le posizioni pro-referendum di AN? Quindi l’esigenza di fare la riforma elettorale. Non dimentichiamo queste cose. Eppure ora l’osso elettorale scatena la corsa alle elezioni senza riformare “la porcata” – senza padre e madre, perché rinnegata da tutti – eppure legge vigente con la quale si deciderà il futuro della governabilità del Paese.
Faccio questa riflessione solo per la storia: le elezioni anticipate sono un male perché in questo momento – insieme – era possibile, forse lo è ancora, contribuire a sbloccare l’Italia. Il ricorso anticipato alle urne – in ultima analisi – è un’affermazione di una democrazia con regole sbagliate. Chi insiste su questa strada afferma sì uno dei percorsi della democrazia – alla pari del formarsi di nuove maggioranze in Parlamento – ma in questo caso conferma anche gli errori delle attuali regole che la sottendono. E la democrazia è fatta anche di regole.
Si dirà: meglio avere la vocazione alla vittoria che quella a perdere! Forse è vero, come è vero che il centro-sinistra soffre della sindrome da sconfitta tanto che non riesce a stare insieme alla guida del Paese. Su un punto però occorre riflettere: la richiesta di fare le riforme che possono fare uscire l’Italia dalla instabilità politica e della situazione di blocco istituzionale in cui si trova – per cui il sistema non è riformabile perché c’è sempre qualcuno che blocca i cambiamenti – questa richiesta fino a ieri era sentita da tutti. Da chi rispondeva con equilibrio e ragionevolezza a Grillo e all’antipolitica, da chi riteneva che il danno causato dalla situazione di “stallo” fosse anche economico, che i ritardi nel rendere la politica efficace ed efficiente, capace di decidere, sono ritardi che bloccano il “sistema Italia” anche come sistema economico e produttivo. Questa richiesta è oggi del Partito Democratico, di Rifondazione Comunista, di pochi altri partiti e di donne e uomini di buona volontà.
Sarebbe davvero interessante che l’osso di oggi si trasformasse nel prezzo politico elettorale da pagare per aver voluto questa corsa verso le elezioni anticipate. Allora anche le aspirazioni a fare opposizione e a fare maggioranza risponderebbero ad una visione un tantino più alta della politica e del fare il bene comune.

mercoledì 30 gennaio 2008

"Un po' di spirito anglosassone farebbe anche all'Italia"

(Adnkronos) - "Della mia esperienza quotidiana di vita parlamentare do una valutazione negativa, così come negativo è il bilancio generale di una legislatura che si è conclusa anzitempo e in modo non certo esaltante", dice all'ADNKRONOS, Marco Fedi, dirigente d'azienda eletto nelle liste del centrosinistra nella circoscrizione D, quella che comprende Africa, Asia, Oceania e Antartide. Ma se la vita parlamentare non è stata entusiasmante, Fedi è comunque contento di aver vissuto un'esperienza, se pure limitata nel tempo, nell'arena politica. E lo rifarebbe: "sono a disposizione del partito – dice - se vorrà ricandidarmi, anche se sono convinto che il ricorso alle primarie sarebbe giusto anche per i candidati nelle circoscrizioni estere". "Ammetto che l'esperienza, per quanto importante e per certi aspetti interessante, è stata deludente sotto il profilo della concretezza, anche per i problemi dei nostri connazionali all'estero: abbiamo vissuto per 20 mesi in una situazione bloccata e ora l'unica soluzione possibile sembra, purtroppo, quella delle elezioni. Anche se nelle condizioni in cui versa il Paese il voto anticipato è sicuramente un danno per l'Italia. Se la politica italiana non affronta alcuni nodi cruciali del suo modo di essere, se non accelera sulle riforme, rischia di non essere in grado di assolvere il proprio compito". "Vengo da un Paese (l'Australia, ndr) in cui la politica dà risultati quotidiani e dove il Parlamento funziona. E poi esistono confini netti tra poteri, ognuno fa il proprio mestiere e lo fa al meglio, secondo il migliore spirito anglosassone. Un po' di quello spirito - sottolinea Fedi - farebbe bene all'Italia. Nella classe politica del nostro Paese ci sono certamente capacità, che spesso, purtroppo, restano inespresse. E soprattutto, la politica italiana è troppo autoreferenziale. Servirebbe più pragmatismo".

(Fer/Zn/Adnkronos)
27-GEN-08 16:05

"La virgola": riflessioni sulla crisi di governo

Da lunedì 21 gennaio, "Il Globo" di Melbourne ha iniziato ad ospitare una mia colonna settimanale. La rubrica è:

La virgola,
Un occhio attento alle cose italiane …Parlamentari e non …

L’Italia a … orologeria

Una crisi politica ad orologeria. Inizia alla Camera, dove il risultato – la fiducia al governo Prodi – è scontato, continuerà al Senato dove invece è scontato il risultato opposto. Nel frattempo le tesi sull’evoluzione della crisi si rincorrono. Un governo tecnico o un governo istituzionale, oppure le elezioni anticipate prima del referendum? Credo si possa dire che la legislatura è davvero arrivata al momento della verità: avrebbe un senso politico importante continuare l’esperienza dell’esecutivo Prodi se si riuscisse a garantire una fase politica bipartisan per fare le riforme. Non solo quella elettorale, ma le modifiche alla Costituzione ed ai regolamenti parlamentari per rendere davvero efficiente ed efficace il nostro sistema politico e dare nuova credibilità alla “politica”. Ma per conseguire questo obiettivo occorre una maggioranza determinata – che purtroppo non abbiamo – e un’opposizione equilibrata – che purtroppo non abbiamo! Pensate che in un momento di grande difficoltà istituzionale, prima ancora che politica, il leader dell’opposizione minaccia il ricorso alla piazza se non otterrà l’unico vero risultato che desidera da questa crisi: le elezioni anticipate!
In questo clima è davvero comprensibilmente difficile prevedere uno sbocco dalla crisi che consenta le riforme. Il rischio è di consegnare l’Italia ad una XVI legislatura marcata da analoghe instabilità, a partire dal risultato elettorale che potrebbe essere non cosi scontato, come alcuni pensano, a favore del centro-destra.
Un governo istituzionale può consentire di programmare – in un arco temporale ragionevole – la riforma della Costituzione già avviata alla Camera, con la riduzione del numero dei parlamentari, il Senato federale e maggiori poteri al Premier ed anche la riforma elettorale che a questo punto può davvero andare oltre dei semplici “aggiustamenti tecnici” e che richiederebbe quindi una qualificata maggioranza bipartisan.
“Intanto – scherza il sottoscritto – disdite affitti e tenete i bagagli pronti”.

Le ragioni della crisi

Il sostegno al governo Prodi da parte dell’UDEUR di Clemente Mastella è venuto meno nonostante l’espressione unanime della solidarietà umana e politica rispetto alle vicende giudiziarie che hanno colpito l’ex-ministro della giustizia e la sua famiglia. Sulle dichiarazioni rese da Clemente Mastella in aula a Montecitorio, in occasione delle sue dimissioni, era legittimo che chiunque potesse esprimere dissenso, poiché è assolutamente vero che ci si difende nei tribunali. È altrettanto vero che l’Italia ha bisogno di riforme anche per quanto concerne la giustizia e la sua amministrazione e che occorrono una solida maggioranza, un governo forte ed un sistema politico efficiente per dare garanzie di autonomia alla magistratura. La contraddizione di questa crisi è che il centro-destra ha dato prova, nella trascorsa legislatura, di non saper affrontare i nodi della riforma della giustizia dando queste garanzie eppure Mastella, con la crisi, rischia di riconsegnare l’Italia proprio al centro-destra, nonostante l’ottimo lavoro iniziato dal centro-sinistra e proprio dal suo dicastero. Legittimo allora pensare che dietro le posizioni mastelliane si celino altre due ragioni di crisi: la riforma elettorale osteggiata dai piccoli partiti e il riposizionamento politico-morale in un centro catto-clericale che è molto affollato quanto diviso e che le gerarchie ecclesiastiche, a partire dalla Cei, vorrebbero solidamente ed unitariamente impegnato a far regredire l’Italia sul fronte etico-sociale.
La battaglia per la sopravvivenza del governo Prodi è improba. Ma appare all’orizzonte un’altra grande battaglia di civiltà: quella per la laicità dello Stato e per garantire che l’Italia continui a progredire sul fronte delle politiche sociali.

martedì 22 gennaio 2008

"La virgola": la nuova rubrica di Marco Fedi su "Il Globo" di Melbourne

Da ieri, lunedì 21 gennaio, "Il Globo" di Melbourne ha iniziato ad ospitare una mia colonna quindicinale. La rubrica di "La virgola. Un occhio attento alle cose italiane …Parlamentari e non …"
Ecco il primo "assaggio".
L’ex Ministro Mastella e la giustizia italiana

Del Ministro Mastella ho apprezzato le dimissioni. Senso di responsabilità e senso dello Stato. Quando ha rassegnato le dimissioni, solo ora confermate, davanti a Deputati ignari della dimensione dell’indagine, ho anch’io pensato che potesse continuare nel suo incarico qualora l’indagine della Procura, con la richiesta degli arresti domiciliari, riguardasse solo la moglie. Pare ora che l’indagine sia molto più ampia ed investa molti dirigenti nazionali e locali dell’UDEUR. Non ho applaudito, in aula, nel momento in cui, da più parti, si attaccava la magistratura. Ma è vero che oggi occorre passare ad una fase di autentiche riforme per far rientrare nei limiti e nei confini costituzionali il potere politico e quello giudiziario. Quindi la parte dell’appello del Ministro Guardasigilli Senatore Mastella – in cui si torna a chiedere un’azione forte, politica e riformatrice, sul fronte delle intercettazioni telefoniche, sulla fuga di notizie dalle procure e sul miglior funzionamento della giustizia in Italia – trova il mio pieno sostegno.

Gli indebiti pensionistici INPS e l’Assegno di solidarietà

L’INPS invierà il conteggio ai pensionati! Positiva evoluzione dopo le critiche mosse da Parlamentari, Patronati e sindacati alla gestione poco trasparente delle comunicazioni d’indebito da parte dell’INPS. Il conteggio consentirà di capire quale reddito è stato valutato dall’Istituto e metterà sia i pensionati che i patronati in condizione di tutelarsi
contro errori e/o omissioni. Un’apposita circolare, inoltre, ricorderà a tutte le sedi INPS che occorre applicare sempre e comunque la legge senza sospensioni o richieste perentorie di restituzione: in altre parole, trattenute rateizzate fino ad un massimo di 1/5 della pensione, senza interessi legali e facendo salvo il trattamento minimo.
Intanto la III Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati ha dato parere positivo alla proposta di legge C. 3008 che prevede l’Istituzione di un assegno di solidarietà per i cittadini italiani, ultrasessantacinquenni, emigrati e residenti all’estero, che vivano in condizioni di indigenza. La XII Commissione Affari Sociali dovrà ora predisporre il testo per l’aula.

Sì ai quesiti referendari dalla Consulta… ora riforma elettorale o si vota per il Referendum tra aprile e giugno

Via libera della Corte costituzionale all'ammissibilità dei tre referendum sul sistema elettorale: la consultazione si dovrà svolgere per legge tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi. Questo, in estrema sintesi, il contenuto dei tre quesiti: il primo e il secondo abrogano l'assegnazione del premio alle coalizioni, sia alla Camera che al Senato. In questo modo il premio di maggioranza viene attribuito alla singola lista che abbia ottenuto il maggiore numero di seggi. La soglia di sbarramento viene elevata al 4% alla Camera e all'8% al Senato. Il risultato di queste proposte, nel caso che i referendum venissero accolti, sarebbe o dovrebbe essere un bipartitismo con tutela delle minoranze più forti (dunque non delle più deboli).
Il terzo quesito propone di cancellare la possibilità del candidato eletto in più circoscrizioni di optare per uno dei seggi ottenuti consentendo poi ai vari numeri due di subentrargli nei seggi che non vengono accettati. Con questo meccanismo, che sembra banale, un terzo dei parlamentari è stato scelto dai grandi capi eletti in più seggi. Se il referendum venisse accolto, la possibilità di candidature multiple alla Camera e al Senato sarà abrogata.

mercoledì 7 novembre 2007

"Gli italiani all'estero anche nel Parlamento riformato. La Finanziaria convince ma possiamo migliorarla"

È approdato in Aula alla Camera il Testo Unificato 553-A di riforma costituzionale che prevede importanti novità in termini di assetto istituzionale. Una riforma convincente la cui principale innovazione è l’istituzione, a fianco della Camera dei Deputati che avrà funzione legislativa, di un Senato federale, il quale andrà a sostituirsi a quello attuale, con il compito di concorrere a migliorare le proposte di legge in virtù delle istanze raccolte dai territori. Le differenti funzioni delle due Camere e la riduzione significativa del numero dei parlamentari taglieranno i costi e aumenteranno l’efficienza dei lavori, soprattutto per quanto riguarda i tempi.
Nell’ambito del dibattito sulla riforma, noi eletti all’estero abbiamo aperto una riflessione sul nostro ruolo, giungendo a conclusione che sia importante mantenere la nostra presenza invariata sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo. Le ragioni sono diverse per i due rami del Parlamento così riformato. Alla Camera la presenza degli eletti all’estero sarà in rappresentanza di italiani che – pur vivendo fuori dai confini nazionali – hanno lo stesso titolo dei loro connazionali residenti in Italia a intervenire nella formulazione delle leggi. Nel Senato federale, invece, la circoscrizione estero potrebbe essere assimilata a una Regione italiana e concorrere così alla composizione di questa camera, a seconda delle modalità che verranno individuate attraverso l’auspicata riforma della legge elettorale.
Non va negato che anche all’interno della maggioranza ci sono posizioni divergenti. Ad esempio, Rifondazione Comunista chiede l’abolizione della circoscrizione estero. Una posizione legittima ma che io non condivido. Sono fermamente convinto, infatti, che la rappresentanza degli italiani all’estero dia risposta al dettato costituzionale, oltre a fornire una voce diretta agli italiani nel mondo in un’ottica di democrazia partecipata. È pertanto erroneo sovrapporre la questione della circoscrizione estero a quella del voto agli immigrati regolari in Italia, come se fossero incompatibili. Anche io sono parte della battaglia per concedere a chi vive stabilmente nel nostro Paese, producendo reddito e pagando i contributi, il voto politico. Ma come tutti sanno questo è legato alla cittadinanza, a differenza di quello amministrativo che invece dovrebbe essere connesso alla residenza, come accade in ogni Paese civile e come è previsto della riforma della legge sull’immigrazione, la Amato-Ferrero. Perciò l’invito che faccio a chi osteggia il voto agli italiani all’estero da tali posizioni, è di evitare confusioni tra materie diverse e di unire gli sforzi perché da gennaio riparta con celerità l’iter della riforma della cittadinanza, che abbrevia i tempi troppo lunghi previsti per la sua concessione. A quel punto, ottenutala più rapidamente, anche gli immigrati potranno votare alle politiche. Ma come si vede, ciò non toglie nulla ai diritti degli italiani all’estero. Anzi, farsi carico della presenza degli italiani nel mondo, è utile al nostro Paese per meglio affrontare la questione della propria immigrazione interna con maggiore razionalità ed equità. Credo che la proposta della Commissione Affari Costituzionali per il mantenimento complessivo di 18 parlamentari con 6 deputati e 12 senatori possa ritenersi agganciata ai principi generali della riforma mantenendo una presenza importante nella Camera legislativa ed assicurando alle Regione Estero un rapporto altrettanto organico con il territorio. Il segnale al Paese, che include anche le nostre comunità all’estero, è quello di una riforma possibile: spero che l’opposizione possa raccogliere questo invito.
Nel frattempo la Finanziaria prosegue il suo iter al Senato. La giudico una buona manovra per la centralità del sostegno economico alle classi sociali più deboli e alle famiglie, senza dimenticare la rigorosa attenzione al risanamento dei conti pubblici.
Riguardo agli italiani all’estero, noi eletti in loro rappresentanza abbiamo presentato in Senato alcuni emendamenti, in parte accolti e in parte modificati. C’è in generale una proposta di aumento delle risorse per i capitoli di bilancio che riguardano gli italiani nel mondo. A fronte di un maggiore sostegno agli Istituti di cultura e della promozione della nostra lingua all’estero, registro invece una forte insoddisfazione per quanto concerne la sanatoria sugli indebiti pensionistici Inps e le risorse per il potenziamento della rete consolare. In ogni caso, io credo che questi temi debbano essere affrontati in via definitiva, aldilà delle singole Finanziarie, attraverso un percorso serio di riforme che razionalizzi l’uso delle risorse a disposizioni. Penso a quella della struttura del Ministero degli Affari Esteri, con particolare attenzione alle questioni della funzionalità per le nostre rappresentanze all’estero, e quella del loro personale a contratto, che va aumentato nel numero e va garantito nel godimento dei propri diritti sindacali.
7 novembre 2007

mercoledì 24 ottobre 2007

Intervista a tutto campo sull'attualità politica

Iniziamo con un commento sulle primarie. Come sono andate in termini di partecipazione?
È stata un’ottima giornata. Abbiamo lavorato per quello che realmente le primarie sono state, aldilà delle polemiche: la nascita di un nuovo partito e quindi l’invito a tutti coloro i quali si riconoscono in questa forza politica. Non era un appello a individuare i candidati per le prossime elezioni politiche. Era un appello a rafforzare il partito centrale del composito mondo del centro-sinistra, che è anche all’estero più ampio del solo Partito Democratico. In quest’ottica, che mi appare la più ragionevole, il risultato è stato estremamente positivo.
Prossimamente ci sarà l’adesione formale al Pd. È in corso un dibattito sulle sue forme. C’è chi propone un partito “fluido”, senza tesserati. Lei come la pensa?
Il mio timore è che il sistema politico italiano non è pronto per un partito senza tessere. Per una forma così rinnovata di dialogo con i propri sostenitori e di assegnazione dei propri incarichi, come quella presupposta da un’organizzazione senza tessere, non c’è bisogno di fare un partito. Sarebbe un ossimoro. È sacrosanto avere una visione nuova, ma bisogna anche avere la forza per sostenerla. Quindi, credo che per questa fase iniziale la soluzione più giusta e realistica sia quella di ricorrere al tesseramento. Proveniamo da esperienze in cui l’organizzazione era al centro del partito e del modo di fare politica con la gente, con i cittadini. Un partito organizzato in modo nuovo rappresenta una sfida e quindi dobbiamo ragionare su percorso per arrivare a questo obiettivo. Il Partito Democratico in sostanza dobbiamo ancora costruirlo.
Prossimo appuntamento il 27 ottobre a Milano per la Costituente. In cosa consiste?
Sarà un primo incontro che investirà Veltroni della leadership del PD e traccerà alcune delle linee guida del nuovo soggetto politico. Poi si terranno altre assise per decidere in materia di organizzazione e statuto del Partito. Anche noi delegati eletti all’estero stiamo scambiandoci opinioni per elaborare una proposta complessiva sia per quanto riguarda lo statuto del partito, sia per l’organizzazione sul territorio.
Va bene. Ma adesso quali sono le prospettive del PD e del suo leader? Come deve muoversi il sindaco di Roma?
Veltroni non è il premier-ombra. Egli è stato eletto segretario con un mandato ben preciso: costruire questo Partito, con un programma di governo che, nella logica delle alleanze, lo renda in grado di vincere le prossime elezioni politiche. Sono certo che Veltroni saprà lavorare bene su un percorso diverso da quello del Presidente del Consiglio. Prodi ha un ruolo di governo poiché è il primo ministro di tutto il Paese, oltre ad essere al contempo il leader di tutta una composita coalizione come l’Unione. Veltroni invece è il leader del Partito maggioritario nella coalizione, cosa ben diversa. È logico pertanto che ci possano essere delle differenze nel quotidiano tra l’operato di Prodi e le dichiarazioni di Veltroni. Tuttavia, aldilà delle malizie di alcuni, rimane scontato il sostegno pieno del PD al governo in carica.
Si parla molto in questi giorni di una caduta a breve dell’esecutivo, sulla Finanziaria ma anche su un qualsiasi provvedimento, vista la sempre più risicata maggioranza del centro-sinistra al Senato. Berlusconi assicura che ci saranno nuove elezioni in primavera, lasciando intendere di aver convinto dei senatori della maggioranza a passare all’opposizione. Il ministro Mastella quasi invoca un voto anticipato e non manca di lanciare moniti alla maggioranza e di polemizzare aspramente con il suo collega Di Pietro. Che cosa ci aspetta?
Intanto vorrei dire che sono profondamente amareggiato dal fatto che, ad un anno e mezzo dall’inizio della legislatura, l’opposizione di centro-destra non riesce ancora ad assumere un atteggiamento costruttivo sulle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno, da quella elettorale a quelle istituzionali. A segnali di apertura nei lavori di commissione, stanno seguendo ora nuove chiusure in Aula. Quello che però è ancor più grave è che ancora oggi si metta in discussione il risultato elettorale dello scorso anno e di conseguenza la titolarità di Prodi a governare. Per non parlare del fatto che Berlusconi rifiuta il dialogo anche con il PD, perché sostiene un governo definito illegittimo… Questo spettacolo non è degno di una democrazia matura.
Ma il governo cade o no?
Voglio completare il mio ragionamento. È proprio in virtù di tale atteggiamento irresponsabile dell’opposizione che ogni giorno che passa siamo di fronte a nuovi tentativi di “spallate”, “trappoloni”, “shopping di senatori” e via dicendo. Insomma, così facendo non si cerca, legittimamente, di mettere in crisi la maggioranza sui provvedimenti che giungono nella aule parlamentari. Mi spiego: se il governo cadesse su un voto importante sarebbe giusto fare chiarezza su quali forze politiche debbono assumersene la responsabilità. Quello che non ritengo accettabile è che si lavori nell’ombra per far cadere il governo solo con singole operazioni di trasformismo individuale. Essere senza vincolo di mandato per me vuol dire al servizio di tutta la collettività e non solo del proprio settore o categoria, ma purtroppo da alcuni viene percepito come la possibilità di trasferirsi quando e come si vuole dalla maggioranza all’opposizione per ricattare la prima. Sarà che ho fatto a lungo politica in un altro Paese, ma non posso non notare questo vizio peculiare italiano. Anche per questo sono certo che eventuali imboscate non saranno tese da nessuno degli eletti all’estero.
È a favore, quindi, di norme anti-ribaltone?
Lo ripeto: io trovo che sia innanzitutto una questione etico-politica, che non andrebbe nemmeno normata. Una cosa è spostarsi, in taluni casi circoscritti, da una forza ad un’altra all’interno della stessa alleanza. Altra è trasferirsi, in piena legislatura, dopo aver sottoscritto un programma, dalla maggioranza all’opposizione. Un fenomeno preoccupante.
Lei rimane un fedele sostenitore del governo Prodi. Per quali ragioni?
Date le condizioni che tutti conosciamo – una maggioranza risicata al Senato e una coalizione tanto ricca quanto litigiosa – mi sembra che Prodi sia riuscito a fare un piccolo miracolo. La prima Finanziaria è stata dura per rimettere a posto i disastrosi conti pubblici italiani ereditati dal precedente governo, secondo quanto chiedeva l’Unione europea di cui siamo parte. Ora passiamo ad una manovra come l’attuale in cui si inizia a restituire qualcosa a chi ha avuto di meno. Sono sicuro che se il governo rimarrà in carica fino al termine naturale della legislatura, se ne vedranno appieno i frutti.
Per la sinistra dell’Unione quanto fatto finora non è sufficiente. Un milione di persone sono scese in piazza a Roma per ricordare al governo gli impegni presi nel programma e auspicare una svolta a sinistra, in particolare su precarietà e previdenza sociale.
Ritengo legittime le sollecitazioni di chi pensa che l’asse del governo vada spostato più a sinistra. È giusto dire che, anche dopo l’aumento delle minime, le pensioni di molti anziani sono ancora troppo basse e che, sebbene sia stato varato il nuovo protocollo sul welfare, la precarietà lavorativa dei giovani sia ancora troppo diffusa. Ricordarlo, come fanno i manifestanti di Piazza San Giovanni è positivo e non rischia di far cadere il governo. Ma vorrei ricordare loro che, tenendo conto dei limiti citati, già sia stato fatto molto e che a partire da questa Finanziaria ci sarà un ulteriore passo in avanti. Le condizioni per proseguire, come maggioranza e come governo, ci sono. Bisogna assumersene tutti la piena responsabilità.
Concludiamo tornando sugli italiani all’estero. Cosa c’è di nuovo nell’agenda politica?
Apprezzo molto il nuovo atteggiamento di critica costruttiva del centro-destra, partito proprio dall’Australia. I temi su cui ci giungono sollecitazioni ad andare avanti sono quelli sui quali noi eletti all’estero del centro-sinistra stiamo lavorando dall’inizio della legislatura: la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza alla sanatoria degli indebiti pensionistici. Del resto, portare a casa risultati come questi sarebbe sì merito nostro, per aver portato avanti tali istanze, ma anche loro, se manterranno tale atteggiamento di apertura. Magari traducendolo in iniziative parlamentari,. Ma soprattutto sarebbe una vittoria della nostra gente, di tutta la comunità italiana all’estero, della quale noi siamo solo dei rappresentati. Voglio essere ancor più chiaro: non sarebbero vittorie individuali, né per un eletto di centro-sinistra né per uno di centro-destra, ma sarebbe un successo degli italiani nel mondo e del sistema politico italiano.
Veniamo nello specifico. Come siamo messi con la sanatoria Inps?
Dopo che l’insuccesso dello scorso anno, dovuto al taglio alle spese previsto nella Finanziaria passata, anche quest’anno stiamo tentando di inserire nella manovra un emendamento che preveda la sanatoria. Essendo questa una Finanziaria diversa rispetto alla precedente, le possibilità che questo emendamento venga accolto sono più ampie. L’emendamento dovrebbe iniziare il suo iter già al Senato, ma qualora non andasse in porto, lo riproporremo alla Camera con forza e determinazione.
E la riforma della cittadinanza quando vedrà la luce?
Vorrei ricordare che questo provvedimento, importante non solo per noi italiani all’estero ma anche per tutti gli immigrati in Italia, ci è fortemente richiesto anche dall’Europa. Stiamo lavorando perché a gennaio, quando riprenderà la discussione sulla riforma, il governo sia in grado di assicurare la disponibilità finanziaria che è mancata in passato.
Intanto, però, nella riapertura del dibattito sulle riforme alcuni hanno rimesso in discussione le circoscrizioni estere.
Ecco, io penso che radicare la rappresentanza eletta all’estero nel sistema istituzionale italiano sarebbe un’operazione politica importante. Serve ribadire le ragioni per cui noi siamo qui, evitando di retrocedere nel numero della nostra rappresentanza o addirittura riguardo alla sua stessa esistenza. Su questi aspetti noi eletti dell’Unione stiamo facendo un lavoro rilevante con la commissione Affari costituzionali, avanzando le nostre proposte nel contesto delle riforme istituzionali. La posizione che abbiamo affermato è quella riportata nel testo unificato 553-A della Commissione che prevede la conferma della rappresentanza della circoscrizione estero in 12 eletti alla Camera e 6 al Senato.

Lorenzo Rossi

Roma, 24 ottobre 2007

martedì 25 settembre 2007

"Alle primarie appoggio Veltroni"

Onorevole Fedi, anche lei aderirà al Partito Democratico. Si sentiva davvero la necessità di una ennesima forza politica nello scenario italiano?
Decisamente sì. In primo luogo, il Partito che nasce può allargare gli orizzonti, rapportandosi meglio a tante realtà politiche di altri Paesi a livello internazionale: dagli Stati Uniti dove c’è una formazione politica omonima, all’Australia dove il Partito Laburista ha all’interno sia le forze moderate che la sinistra. Ma soprattutto il Pd contribuisce al rinnovamento della politica italiana. Siamo consapevoli che non sarà la sua nascita a risolvere i problemi del sistema politico nazionale, ma certamente si va nella direzione di un rafforzamento dell’ipotesi bipolare che contribuisce alla semplificazione del quadro politico.

Quali sono i punti fondamentali del programma del Pd per gli italiani nel mondo?
Ancora è presto per parlare di un programma del Pd, e in ogni caso attualmente, nell’operato governativo e parlamentare, vale quello sottoscritto dalle forze dell’Unione. Certamente, però dovranno continuare a valere l’impegno per un piano di riforme e di investimenti dello Stato su scuola, lingua e cultura italiane, per la tutela sociale in particolare per i più disagiati tra i nostri connazionali all’estero, e per il rafforzamento dell’interscambio economico. Inoltre auspico che il Pd, anche grazie al contributo dei suoi sostenitori fuori dall’Italia, costruisca un rapporto più solido con le forze progressiste, di centro-sinistra e socialiste del mondo intero, sui grandi temi che ci riguardano tutti a livello globale: pace, sicurezza, diritti umani, lavoro. Questioni che toccano sì i governi nazionali, ma che nell’era della globalizzazione debbono essere sempre più gestite a livello sopranazionale.

Ma nel parlamento europeo esiste un gruppo del Partito Socialista cui la Margherita ha già detto di non voler aderire. Veltroni si sta spendendo per ora invano per fargli cambiare nome, con l’aggiunta dell’aggettivo “democratico”. Insomma, la collocazione del Pd è già difficile a livello europeo. O no?

Non è tanto importante la collocazione quanto la capacità di lavorare assieme sui contenuti. Non mi scandalizzerebbe se su molti punti programmatici concreti ci fosse un impegno congiunto tra le forze politiche socialiste e quelle moderate, in Europa e in generale a livello internazionale. È nel Dna del Pd avere dentro diverse correnti di pensiero. Certo, molte di queste posizioni apriranno un dibattito, ma credo che i partiti servano a questo: a trovare una sintesi.

Prendiamo la laicità. Come la mettiamo?
Come in Australia. Nel Partito Laburista ci sono posizioni che coprono un ampio spettro di vedute, come accade in Italia tra Ds e Margherita. Nonostante ciò si è trovata un’intesa comune. Cosa che dobbiamo fare anche da noi, per poi meglio dialogare con le nostre forze omologhe all’estero.

Veniamo alle primarie del 14 ottobre. Lei appoggia Veltroni. Perché?

Chiariamoci, tutte e sei le candidature alla segreteria nazionale sono valide. Il comitato che ho contribuito a mettere in piedi nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, scende in campo per Walter Veltroni perché a nostro modo di vedere l’attuale sindaco di Roma, con la sua capacità politica, può tenere insieme la varie anime del Partito Democratico, e mi riferisco non solo a quelle già esistenti, ma anche a delle nuove soggettività che riusciremo a portare dentro. C’è bisogno di una forte ventata di novità. Un contributo positivo può venire dalle donne. Ho subito ritenuto importante il fatto che il regolamento preveda che la metà dei candidati alla costituente siano donne. Mi auguro non sia percepito come un peso da nessuno.

Come si voterà all’estero?
Chiunque potrà votare a distanza via internet. Iscrivendosi prima del 14 ottobre, si riceverà una password tramite sms e quindi accedendo a un sito che a breve verrà segnalato si potrà esprimere la propria preferenza. L’iscrizione preventiva alle primarie, che non coincide con quella al partito, dovrebbe essere una garanzia di sicurezza. Ma voglio aggiungere qualcosa aldilà dei metodi di voto e delle candidature.

Aggiunga pure.

Io vorrei che in questo clima di antipolitica, il prossimo 14 ottobre sia una giornata in grado di riaffermare il valore della politica. Che la partecipazione democratica dei cittadini sia l’anticorpo all’antipolitica, nella quale spesso si insinuano anche i poteri forti.

E bastano le primarie?
No. Queste sono un momento essenziale di coinvolgimento reale dal basso. Ma non mi illudo. Credo che la priorità oggi siano le riforme. Parlo di quelle riforme che possono sbloccare lo stallo della politica italiana. È tutta qui, io credo, la ragione dell’antipolitica montante. Noi abbiamo una classe politica immobilizzata dalle eccessive litigiosità all’interno delle coalizioni e soprattutto dallo scontro tra maggioranza e opposizione. Questo continuo conflitto non aiuta a trovare un terreno sereno di confronto per cambiare in meglio il Paese.

Ma la cosiddetta antipolitica chiede altro. Che ne dice del V-Day di Beppe Grillo?
Mi chiedo che senso abbia promuovere un movimento segnato dal "vaffa": la raccolta firme su proposte concrete mi pare ragionevole, al punto che io stesso avevo risposto alle tre domande rivolte da Grillo ai parlamentari. Tre sì con alcuni distinguo. Sì all'ineleggibilità per i condannati in via definitiva con interdizione dai pubblici uffici. Sì al limite di due mandati: 10 anni sono tanti in Parlamento, anche se su questo punto vale la pena discutere trovando altri modi, altre vie, alla necessità di sbloccare il sistema politico per quanto concerne il ricambio generazionale della classe dirigente di questo Paese. Sì alla preferenza per lasciare liberi i cittadini di scegliere. Il Parlamento deve saper ascoltare ma non può tirarsi indietro dal compito di guidare la politica e con i movimenti, tutti, andrebbe avviato un confronto aperto ma chiaro nei rapporti che non possono essere fuori dalle logiche della politica e del confronto. Non certo con il “vaffa”! Sono convinto che l'antipolitica non sia utile ai cambiamenti "veri", una politica seria, che sia meno spettacolo e più fatti concreti, meno scontro e più confronto, meno ideologia e più riforme.

Però c’è grande disillusione sul ruolo dei partiti, che dovrebbero essere i soggetti in grado di raccogliere le spinte dal basso e tradurle in decisioni concrete.

È vero, i partiti hanno oggi un grande difetto: sono strutture pesanti che hanno organigrammi gerarchici e promuovono sostanzialmente se stessi. Invece dovrebbero promuovere le idee ed i valori di cui sono portatori ed essere più ricettivi nei confronti della società civile. È necessario che cambino in fretta, si alleggeriscano per stare al passo dei tempi di internet e della globalizzazione. Nonostante ciò, credo che non si possa invitare a distruggerli. È giusta l’autocritica ed è sacrosanta la spinta a cambiare i partiti, ma ricordiamoci sempre che essi sono lo strumento della politica democratica, alla quale non saprei proprio proporre alternative migliori.

Altro motivo di protesta dei cittadini sono i costi della politica.
D’accordo, il costo della nostra politica è troppo elevato. Ma se vogliamo tagliare questi eccessi e soprattutto rendere le istituzioni più efficienti e funzionali, l’unica soluzione sono le riforme, quelle costituzionali e quella elettorale, per fare le quali è necessario un atteggiamento più costruttivo da parte di tutte le forze politiche. C’è infatti una forte richiesta di funzionalità e semplificazione. L’opposto della situazione attuale nella quale i regolamenti pesanti di due Camere troppo identiche tra loro allungano i tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti.

Queste sono riforme istituzionali. E quella elettorale?
In realtà l’urgenza di una nuova legge elettorale è dettata soprattutto dall’instabilità che quella attuale ha provocato, come si vede al Senato. Non ci si può permettere di ritornare alle urne con questo sistema.

Quindi vede elezioni a breve? O se le augura?

Tutt’altro. Io credo che il governo Prodi debba lavorare fino al termine della legislatura. E non solo perché nella mia ripartizione sono stato il candidato di tutta l’Unione. Ma perché credo che solo portando a termine la legislatura si possano varare le riforme di cui parlavo.

Non crede però che poi i temi che toccano la gente siano altri, come ad esempio l’occupazione o la quarta settimana del mese?
Non c’è dubbio che bisogna riportare la discussione politica sui temi che stanno a cuore ai cittadini. Ma anche qui il governo e la maggioranza si sono mossi. Faccio un esempio. L’intervento di aumento delle pensioni non raggiunge tutti coloro che vivono in condizioni di difficoltà economica in questo Paese. Si può quindi fare di più, ma va riconosciuto che è un primo passo importante.

Gli aumenti pensionistici non sono un po’ poco?
Mi limiterò a ricordare alcune questioni che concernono gli italiani all'estero:, le detrazioni per carichi di famiglia, la riforma della cittadinanza (calendarizzata per il 28 settembre con la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana), la conferma degli impegni di spesa nel 2007 ed ora il progetto di finanziaria 2008 con la maggiore attenzione alla rete consolare. Insomma, non è possibile dire che non si è fatto niente.

La Finanziaria è in arrivo. Cosa bolle in pentola sul fronte degli italiani all’estero?
La Finanziaria la predispone il governo, è bene ribadirlo. Le nostre richieste sono note: vanno dalla sanatoria sugli indebiti pensionistici Inps fino all’assegno di solidarietà, dalla maggiore dotazione delle rete consolare all’implemento delle risorse per la promozione e la diffusione di lingua e cultura italiane. Alla Camera valuteremo il percorso per raggiungere questi obbiettivi, coordinando la nostra iniziativa con gli eletti all’estero del Senato, dove quest’anno inizierà l’iter della Finanziaria.

Un’ultima domanda. Cosa risponde alle riflessioni di Silvana Mangione del CGIE sulla riforma del voto all’estero?
A Silvana dico che non dobbiamo temere una discussione sulla riforma delle legge 459 del 2001. Anche perché se non affrontiamo i nodi posti dalle legge in vigore c’è il rischio di ritrovarsi di fronte a una replica degli stessi problemi già emersi. Noi eletti all’estero da tempi non sospetti non siamo soddisfatti dalle soluzioni individuate dalla legge attuale. Lo abbiamo segnalato già all’indomani delle prime consultazioni elettorali, cioè dopo i referendum e l’elezione dei Comites. Conosciamo i problemi reali legati a queste modalità di voto: dall’anagrafe dei residenti italiani all’estero fino alla tempistica del voto, dal materiale elettorale fino alle modalità della sua espressione. Come risulta dagli atti delle audizioni presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato della XIV legislatura, noi abbiamo subito proposto delle modifiche. All’amica Silvana Mangione dico inoltre che al mio appello estivo in tal senso ho ricevuto varie risposte, le quali entreranno a far parte di un ulteriore approfondimento tematico. Spero che insieme agli altri contributi che giungeranno, possano costituire una valida base di partenza per il lavoro di coordinamento sul tema che spetta ai due comitati per gli italiani all’estero di Camera e Senato.
Lorenzo Rossi

sabato 8 settembre 2007

Un forte impegno per la comunità italiana d’Australia e per rafforzare il collegamento con l’UE

Forte impegno per il coordinamento delle iniziative a sostegno della comunità italiana d’Australia, soprattuto sui temi prioritari della tutela della terza età e della diffusione della lingua e della cultura italiane, e rafforzamento, anche con progetti specifici, dei rapporti con l’Unione europea e con la rappresentanza UE a Canberra. Questi i risultati del secondo incontro del forum dei parlamentari italiani – Italian MP Forum – svoltosi venerdì 7 settembre a Canberra, nella sede del Parlamento nazionale.
Una giornata di lavori apertasi con un aggiornamento relativo all’attività parlamentare italiana, in particolare l’aumento delle pensioni basse appena votato dal Parlamento e la ripresa dell’iter, in Commissione Affari Costituzionali della Camera, della riforma della cittadinanza italiana con la riapertura dei termini per il riacquisto.
Il Senatore Nino Randazzo e l’On. Marco Fedi hanno illustrato gli aspetti centrali delle riforme in discussione oltre ad indicare i futuri impegni relativi alla riforma elettorale, al possibile referendum ed alla riforma dell’ordinamento dello Stato.
Il Forum ha poi ascoltato il Dott. Roberto Mengoni, in rappresentanza dell’Ambasciatore d’Italia, che ha illustrato la situazione dei rapporti bilaterali Italia-Australia e le opportunità createsi a seguito dei forti rapporti con le Regioni italiane, in settori strategici per il futuro dei due Paesi.
Il Forum ha incontrato l’Ambasciatore Bruno Julien, capo della rappresentanza dell’UE in Australia, che ha fatto il punto delle relazioni Australia-UE, concentrandosi sui programmi di scambio esistenti e sulle opportunità progettuali per il futuro, oltre che su aspetti e considerazioni di carattere generale che riguardano l’impegno comune per l’ambiente, per la pace e per lo sviluppo nell’area dell’Asia e del Pacifico.
Il Forum ha fissato un calendario di incontri per i prossimi dodici mesi, oltre ad indicare una rotazione tra le città australiane che li ospiteranno.

Nella foto: da sinistra il Senatore Nino Randazzo, i parlamentari Richard Dalla Riva (VIC), Danielle Green (VIC), Marco Fedi, Roberto Mengoni in rappresentanza dell’Ambasciata Italiana, John D’Orazio (WA), il Commissario europeo Ambasciatore Bruno Julien, Don Nardella (VIC), Vicki Dunne (ACT), Tony Piccolo (SA) e Amanda Fazio (NSW).

venerdì 17 agosto 2007

Le mie proposte di modifica alla legge 459 del 2001 sul voto all’estero

Una riflessione ed un invito: a predisporre un testo di modifica della legge 459 del 2001 attraverso una consultazione con i lettori, con la comunità italiana, le associazioni, con i Comites e il CGIE. Chiunque sia interessato a proporre soluzioni alternative può inviarle direttamente al mio e-mail (fedi_m@camera.it) oppure inserirle nel blog (http://www.marcofedi.blogspot.com/) oppure inviarle per posta a Marco Fedi, PO Box 247 Essendon North Vic 3041.

Anagrafe unica: credo si debba realizzare in ogni caso un elenco degli elettori che sia aggiornato e che costituisca un affidabile strumento anche di comunicazione con gli aventi diritto al voto, anche in occasione delle consultazioni amministrative ed europee. In questo senso sono convinto si renda necessaria una riforma della legge, che istituisca l’elenco degli elettori a cui ci si iscriva liberamente – mantenendo inalterata la possibilità di esercizio dell’opzione per coloro i quali desiderano rientrare in Italia per esprimere un diritto di voto sancito dalla Costituzione – e garantisca quindi sia la correttezza del recapito postale per tutte le comunicazioni che per l’eventuale voto per corrispondenza, se questa modalità sarà confermata.

Modalità di voto: il voto per corrispondenza, se confermato, può essere migliorato dal punto di vista della personalità. Sarebbe sufficiente chiedere all’elettore di scrivere, nella parte inferiore del certificato elettorale, quella che viene restituita con il plico contenente le schede votate, il proprio numero di passaporto o di carta d’identità o altro documento d’identità verificabile dalle autorità consolari, con la firma dell’elettore stesso.
Non potranno mai essere garantite, appieno, la segretezza e libertà del voto, per la semplice ragione che l’invio postale del materiale elettorale, la disponibilità piena di tutto il materiale elettorale da parte dell’elettore – quindi la totale e piena fiducia che andrebbe riposta nell’esercizio personale, libero e segreto del diritto di voto da parte dell’elettore senza avere strumenti di verifica e controllo – richiede un elemento di totale assunzione di responsabilità da parte degli elettori. È evidente quindi che il sistema politico deve assumere questo elemento come proprio e non può utilizzarlo – se non nei casi in cui la magistratura rilevi brogli elettorali – a proprio piacimento a seconda di quello che è o sarà il risultato elettorale.

Seggi elettorali: il voto nei seggi – peraltro già sperimentato prima dell’entrata in vigore della legge 459/2001 per l’elezione dei Comitati degli Italiani all’Estero – ha come unico limite la raggiungibilità dei seggi da parte degli elettori. È necessario quindi prevederne un numero tale da garantire accessibilità al voto sul territorio, ed è credo necessario, in conseguenza di questa dislocazione su territorio straniero, raggiungere accordi diversi da quelli siglati con i Paesi interessati dal voto. Il seggio elettorale è l’unico metodo elettorale che può garantire, appieno, la personalità, libertà e segretezza dell’esercizio del diritto di voto.

I temporaneamente all’estero: è necessario individuare una soluzione. Non è facile comprendere per quale ragione solo i militari o il personale delle pubbliche amministrazioni italiane possa votare per la circoscrizione estero – cosa altrettanto discutibile trattandosi di italiani comunque temporaneamente all’estero – mentre non possono votare coloro i quali, per ragioni di lavoro, personali o per turismo, si trovano all’estero in occasione di consultazioni elettorali.
Mi rendo conto della necessità di iscrizione nell’elenco degli elettori e di evitare che elettori possano votare due volte, ma l’iscrizione potrebbe avvenire al seggio e la trasmissione dell’avvenuta partecipazione al voto può arrivare al Comune italiano immediatamente.

Le operazioni di scrutinio: è possibile prevedere lo scrutinio in quattro località italiane, una per ciascuana delle ripartizioni elettorali, oppure presso i Consolati.

Per quanto concerne le problematiche relative all’esercizio in loco del diritto di voto rimando alla lettura del verbale dell’audizione del 28 luglio 2004 presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato in cui vennero rilevate alcune delle problematiche organizzative legate al voto e l’incontro-dibattito organizzato dalla Fondazione Agnelli subito dopo l’insediamento del Parlamento in cui le forze politiche si impegnarono a lavorare ad una modifica della legge ordinaria.

SENATO DELLA REPUBBLICA - XIV LEGISLATURA
1ª COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, affari della Presidenza del Consiglio e dell’interno,
ordinamento generale dello Stato e della Pubblica Amministrazione)
INDAGINE CONOSCITIVA SULLE MISURE DA PREDISPORRE PER LO SVOLGIMENTO DELLE CAMPAGNE ELETTORALI E L’ESERCIZIO DEL DIRITTO DI VOTO NELLA CIRCOSCRIZIONE ESTERO
7º Resoconto stenografico
SEDUTA DI MERCOLEDI` 28 LUGLIO 2004
Presidenza del presidente PASTORE


FEDI. In aggiunta a quanto già sottolineato dal dottor Narducci credo di dover evidenziare due questioni. La prima riguarda anch’essa un problema sostanzialmente di natura politica e cioè la gestione e la collocazione dell’anagrafe unica, se e quando riusciremo a realizzarla. È evidente che il Consiglio generale degli italiani all’estero auspica che il Ministero degli affari esteri possa gestire quanto meno l’aggiornamento di questa anagrafe, anche se collocata presso il Ministero dell’interno. La seconda questione che abbiamo posto con notevole forza ha anch’essa carattere politico e attiene al tema dell’informazione, particolarmente sentito nei paesi anglofoni, e riguarda soprattutto RAI International.
Sotto questo profilo va evidenziato il problema del Canada – ovviamente noto a chi si occupa dei problemi degli italiani all’estero – che deve ovviamente trovare una soluzione oltre che nel caso di specie, anche in senso generale, giacché investe il modo con cui l’Italia fa informazione all’estero a ridosso di importanti appuntamenti elettorali. Siamo insoddisfatti per come è avvenuta la campagna d’informazione in occasione dei referendum – in quel caso del tutto assente – e delle elezioni per il rinnovo dei Comites, anche se in questo frangente qualche iniziativa è stata comunque realizzata. La nostra insoddisfazione trae origine dalla mancanza di un coordinamento e di una articolazione della campagna informativa, proprio tenuto conto delle diverse esigenze da considerare e cioè, in primo luogo, della necessità di richiamare l’attenzione degli italiani all’estero rispetto al diritto-dovere di aggiornare l’anagrafe, ma anche sui tempi e sulle modalità dell’esercizio di voto e, infine, sui contenuti e sulle liste dei candidati.
Il problema di RAI International da questo punto di vista è centrale e non riguarda soltanto le risorse, ma anche l’esigenza di una revisione dell’impianto complessivo di questa struttura soprattutto per quanto riguarda i paesi anglofoni, dove ancora non siamo riusciti a risolvere una serie di problemi che vanno dalla fruibilità e quindi dalla possibilità di captare il segnale (Canada), all’opportunità di realizzare palinsesti specifici per evitare quello che oggi invece accade, cioè che il segnale RAI in alcuni Paesi arrivi agli orari più strani.
Quanto alla questione della segretezza – in risposta al quesito posto dal Presidente – abbiamo ragionato a lungo innanzi tutto sull’esigenza di avere accurati sistemi di verifica a campione. La nostra rete consolare sostanzialmente non è in grado di assolvere a questo compito per carenze strutturali, ma anche per il problema dei contrattisti, prima evidenziato e che si ripropone oggi con forza, rispetto al quale abbiamo già richiamato l’attenzione del Governo affinché ci venga data qualche indicazione, pur nella consapevolezza dei limiti che la prossima manovra finanziaria porrà per il 2005.
Sulla questione della verifica a campione non posso che sottolineare la necessità di campionare in qualche modo gli indirizzi degli elettori. Per quanto riguarda i Pesi anglofoni le aziende private che hanno gestito l’invio del materiale elettorale in busta non sono riuscite, visti i tempi molto ristretti, ad effettuare una sufficiente campionatura; si sono quindi verificati casi di plichi contenenti più di una scheda elettorale o più di un certificato elettorale, con la conseguenza che qualcuno ha ricevuto la busta con la scheda ma senza il certificato o viceversa. I problemi organizzativi di questo tipo non preoccupano eccessivamente, ma ritengo che, considerata l’incidenza del problema, una campionatura per quanto attiene la distribuzione postale e quindi la consegna della documentazione elettorale agli elettori vada comunque effettuata; come pure va predisposta qualche forma di ricevuta o riscontro, da parte dell’Ufficio elettorale che ha sede presso il consolato, che certifichi l’avvenuta votazione.
Riteniamo altresì che le modalità del voto possano essere migliorate dal punto di vista organizzativo; in tal senso potrebbe risultare utile sia l’inserimento, sulla busta che contiene la documentazione elettorale, del tagliando che va poi staccato, sia l’apposizione della firma quale ulteriore strumento per limitare eventuali frodi. Nei paesi anglofoni chi vota per corrispondenza è tenuto ad apporre la propria firma sulla busta contenente la scheda; anche questo è un modo per controllare che effettivamente l’elettore abbia esercitato il proprio diritto di voto. Sulla busta viene quindi applicato il tagliando con la firma ed un codice a barre che in un sistema informatico efficiente dovrebbe poter facilitare anche la fase di spoglio
delle schede, che fino ad oggi ha richiesto un notevole impegno. In questo modo è possibile effettuare dei riscontri immediati, evitando cosi il gran numero di schede nulle che abbiamo registrato ad esempio in occasione del rinnovo dei COMITES, in cui una delle ragioni di nullità del voto è stata proprio la mancata inclusione del tagliando nel plico elettorale rinviato.

CAROZZA. Potrei sottoscrivere tutto ciò che è stato detto in relazione all’anagrafe, che rappresenta il problema principale. Infatti, è sicuramente molto grave che un milione di persone non abbia potuto votare. Tra l’altro, bisogna considerare che al milione di italiani che non risulta nelle liste elettorali si devono aggiungere anche tutte le persone i cui indirizzi sono sbagliati; quindi, la quantità di italiani che non possono essere raggiunti aumenta in modo considerevole. Potrei sottoscrivere anche quanto è stato affermato in relazione alla segretezza e alla certezza del voto. Ritengo, però, che potremmo rimediare ad alcune disfunzioni di carattere tecnico con facili accorgimenti, sulla base anche dell’esperienza vissuta. I fatti verificatisi in Europa, e in particolare in Belgio, ma anche nei Paesi non europei, sono al limite della frode e dell’imbroglio organizzato. Credo che possa essere considerato accettabile il fatto che, in un modo più o meno consensuale, qualcuno voti al posto di un altro: ad esempio, si è verificato il caso di mogli che hanno votato al posto del marito oppure di genitori che hanno votato, con o senza consenso, per i figli che studiano in un altro Paese. Questo non è accettabile dal punto di vista etico, ma non è un imbroglio organizzato.
Abbiamo il dovere, invece, di segnalare gli imbrogli organizzati. Abbiamo assistito, ad esempio, a situazioni nelle quali i postini sono stati derubati delle buste; a volte le buste, che per la loro dimensione non entrano nella buca delle lettere, venivano lasciate all’interno dei condomini e sparivano. Abbiamo avuto segnalazioni (il fenomeno è stato sottolineato anche questa mattina in Consiglio generale) di funzionari dello Stato che hanno contribuito agli imbrogli. L’esperienza accumulata mi porta a sottolineare l’opportunità che il Parlamento, e nello specifico il Senato, prendano coscienza del fatto che i consolati, cosi come sono organizzati, nella stragrande maggioranza dei casi non possono continuare a svolgere il lavoro che è stato principalmente loro assegnato (rilascio di passaporti e quant’altro) e contemporaneamente assolvere alla funzione di ufficio elettorale, nonostante occorra dare atto ai consolati dello sforzo sovrumano compiuto in tal senso.
Non ritornerò sul problema dell’anagrafe che è stato evidenziato anche per quanto riguarda le altre aree geografiche. Va detto, però, che tale problema nel caso dell’Europa risulta ancor più grave visto che i connazionali che vi risiedono si recano meno frequentemente nei consolati rispetto a quelli dei Paesi extraeuropei; ne consegue che ad esempio la segnalazione di un cambiamento di indirizzo diventa in tale contesto ancora più rara.
Ne mi soffermerò sulla questione della segretezza, che a mio avviso va posta dai livelli più bassi a quelli più alti, per segnalare invece il problema dell’invio della scheda elettorale. Nella maggior parte dei casi la distribuzione di questo materiale è stata affidata a ditte private e quindi gli stessi tipografi che hanno stampato le schede hanno poi provveduto alle spedizioni. È stata l’Amministrazione dello Stato a fornire gli indirizzi completi alle ditte – immagino con tutte le garanzie – che sono state incaricate di spedire le relative buste, ma dell’effettiva spedizione non abbiamo però alcun riscontro, non trattandosi di invii registrati o di raccomandate. Mi sembra al riguardo importante segnalare che vi sono stati casi – che immagino non si verificheranno nella circoscrizione estero in occasione delle elezioni politiche – in cui le ditte private hanno confuso le diverse circoscrizioni consolari per cui è capitato che elettori di una certa circoscrizione abbiano ricevuto la scheda elettorale relativa ad altra circoscrizione. Sono pertanto d’accordo con il dottor Narducci quando afferma che se non si porrà rimedio alle questioni principali quali quelle della anagrafe, della certezza del voto, dell’invio e del ricevimento della documentazione elettorale, si rischia di incorrere in situazioni che certo non ci fanno onore e che non ci fanno guadagnare in termini di immagine ne come comunità, ne come Paese, considerato che questi fatti hanno ripercussioni sulla politica e sulla stampa locale.

Atti dell’incontro
Protagonisti del voto italiano all’estero.
Una lettura culturale del comportamento elettorale
Camera dei Deputati, Roma, 12 giugno 2006
a cura di
Maddalena Tirabassi

On. Marco Fedi, Unione, Circoscrizione Asia, Africa, Oceania
Grazie alla dottoressa Tirabassi, anche per l’eccellente presentazione, e alla Fondazione Agnelli per aver dedicato questa prima giornata di studio alle questioni degli italiani nel mondo e in particolare al risultato delle recenti elezioni politiche.
Voi mi perdonerete se io partirò con alcune considerazioni di carattere politicoculturale, prima di rispondere ad alcuni dei giusti quesiti che la dottoressa Tirabassi ci ha posto. Lo faccio per due ragioni: la principale è che ho la preoccupazione che in questa situazione emersa dopo il voto, in particolare sui mezzi d’informazione in Italia, soprattutto a livello politico, questa esperienza rischi di non radicarsi come dovrebbe. Invece noi vorremmo radicarla nel sistema politico e nel sistema elettorale italiano.
La seconda questione risiede nelle ragioni che hanno portato questa rappresentanza politica nelle istituzioni italiane. Tali ragioni, credo, non siano ancora state comprese e condivise da tutti. Spero dunque che in questa aula non siano solo presenti gli addetti ai lavori, che sono spesso ben a conoscenza della storia del percorso che ci ha portato al risultato di oggi, ma che siano presenti anche persone che forse lo conoscono meno e, allora, il mio intervento avrà anche il senso di una ricostruzione di questo percorso.
Credo davvero che sia importante partire da ciò che ha funzionato. Dal fatto che, con difficoltà che non dobbiamo affatto nascondere, non le nascondo io anche perché le ho vissute, ma difficoltà che non cambiano in nessun modo il risultato finale, abbiamo eletto per la prima volta nella storia della Repubblica e dell’emigrazione italiana nel mondo 18 parlamentari che contribuiranno ad arricchire il Paese di un’esperienza davvero nuova e davvero unica. Non si tratta solo di esperienza, si tratta di un modello di integrazione che potrebbe essere utile quanto meno a livello di riflessione politica – anche perché non proponiamo che l’Italia copi i modelli di altri paesi – per avviare anche in questo Paese un’evoluzione dell’identità individuale e collettiva. Non è sicuramente una coincidenza che, sia il mondo accademico che quello dell’informazione all’estero, sicuramente in Australia, non posso parlare per tutti gli altri Paesi in cui c’è stata partecipazione al voto, abbiano avuto un interesse decisamente superiore dal punto di vista qualitativo. Un atteggiamento del mondo accademico, a parte la Fondazione Agnelli unica eccezione in Italia, e dal punto di vista dell’informazione mediatica, l’atteggiamento dei mezzi d’informazione australiani è stato decisamente superiore dal punto di vista qualitativo. Vi cito alcuni dei titoli apparsi sui principali quotidiani, sui principali network pubblici e privati di un grande paese come l’Australia: “La nuova cittadinanza globale o universale”, “Un modello interessante di rappresentanza”, “Il modello Italia, un ponte tra culture e relazioni”, “Una fase nuova dei rapporti tra gli Stati che passa per l’emigrazione e le comunità italiane nel mondo”, “Un modello italiano di nuova penetrazione culturale ed economica”, “Le nuove frontiere glocal, locali e globali dell’Italia”. L’informazione italiana, secondo le peggiori tradizioni, ci ha riservato un trattamento tra la descrizione di un folklore ormai tramontato anche all’estero e una presunta inattendibilità delle nostre scelte politiche o di coalizione . Perché anche questo s’è detto. Molte delle domande ai nostri rappresentanti politici eletti vertevano su questo nostro sentirci vicini ad una coalizione, ad una forza politica, domanda che non verrebbe posta comunemente ad un deputato o senatore eletto in Italia. E in qualche caso: lo scherno e la derisione. Insieme alle vere e proprie accuse di frode elettorale che in qualche misura si riflettono negativamente non solo sui Ministeri degli esteri e dell’interno, ma anche su di noi. Per finire con la telenovela del “non pagano le tasse”: a questo proposito ho avuto modo di sostenere in molteplici occasioni che siamo tutti soggetti fiscali e d’imposta, nella misura in cui le leggi e le convenzioni bilaterali, che anche l’Italia ratifica ogni tanto, ci consentono di esserlo.
In altre parole, pagherei l’Ici se fossi titolare di un immobile, pagherei l’Irpef in Australia se producessi in Italia reddito in un periodo annuo inferiore a centottanta giorni, perché questo è quello che recita la convenzione bilaterale Australia-Italia, contro le doppie imposizioni fiscali, firmata a Canberra nel ‘88. Conosco questo aspetto perché ce ne stiamo interessando ora, per capire dove dovremo pagare le tasse noi eletti per la prima volta in Italia. In altre parole, solo l’ignoranza di chi non conosce la legge può spingere qualcuno ad argomentazioni di questo tipo, senza ricordare che le ragioni di questa nostra rappresentanza sono quelle che indicavo prima e dobbiamo crederci in quelle motivazioni, non possiamo crederci solo noi, deve crederci l’Italia, devono crederci il sistema politico italiano, il sistema dei partiti e quello delle forze politiche. E non sono certamente quelle ragioni legate a questioni di carattere fiscale. Che cosa non ha funzionato invece? Chi di noi ha seguito la vicenda dell’esercizio in loco del diritto di voto, formulazione corretta e nata proprio durante il governo di centro sinistra con l’onorevole Fassino sottosegretario agli Esteri e tesa a far apparire che si voleva solamente superare l’ostacolo della distanza, sa che ciò non consentiva di fatto un voto, già garantito dalla costituzione . Andammo oltre. Pensammo in pieno maggioritario di dare un senso al voto con la rappresentanza diretta di comunità che chiedevano di avere una voce. Dicemmo anche che questa soluzione garantiva tutti: le comunità che acquistavano rappresentanza diretta in Parlamento e le istituzioni che si sentivano in qualche modo protette dal numero limitato di parlamentari e dal fatto che non si andavano a mettere in discussione i collegi in Italia con il voto dei non residenti, in una logica maggioritaria che in qualche modo affidava al parlamentare eletto una rappresentanza anche territoriale. Il parlamento, con la maggioranza di centro sinistra, votò in doppia lettura le modifiche costituzionali, con un concorso di tutte le forze politiche che si riconoscevano in quel disegno di politica costituzionale. Tutto ciò nonostante le posizioni trasversali di parlamentari di alcuni partiti, non riconoscentisi in questa soluzione, legittimamente, con i quali il confronto fu aperto e sereno e deve esserlo anche oggi.
Successivamente, con la legge ordinaria approvata con il centrodestra al governo, furono adottate le modalità tecniche con il voto per corrispondenza. In quella occasione ricordo a tutti alcune questioni che noi sollevammo come rappresentanti degli italiani all’estero in un organismo che esisteva allora ed esiste anche oggi: il Consiglio Generale degli Italiani all’estero. Alcuni di noi sostennero il voto presso i consolati, anziché per corrispondenza, la realizzazione di un’anagrafe unica, volontaria, a cui i cittadini si iscrivessero dopo un’intensa campagna d’informazione che comunque venne realizzata all’indomani dell’approvazione della legge 459/2001. Noi ritenevamo che la campagna di informazione dovesse essere diretta a sollecitare questa iscrizione volontaria in un elenco degli elettori nuovo, in cui ci si iscriveva volontariamente, superando il problema dell’aggiornamento di due anagrafi sostanzialmente, dell’incrocio di esse: l’anagrafe consolare e l’Aire, tenuta dai comuni. Successivamente alle prime esperienze di voto, proponemmo una serie di accorgimenti tecnici per migliorare le modalità di voto, alcune a costo zero. In alcuni paesi, dove il voto per corrispondenza è adottato come sistema di voto nel paese, nella legge elettorale, si vota comunemente. Nessuno penserebbe mai di accusare di brogli elettorali, però ci sono alcuni accorgimenti che noi proponemmo al Ministero degli esteri, ovviamente inascoltati. Non entro nel merito di queste proposte, le faremo in sede di discussione di miglioramento delle modalità di voto, per rendere il voto ancora più importante e significativo. La realizzazione di un’anagrafe unica, costantemente aggiornata direttamente dai consolati, anziché dalle attuali lunghe procedure di trasmissione ai comuni italiani. Un’anagrafe che deve essere aggiornata non solo per il voto, ma per capire davvero bene chi siamo, dove siamo, e dove vogliamo e possiamo arrivare. Primo punto, alla domanda: “Chi sono gli italiani all’estero?” mi sento di dare una risposta. Alla seconda “Chi sono gli elettori, il profilo dell’elettore” già di meno: potrei dare una risposta mia, a pelle. Perché non abbiamo i dati del Ministero degli esteri. Quindi da questo incontro di oggi rivolgiamo una richiesta comune al Ministero degli esteri o dell’interno affinché anche su questa dimensione si abbia in maniera molto chiara il senso vero di chi ha votato, e su questo si possano fare ricerche volte a capire davvero quali siano i flussi elettorali e che cosa accade nelle nostre comunità nei momenti importanti di confronto come quelli elettorali. Il governo non ci ha dato ascolto: si vota per la 5° volta e le procedure e le modalità sono sostanzialmente le stesse. Vorrei dire subito che le inefficienze del sistema, le lentezze nell’aggiornamento, le lacune organizzative nulla tolgono al risultato conquistato nelle elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento italiano. Anzi aggiungono a tutti, ai candidati, alle coalizioni, a tutti i partiti in campo. Aggiungono il riconoscimento di aver lavorato intensamente, di aver svolto anche quel servizio di informazione assente da parte delle istituzioni, di essere stati una sorta di sostituti di informazione a causa di una rete consolare messa in ginocchio dai tagli ripetutamente avvenuti nel corso delle ultime finanziarie, quindi impossibilitata materialmente a svolgere quel lavoro che avrebbe dovuto svolgere. E ora noi, parlamentari della Repubblica, deputati e senatori eletti all’estero, per questa prima volta da rappresentanti della nazione, una nazione grande quanto il mondo, dovremmo riuscire a dare davvero quel contributo di idee di cui l’Italia ha bisogno. A questo nostro dovere non ci sottrarremo, coscienti che, insieme, possiamo migliorare davvero la qualità del lavoro di questa rappresentanza e la capacità di fornire all’Italia uno sguardo vero sul mondo e sulle nostre realtà.