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lunedì 13 luglio 2009

La virgola di luglio!

Proteste contro la chiusura dei Consolati

Oltre diecimila firme, raccolte in poco tempo, obiettivo ventimila, articoli sui quotidiani australiani, dichiarazioni dei Premier di South Australia e Queensland e del Primo Ministro australiano, incontri comunitari, proteste davanti ai consolati di riferimento e tante altre azioni tese a chiedere un atto di buonsenso: sospendere la decisione di chiudere i Consolati di Adelaide e di Brisbane. Analoghi momenti e richieste simili si stanno ripetendo in altre parti del mondo, dall’Africa agli Stati Uniti all’Europa. In Commissione Affari esteri della Camera sarà discussa una risoluzione per chiedere al Governo una sospensione della decisione e una fase di approfondimento dei bisogni della rete diplomatico-consolare.


Dal G8 al nucleare italiano, passando per lo scudo fiscale


Venerdì scorso si è concluso il G8 de L’Aquila. Al di là dei trionfalismi di Berlusconi, tutto preso dal compito arduo di far dimenticare al mondo i numerosi scandali che lo riguardano, il vertice tenutosi nella città devastata dal terremoto è caratterizzato da luci ed ombre.
Da un lato i principali leader mondiali hanno giustamente focalizzato l’attenzione sulla finanza come momento fondamentale della crisi economica in atto.
Infatti, si è conferito al Financial Stability Board presieduto da Mario Draghi il compito di concretizzare nei prossimi mesi alcune necessarie misure di regolazione dei mercati finanziari: la fissazione di criteri certi per valutare l’esposizione delle banche, nuove regole contabili, norme per verificare i “veicoli fuori bilancio”, ostacoli alle scorribande di Hedge fund e private equity.
Sono misure sacrosante, peccato che sembrino la chiusura di una stalla dopo che i buoi sono fuggiti. Viceversa, ancora si fanno attendere interventi decisi nella lotta ai cosiddetti “paradisi fiscali” e al superamento del segreto bancario. Si è rimasti fermi alle dichiarazioni di intenti del G20 di Londra, quando tutti i centri off-shore si erano formalmente impegnati ad adeguare le loro normative fiscali agli standard Ocse. Però, di fatto, ogni paese continua a procedere a modo proprio, tramite accordi bilaterali, senza che sia stato ancora partorito nessun divieto, nessuna sanzione, nessun limite per i tempi di regolarizzazione.
L’Italia, poi, va addirittura in direzione opposta rispetto agli intenti manifestati durante il vertice aquilano. Non è un mistero che Tremonti stia lavorando a un nuovo “scudo fiscale” che permetta una sanatoria su i capitali illecitamente collocati all’estero. Per chi aderisce, sarebbe prevista l’esclusione di punibilità per una nutrita serie di reati penali di carattere economico: dal falso in bilancio, alla bancarotta fraudolenta, dall'emissione di fatture false a tutti i reati tributari.
Questo provvedimento, contenuto in un emendamento al decreto anticrisi, è un fallimento conclamato dal punto di vista economico: già in passato produsse pochissimi introiti per lo Stato, che avrebbe invece potuto combattere in maniera repressiva il fenomeno dei fondi neri e dell’evasione. Inoltre, esso è anche un fallimento civile: è mai possibile che reati come questi vengano condonati e che si continui così a lanciare un nefasto messaggio di tolleranza verso fenomeni di questo genere? Ma torniamo al G8.
Degno di nota è l’impegno dei paesi ricchi a investire 20 miliardi di dollari in tre anni nei paesi più svantaggiati, soprattutto in Africa. Tuttavia, ancora una volta, queste dichiarazioni di intenti lasciano più di un’incertezza. Troppe volte l’Occidente ha promesso e poco ha mantenuto, spesso facendo più gli interessi delle multinazionali che dei popoli bisognosi di cooperazione allo sviluppo. Capitolo, quest’ultimo, decimato dalla prima finanziaria dell’attuale governo. Un'altra buona notizia a metà è l’impegno per la riduzione delle emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050. Tuttavia, ha ragione il Brasile quando lamenta che un accordo di questo genere, così lontano nei suoi obiettivi temporali e senza scaglioni intermedi, rischia di sembrare la solita promessa da disattendere.
Del resto, la Cina ha già affermato che l’accordo non è vincolante e la Russia ha ammesso candidamente che non riuscirà nell’impresa: non deve stupire che Ban Ki Moon, segretario delle Nazioni Unite, si dica “insoddisfatto”.
Nel frattempo, mentre tutti i paesi più avanzati del pianeta hanno spinto per programmare una riconversione in senso sostenibile e “verde” delle nostre economie (un piano del genere per l’Italia è stato presentato dal Partito Democratico), la maggioranza che governa il nostro paese ha invece rilanciato ufficialmente il nucleare con un voto al Senato della scorsa settimana. Insomma, il governo Berlusconi continua a predicare bene e razzolare male.

venerdì 19 giugno 2009

La virgola, d’inizio estate… calda ed eversiva

L’ennesimo annuncio di chiusura consolati arriva nella mattinata di una torrida giornata di metà giugno. L’abitudine al caldo, all’ascolto di proposte di smantellamento della rete consolare, vendute come “riorganizzazione”, l’abitudine a sentir parlare di necessità di contenimento e riduzione della spesa pubblica – abitudini conquistate sul campo – aiutano a superare la stanchezza, a resistere alle facili polemiche ed a cercare di comprendere come uscire – definitivamente – da questa fase di instabilità della nostra rete diplomatico-consolare. Pessime pratiche e cattive abitudini, forse anche il caldo, ci inducono ad una riflessione più approfondita del solito. Per fare rete consolare, al servizio dei cittadini, e rete diplomatica al servizio degli interessi del Paese, è necessario investire in informatizzazione, digitalizzazione, formazione ed innovazione tecnologica: chi sta facendo tutto ciò? La nostra rete consolare tradizionale offre un importante punto di rapporto con lo Stato italiano, tra cittadini e pubbliche amministrazioni, tra imprese e mondo degli scambi commerciali e dell’economia, tra l’Italia e gli altri Stati. Per queste ragioni aumentano le nostre preoccupazioni e perplessità. In che modo Ambasciatore e Consoli Generali saranno in grado, viste anche le limitate risorse, di agire localmente? Come potranno rispondere contemporaneamente, in Paesi come Australia e Sudafrica, a struttura federale, alle esigenze di Melbourne e Adelaide, Sydney e Brisbane, Johannesburg e Durban? Con quale personale e con quali risorse, considerato che il personale di ruolo non arriva, si è ampiamente al di sotto dell’organico minimo per quelle sedi e le risorse sono state decurtate, finanziaria dopo finanziaria? Per finire con l’autentica presa in giro sulle distanze: l’America Latina non sarebbe stata toccata per via delle distanze. Evidentemente agli Esteri hanno scarse cognizioni geografiche, il che aumenta le nostre preoccupazioni. L’America Latina non deve essere toccata perché ne conosciamo bene le condizioni!
In un mondo perfetto un cittadino italiano deve venire assistito ovunque si trovi. Per farlo bene occorre avere strumenti. Per avere strumenti occorre mettere in campo progetti, programmi e risorse. Oggi questa progettazione manca. E questo è l’aspetto più drammatico e triste.

Eversione!?!

L’estate inizia con lo spettro dell’eversione. Non certo la chiusura dei Consolati – anche se cancellare la presenza dello Stato italiano non potrà mai essere concepito come “alto senso dello Stato” – non certo i risultati elettorali che ci consegnano un’Italia sostanzialmente identica a quella che avevamo descritto alcuni mesi orsono, ma con alcuni tratti accentuati: Lega Nord che condiziona la maggioranza ormai su tutto, Governo incerto nel contrastare la crisi e alle prese con la limitatezza delle risorse – anche per la ricostruzione in Abruzzo.
La denuncia – come tante altre – arriva del Presidente del Consiglio dei Ministri.
I poteri forti vorrebbero mettere in discussione il risultato elettorale. Non ci è dato capire o sapere a quali fatti ci si riferisca: fatti che ovviamente dovrebbero andare oltre lo scudo del “lodo Alfano” per avere come conseguenza una crisi di Governo o le dimissioni del Premier. L’unica eversione – in questo momento – non è la possibilità che vi siano “scossoni” nella maggioranza: abbiamo avuto scosse e scossoni e continueremo ad averli. Basti pensare alle ronde civiche e alle ronde nere, alle intercettazioni telefoniche ed agli strani accordi interni alla maggioranza. E basta seguire la coerente e lineare azione del Presidente della Camera Fini per capire che nella maggioranza qualche cosa non va. L’unica manovra eversiva è quindi la denuncia stessa dell’eversione!
Ricostruzione, impegno, solidarietà ed… esclusione

Gli esclusi dai contributi per la ricostruzione sono i non-residenti, nonostante gli emendamenti del Partito Democratico. No di Governo e maggioranza ai contributi per la ricostruzione in Abruzzo ai residenti all’estero
Dopo il passaggio al Senato il decreto sulla ricostruzione in Abruzzo è al vaglio della Camera dei Deputati. Governo e maggioranza hanno detto “no” ad un emendamento dell’opposizione che estendeva il diritto ai contributi per la ricostruzione anche ai residenti all’estero.
Un ennesimo no da parte di questa maggioranza e del Governo agli italiani residenti all’estero, nonostante la grande e forte opera di solidarietà di cui le comunità italiane nel mondo sono protagoniste.
Nei giorni scorsi erano state date ampie assicurazioni su questo tema ma il Governo intende lasciare un vuoto interpretativo su questi aspetti. Il PD ha denunciato l’ingiustizia, ha votato a favore degli emendamenti che sono stati respinti dalla maggioranza ed ha coerentemente ricordato la parità di trattamento come elemento centrale nella ricostruzione. Una fase di ricostruzione che dovrà, soprattutto nel centro storico de l’Aquila, inevitabilmente, tener conto della vicinanza delle abitazioni senza distinzione sulla residenza dei proprietari.

mercoledì 13 maggio 2009

La virgola: il disegno di legge “sicurezza” al centro di una offensiva politico-culturale che non ha eguali e precedenti nella storia del nostro Paese

L’approvazione, con l’ennesimo ricorso al voto di fiducia, del disegno di legge sulla “sicurezza” è una svolta negativa.
Pessimo è il contenuto di questa legge xenofoba e populista. Ma forse è il caso di guardare anche al contesto in cui si inserisce, mai come stavolta rivelatore della vera anima del governo delle destre.
Gli immigrati in Italia sono oggi al centro di un’offensiva politico-culturale che non ha eguali e precedenti nella storia del nostro Paese. Un attacco ai più deboli e a chi pagherà prima e in modo più severo il peso della crisi. Un attacco che parte dall’emergenza costruita ad arte per arrivare alle proposte di legge che mettono insieme immigrazione e sicurezza.
Ormai la maggioranza non deve più fingere: è stato lo stesso premier Berlusconi, dicendo “No all’Italia multietnica” e sostenendo operato e parole del ministro Maroni, a dirci come intende “promuovere” l’integrazione.
Un’affermazione tra l’altro fuori dalla realtà, ignorante di un Paese abitato da 4 milioni di stranieri regolari (6,7% della popolazione), che generano ricchezza attraverso la gestione in prima persona di 166.000 ditte.
Ma soprattutto è un messaggio retrogrado e pericoloso, subito contestato dall’opposizione, da gran parte della società civile organizzata e da tante voci nell’opinione pubblica nazionale. Per non parlare dello sdegno suscitato all’estero da tali esternazioni, che si unisce ai richiami severi del Consiglio d’Europa e dell’Onu medesima rispetto alla vicenda dei clandestini respinti sommariamente in Libia, ed esposti così a rappresaglie e deportazioni. L’UNHCR, organizzazione mondiale per i rifugiati, ha scritto al governo italiano esprimendo preoccupazione per le espulsioni indiscriminate e ha chiesto di riammettere i migranti che chiedono protezione e asilo politico.
Come se non bastasse, nessuno nella maggioranza ha seriamente censurato i deliri di Matteo Salvini, parlamentare leghista, che ha proposto di tornare ai posti riservati ai milanesi nei mezzi pubblici del capoluogo lombardo. Una follia che non si dovrebbe neanche concepire, prima ancora che esprimere pubblicamente, a oltre mezzo secolo da quando Rosa Parks si ribellò a una regola simile in Alabama, rimanendo seduta sul posto dei bianchi, venendo imprigionata e poi scagionata, fino a vincere una storica battaglia presso la Corte Costituzionale degli Usa. Oggi quell’autobus segregazionista è conservato in un museo, mentre la Lega vorrebbe metterne di simili sulle strade di Milano!
Tutto ciò rivela come al fondo della legge votata con la fiducia vi sia quindi non un’esigenza di maggiore sicurezza, ma soltanto un provocatorio e anacronistico rigurgito razzista, proprio in un Paese come l’Italia che tanta parte ha avuto nella storia delle recenti migrazioni mondiali.
Il ddl “sicurezza” è una manovra propagandistica preelettorale, una strizzata d’occhio all’elettorato più reazionario e un confuso spostamento di baricentro del dibattito pubblico rispetto ai problemi reali dell’Italia di oggi. In un Paese sommerso da una crisi economica di cui la maggioranza continua a negare l’entità, si cerca ipocritamente di incolpare gli stranieri e gli emarginati di tutti i nostri mali. Mentre invece è l’integrazione civile e sociale degli immigrati che può essere una delle chiavi per ridare slancio al nostro sistema produttivo, fornendo intelligenze, manodopera e – perché no? – risorse per il sistema pensionistico e assistenziale. Lo stesso che, indebolito, è oggi spesso integrato da oltre mezzo milione di badanti straniere. Forse gli unici immigrati che vanno bene a questo governo.
È allora il caso di ricordare brevemente i contenuti più di questo disegno di legge.
· È istituito il reato di immigrazione clandestina, che punisce ciò che si è e non ciò che si fa, violando i principi stessi della Dichiarazione dei Diritti Umani e della nostra Carta Costituzionale.
· Le ronde sono legalizzate, favorendo la logica della giustizia “fai da te”, offendendo la dignità delle nostre forze dell’ordine e soprattutto contribuendo a criminalizzare chi vive ai margini della società.
· Il trattenimento degli immigrati non regolari nei Centri di identificazione e di espulsione, spesso gestiti in maniera poco trasparente e oggetto di numerosi scandali, è prolungabile fino alla cifra record di 6 mesi.
· Mentre le inumane e incostituzionali norme sui medici-spia e sui presidi-spia, obbligati a denunciare i malati e i bambini clandestini, sono state stralciate dopo aver provocato malumori anche nella maggioranza – e comunque permane l’obbligo teorico di denuncia da parte di qualsiasi pubblico ufficiale – ci si chiede perché le stesse obiezioni non riguardano invece i funzionari dello stato civile-spia che sono ancora contenuti nel testo del ddl e che impediranno il matrimonio (diritto umano sancito dalla carta dell'ONU - art. 16) e la registrazione delle nascite e delle morti e il riconoscimento di figli naturali.
· A dimostrazione della volontà di ostacolare la regolarizzazione dei migranti, viene inserita una tassa di 200 euro per rinnovare il permesso di soggiorno e per la richiesta della cittadinanza.
· Sono rese più difficili le procedure dei ricongiungimenti familiari.
· Il permesso di soggiorno stesso diventa a punti.
· S’innalzano i parametri per la concessione dell’idoneità alloggiativa, misura che renderà più difficile regolarizzare la propria posizione, di ottenere la residenza in Italia e quindi di numerosi diritti civili.
Tante altre poi sono le restrizioni e le vessazioni persecutorie che riguardano lavoratori e cittadini immigrati regolari che pagano le tasse e rispettano le leggi di questo Stato.
È questo il modo di investire sulla sicurezza? Non è forse così che si creano nuove sacche di emarginazione, irregolarità e criminalità? Non è meglio contrastare i traffici di uomini e merci delle mafie italiane e straniere? Non è pensabile che un Paese civile lavori nella gestione dei flussi senza scorciatoie demagogiche e autoritarie, che invece produrranno soltanto nuova clandestinità? Non può l’Italia ricordare il suo passato di emigrazione, comprendere le virtù delle società multietniche e multiculturali, e mettersi quindi sulla giusta strada della convivenza e della cooperazione civile, nel rispetto dei diritti umani?
È sconfortante dirlo, ma la maggioranza e il governo delle destre hanno deciso di non ascoltare queste domande per proseguire su una strada oscura e pericolosa.

giovedì 2 aprile 2009

La virgola/diario di mezza stagione e ora legale …


Generalmente non amo parlare degli avversari politici. Se si parlasse, in generale, più dei problemi, e delle ricette di ciascuno per affrontarli, e meno degli altrui vizi e virtù, la politica italiana sarebbe meno “riottosa” e forse più rispettata e compresa anche dai cittadini.
Ritengo che ciascuno debba sempre cercare di dare il meglio della propria capacità di proposta e di organizzazione, con coerenza. Valuto quindi positivamente il fatto che il Partito Democratico, prima, e oggi il PdL, abbiano coerentemente compiuto un passo avanti nella semplificazione del sistema politico italiano. Non è poco!
Ma gli elementi positivi che ci accomunano, in un quadro politico-istituzionale così complesso, terminano qui. La coerenza – che a volta non premia dal punto di vista elettorale – consente, però, di costruirsi un piano di credibilità e affidabilità con gli elettori che sortisce effetti positivi, sempre, a medio e lungo termine. Ma non può essere utilizzata sporadicamente, secondo le esigenze del momento.
Il PD non ha celebrato un leader consacrandolo ad una storia fatta a sua immagine e somiglianza, senza alternative e senza rischi. Le primarie di Veltroni – con avversari di spicco del PD, come Bindi e Letta – poi l’elezione di Franceschini – con la candidatura alternativa di Parisi – non sono stati episodi di “ordinaria divisione interna al PD” ma momenti di autentica democrazia, con tutti i rischi collegati. Sono quei momenti che alla lunga uniscono, se gestiti da un partito forte che non ha paura del confronto interno e che poi decide, sceglie e vota di conseguenza. Ricordare ogni giorno “la libertà di coscienza” nel voto dei parlamentari – su alcuni provvedimenti – non è solo ribadire un’ovvietà ma appare come una giustificazione alle divisioni, un tentativo di nasconderle. Le divisioni vanno invece trasformate, dall’azione politica interna, in costruzione positiva delle linee politico-programmatiche del partito democratico. Non ho percepito segnali simili dal congresso del PdL. Le questioni poste dall’On. Gianfranco Fini – cui non sono arrivate risposte – che percorso di confronto troveranno internamente al nuovo partito? Farebbero bene a preoccuparsene i parlamentari PdL che hanno cercato di contrastare la deriva “leghista” sulla sicurezza in chiave anti-immigrazione.
Farebbero bene a preoccuparsene tutti, in un momento caldo del confronto parlamentare. In Parlamento si acuisce lo scontro con le recenti decisioni – di metodo e merito – che hanno visto la maggioranza ritirare un decreto legge – sulle quote latte – e inserirlo in un altro decreto legge – sul sostegno ai settori industriali in crisi – una sorta di “decreti Matrioška”. E il problema non è tanto la soluzione adottata – che ha dei precedenti – ma averlo fatto in corso d’opera, per vincere la resistenza delle opposizioni che invece giustamente insistono per evitare che i produttori onesti, che non hanno sforato le quote-latte comunitarie, o quelli che hanno sforato, ma hanno pagato le multe, si trovino – come spesso accade in Italia – ad essere buggerati da una finta sanatoria che premia chi ha sforato e non ha pagato le multe. Avete capito? Verrebbe voglia di rispolverare la vecchia battuta che di legale – in Italia – c’è rimasta solo “l’ora”. Siamo in attesa dei decreti “scatole cinesi” poi avremo utilizzato tutto l’armamentario classico della decretazione d’urgenza di questo Governo.
Le proposte chiare e semplici fatte dal Partito Democratico in questi mesi sono il nostro punto di forza: l’election day con il referendum e il risparmio di mezzo miliardo di euro, l’aumento dell’aliquota IRPEF per i redditi superiori a 120,000 euro, l’assegno di disoccupazione, le candidature vere per le europee e non il peggior utilizzo delle “incompatibilità” successive e la scelta forte di contrasto alla non-legge sul testamento biologico. Anche qui la maggioranza ha costruito un insolito insieme di norme che peggiorano la situazione esistente.
In queste condizioni, nonostante le tensioni crescenti, con la fermezza dovuta al sano rapporto che deve esistere tra maggioranza e opposizione, credo sia ancora necessario – anche in considerazione della grave crisi economica e degli effetti pesantissimi che questa ha e continuerà ad avere sulle famiglie e sulle fasce sociali più deboli – continuare a lavorare per una responsabilità nazionale che, su questi temi, consenta a maggioranza e opposizione di esprimere il meglio delle loro proposte. A condizione che la maggioranza cominci ad ascoltare il Paese, le forze sociali, i cittadini, oltre che il Partito Democratico e le altre forze di opposizione.

mercoledì 4 marzo 2009

La virgola, da crisi economica!

I numeri della crisi italiana

Mentre Tremonti e Berlusconi parlano di un’Italia “messa meglio degli altri”, arriva la doccia fredda dei dati inconfutabili.
L'Italia, assieme al Giappone (-0,7%) è l'unico paese industrializzato che ha chiuso i conti del 2008 con una discesa del Pil. Negli altri maggiori paesi, infatti, il prodotto lordo è aumentato dell'1,3% in Germania, dell'1,1% negli Stati Uniti, dello 0,7% nel Regno Unito e in Francia. Nel 2008 il Pil italiano è diminuito dell'1,0%, contro un’errata previsione governativa del -0,6%. Bisogna tornare indietro di 23 anni (al 1975) per trovare una caduta così ampia del prodotto interno lordo. Purtroppo il 2009 andrà anche peggio: secondo tutti i maggiori centri di ricerca il Pil dovrebbe registrare una caduta compresa tra il 2,5 e il 3%.
L’Istat avverte anche che sono in crollo del 3,7% le esportazioni di beni e servizi (quindi la competitività del Paese), mentre le importazioni sono scese del 4,5%, a dimostrazione di una domanda interna che non tira..
Non basta. Il lavoro fatto dal centrosinistra sui conti pubblici è già stato compromesso dal governo delle destre: il rapporto tra deficit e Pil, sempre per il 2008, si è attestato al 2,7, rispetto all’1,5% ereditato l’anno prima.
Di fronte a tutto ciò, inquieta molto la ripresa dell’inflazione: +0,2% nel mese; +1,6% rispetto al febbraio 2008, la stessa variazione di gennaio. L'inflazione al netto dei prodotti energetici si è attestata addirittura al +2,2% (+2,3% a gennaio).
Questi numeri sono pietre. Nonostante ciò il capo del governo continua a vantare sicumere e fare battutacce nei summit internazionali.

Emergenza lavoro (aggravata dal governo)

Gli effetti della recessione non tardano a scaricarsi anche sui livelli occupazionali. Si stima che nel 2009 si perderanno dai 40 ai 75mila posti di lavoro al mese. Il governo nel frattempo stanzia solo 150 milioni di euro degli 8 miliardi annunciati per gli ammortizzatori sociali, mentre da più parti avanza la richiesta di estendere la cassintegrazione a tutti coloro che perdono il lavoro.
E, come se non bastasse, Brunetta annuncia che il governo varerà una norma tale da impedire la stabilizzazione di 60.000 precari del pubblico impiego che avrebbero dovuto essere messi in ruolo a partire dal prossimo 1° luglio. Si tratta di un’idea scriteriata che, oltre a colpire l’efficienza dei servizi pubblici offerti ai cittadini, contribuisce ad approfondire una ferita già aperta, mandando a casa decine di migliaia di precari, spesso giovani. Non resta che sperare che l’esecutivo faccia un passo indietro.

Il Pd ha le idee chiare: l’assegno di disoccupazione

Potrebbe sembrare, di primo acchito, una di quelle uscite a cui ci ha abituato lungo questi anni l’attuale premier Berlusconi. Invece, l’assegno ai disoccupati proposto qualche giorno fa dal nuovo segretario del Pd Dario Franceschini è un’idea concreta e realizzabile per dare sollievo alle vittime della crisi e per rimettere in moto i consumi. Ma forse, è proprio per questa sua fattibilità che Berlusconi, aduso a grandi promesse dagli esiti incerti, l’ha liquidata con una battuta.
Tuttavia, ha fatto bene Franceschini a ricordare al presidente del Consiglio che quel rifiuto a discutere non è “no” al Pd, quanto una porta sbattuta in faccia a chi in questo momento paga le conseguenze più dure della recessione.
Staremo a vedere come il governo si comporterà in parlamento, quando a breve dovrà votare la mozione del Pd che lo impegna a prendere iniziative in tal senso entro fine mese.
Ma veniamo ai dettagli. L’assegno mensile sarebbe pari al 60% dell'ultima retribuzione. Il costo per lo Stato sarebbe di 4 miliardi di euro. Come reperirli? Sono quattro gli strumenti di copertura indicati. In primo luogo, una ripresa della lotta all’evasione fiscale, a cominciare dalla tracciabilità dei corrispettivi, dal limite massimo dei trasferimenti in contanti e dal ripristino delle sanzioni per le imposte evase. Secondariamente, l’introduzione per una centrale unica per gli acquisti della pubblica amministrazione, che risulterebbero così razionalizzati. A ciò si aggiunga la ricostituzione della commissione ministeriale di monitoraggio sulla spesa pubblica. Infine, molto potrebbe essere ottenuto dall’uso immediato di parte delle risorse che lo Stato non impegnerà per la Cassa Integrazione nell’ambito del protocollo sottoscritto dal governo con le regioni. Risorse stimate attorno ai 5 miliardi, altrimenti disponibili solo fra diversi mesi.
Nel frattempo, la Cgil ha avanzato un’altra buona proposta per reperire danaro da usare per la spesa sociale: aumentare le aliquote fiscale ai redditi dei più ricchi (sopra i 150.000 euro), in passato abbassate dai governi di centrodestra. Non è, del resto, ciò che ha fatto anche il neopresidente Obama?

venerdì 27 febbraio 2009

La virgola, nucleare!


Back to the past: ritorno al passato

Prima di tornare al passato sarebbe doveroso aprire un dibattito “informato”. Il Parlamento non può essere unicamente il luogo in cui si convertono decreti – spesso con il voto di fiducia. Deve essere il luogo dell’approfondimento e della conoscenza e poi anche della decisione. La strada verso il nucleare è stata riaperta da provvedimenti che nulla avevano a che fare con l’approfondimento e la conoscenza sul tema. Ecco perché l’accordo tra Berlusconi e Sarkozy, che prevede la messa in funzione entro il 2020 di quattro centrali nucleari in Italia, è semplicemente un’irragionevole accelerazione. Non sarebbe utile, per il Paese, rispondere ad alcune domande che ancora oggi è legittimo porsi prima di partire con un programma nucleare? L’accordo conviene solo alla Francia, che metterà esclusivamente il know-how per la costruzione degli impianti, ricevendo in cambio energia prodotta in Italia con soldi italiani. Quattro centrali costano ai contribuenti almeno 12 miliardi di euro (e non è neanche detto: l'ultima centrale in costruzione, in Finlandia, ha già visto una lievitazione dei costi del 50%). Sarebbe questo il modo di rispondere con immediatezza all'attuale crisi? Le centrali entrerebbero in funzione solo nel 2020 (salvo ritardi) e poi avrebbero una vita di circa 25 anni, e nei primi 5-10 anni non sarebbero neanche produttive a pieno regime. Nel frattempo, quale soluzione per il problema energetico? E, soprattutto, perché immobilizzare per anni denaro pubblico sul nucleare in costruzione piuttosto che spenderlo per le energie rinnovabili che entrano a regime in periodi brevissimi? L’Italia non possiede l'uranio che dovrebbe comprare dall'estero. Quale la convenienza rispetto al sole, al vento e alle altre fonti rinnovabili che abbiano anche in loco? Il nucleare non è conveniente economicamente: se si considera il processo produttivo dall'inizio alla fine, cioè dal reperimento dell'uranio allo smaltimento delle centrali e delle scorie, i suoi costi al Kwh raggiungono i 6,3 centesimi di euro (dati Department of Energy), un’enormità a confronto con quelli delle altre fonti. Tanto per fare un esempio, l’Enel italiana per due centrali atomiche da essa gestite sul suolo della Slovacchia spende 2.700 euro al Kw, quando quelle a gas ne costano in media 500, per non parlare degli impianti eolici o fotovoltaici. Del resto, ci sarà un motivo per cui gli Usa non costruiscono nuove centrali dal 1978 e la Germania le smantellerà tutte entro il 2020?
Dove metteremo le centrali e dove le scorie? Il governo ci ha pensato seriamente oppure già ha dimenticato che ancora vanno completati i lavori di smantellamento delle vecchie centrali italiane e la collocazione delle loro scorie radioattive?
I posti di lavoro che potrebbero creare le energie rinnovabili sono tantissimi (la Germania ne ha creati in un decennio circa un milione). Inoltre, trattandosi di energia pulita, spesso autoprodotta a livello domiciliare e aziendale, previene la dispersione da trasporto e migliora l'efficienza. Ecco perché, prima di regalare miliardi di euro pagati dalle tasse degli italiani a pochi grandi gruppi privati, sarebbe utile dare risposta a queste domande.

mercoledì 25 febbraio 2009

La virgola,

Sul futuro delle comunità italiane all’estero e sulla loro rappresentanza politica

Il Consiglio Generale degli italiani all’estero sostiene giustamente una tesi: la questione del momento – la più importante in assoluto – non è la riforma dei Comites o del Cgie. Aggiungo che ragionare sulle singole riforme – tutte urgenti ed importanti, dalla scuola alla cultura, dall’assistenza alla tutela sociale – può essere altrettanto inutile se non si ridisegna un quadro di impegni – condiviso o meno – ma che sia tale, da parte della maggioranza e anche dell’opposizione. Da parte del Paese e della classe politica che lo guida. Credo che questa sia “la questione del momento”, oltre alle conseguenze dei tagli che arrivano ora a destinazione.
Ho avuto modo di ricordare – durante l’audizione con il Cgie – che il momento di svolta sulla questione dell’esercizio in loco del diritto di voto si verificò nella sala della Lupa a Montecitorio quando insieme intraprendemmo un percorso, condiviso da maggioranza ed opposizione di ieri, verso la elezione diretta degli italiani all’estero nel Parlamento repubblicano. Continuo a ritenere giusta quella scelta e l’unica possibile – ancora oggi. Dovremo misurarla con le proposte di modifica della Costituzione e con le riforme istituzionali. Dovremo misurarne anche i risultati. L’esercizio in loco del diritto di voto degli italiani all’estero si concretizzava in un disegno di rappresentanza diretta ma era accompagnato da una visione politica complessiva che vedeva le comunità come risorsa e le politiche a loro favore un serio investimento per il futuro.
Quel quadro complessivo di riferimento che ci guidava è compromesso. Per questa ragione dobbiamo oggi essere forti. Resistere la tentazione della polemica, evitare le vuote riflessioni su presunte urgenti riforme e invece concentrarci sul disegno complessivo che oggi manca. Il ruolo e le competenze di Comites e Cgie possono essere discussi, e dobbiamo essere pronti ad avanzare anche le nostre proposte. Questi organismi di rappresentanza però – è fin troppo evidente – possono essere utili solo se il disegno di valorizzazione delle nostre comunità continua ad esistere. Il Governo e la maggioranza che lo sostiene hanno finora dimostrato di non avere una strategia, di sopravvivere in un “vuoto” e di gestire il quotidiano in una sostanziale assenza di “disegno strategico”. Forse l’assenza di progetto è invece parte di una strategia finalizzata all’indebolimento degli organismi di rappresentanza, ad una proposta di riforma che ne diminuisca ruolo e competenze, a far assorbire i tagli e soprattutto a far prevalere una fondamentale inversione di tendenza: guardare alle comunità italiane nel mondo unicamente in una miope ottica commerciale. Sarebbe un grave errore.
La nostra proposta oggi deve partire proprio da queste valutazioni chiedendo alle forze politiche di maggioranza ed opposizione un contributo a ridisegnare il futuro della nostra presenza nel mondo.

La lunga marcia del Partito Democratico

Il Partito Democratico, la sua costruzione, il suo realizzarsi – anche attraverso il sistema delle regole interne e del modo più aperto e trasparente possibile per raggiungere le decisioni che oggi portiamo in Parlamento come forza di opposizione e che domani saremo chiamati a trasformare in proposte di Governo – rappresentano il progetto politico di rinnovamento più ambizioso degli ultimi 50 anni di storia repubblicana. Tutti coloro che lavorano alla costruzione di un partito nuovo, aperto, capace di coinvolgere la gente in una nuova sfida politica, di dare risposte alle aspirazioni delle persone e delle famiglie – anche in questo momento di profonda crisi economica – oggi si rendono conto che “il progetto” è più importante dell’uomo che lo ha guidato dalla sua nascita. Il progetto politico del PD è più importante del segretario Veltroni che con noi ha voluto sfidare le tante forze che hanno contrastato la nascita del PD e la sua piena e completa trasformazione. E non sono poche. Interne al PD, per la complessità della sfida che ha comportato una rivoluzione degli apparti di DS e Margherita. Una rivoluzione non ancora completata ma pur sempre una apertura verso un modo nuovo di fare politica e di trasformare un progetto in azione di Governo. Le primarie e la campagna elettorale per le politiche ci hanno insegnato proprio questo.
E le insidie esterne. Centrodestra fermo al palo, ma in grado di governare e vincere quando il PD non costruisce alleanze più ampie. Il Pd fino ad oggi concentrato a completare la trasformazione in sistema bipolare e bipartitico mentre il PdL è ancora solo l’insieme di Forza Italia e AN: una strategia di sostanziale attesa, di costanti rinvii, di attese e promesse non mantenute. Il PdL non ha pagato il prezzo elettorale della trasformazione ed ora non vuole pagare neanche il prezzo politico. Eppure sulla semplificazione del quadro politico avevano puntato tanti a destra come a sinistra. Dal punto di vista strategico il PD ha commesso un errore con la sinistra radicale. Forse avremmo dovuto pensare più al risultato elettorale che alla semplificazione del quadro politico. Veltroni ha ben guidato il PD in una difficile transizione e in momento particolarmente delicato, dall’opposizione, quindi con le difficoltà di chi deve farsi capire ogni giorno per le posizioni che assume in Parlamento, per fare una opposizione “ragionata” alla coalizione che ha vinto le elezioni ed è stata – ci piaccia o no – chiamata a Governare. Le sconfitte elettorali sono anche il risultato di una forte preoccupazione da parte dei cittadini rispetto alla crisi economica, alla crescente insicurezza, alla crescente violenza che permea la società italiana. Anche nei dibattiti politici. Elementi sui quali Governo e maggioranza fomentano paure e fanno emergere chiusure sociali e culturali. Le sconfitte elettorali pesano su tutti, su tutta la sinistra che non riesce più ad ottenere il consenso popolare.
Le sconfitte elettorali sono anche il risultato di opposizioni, non solo il PD, che non sanno reagire a questa situazione e che appaiono incapaci di decidere. Ecco, al PD, indipendentemente da chi lo guiderà dopo il congresso, dobbiamo chiedere l’adozione di meccanismi trasparenti ed aperti per decidere, e non solo con i gruppi parlamentari. E portare avanti le decisioni con coerenza e determinazione, consapevoli che maggioranza e minoranza, internamente ad un grande partito riformista e sui singoli temi dell’agenda politica, ne costituiscono l’anima e ne rappresentano il futuro.

giovedì 5 febbraio 2009

La virgola,

Sulla legge elettorale e oltre…

Certamente abbiamo qualche difficoltà nel rapporto con la sinistra. Dico subito che anch’io spero davvero che anche a sinistra il processo di aggregazione utile – non voto utile – continui. Per il bene della politica e dell’Italia. Ma questo è solo un auspicio perché è giusto che ciascuno sia libero di fare le proprie scelte. Credo che il principio di semplificazione politica sia stato ben illustrato durante la campagna per le politiche e quindi non torno su argomenti validi sempre, anche quando non si elegge un esecutivo. Non siamo stati capaci di svolgere, sul tema delle regole, una riflessione più ampia, più articolata, internamente al partito democratico e fuori.
Il voto del gruppo PD, che ha anticipato la votazione in aula, è stato un buon esempio di discussione e consultazione ma certamente non è stato sufficiente. Non abbiamo ben spiegato perché, a quattro mesi dal voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, vi sia stata un’accelerazione sulla riforma della legge elettorale, introducendo uno sbarramento del 4% e le preferenze. La posizione iniziale del PD – mantenere le preferenze e sbarramento al 3% - va detto – non era molto distante dalle norme introdotte con la riforma. Possiamo dire che il PD, in fondo, ha fatto un percorso molto breve rispetto alle posizioni espresse già nella trascorsa legislatura – e sulle quali vi era un “possibile” accordo anche di alcune forze della sinistra – un percorso dell’1%, dal 3 al 4% di quota di sbarramento. Il Popolo delle Libertà – rispetto alle posizioni iniziali – ha dovuto rinunciare a un “no” alle preferenze oltre che a 1 punto percentuale in senso opposto. Tutti sanno che se si vogliono riforme condivise in Parlamento e nel Paese, se si vuole evitare che, sulle regole e sulle grandi riforme strutturali, dalla Costituzione alla giustizia, ogni maggioranza faccia e disfaccia, occorrono convergenze ampie. Non inciuci. Le analisi introspettive, psicologiche e politiche che si fanno in questi giorni m’interessano poco. Per fare le riforme fondamentali per il paese serve condivisione, ed è ancora più evidente come per riforme di questo tipo servano i due partiti più grandi. Meglio forse sarebbe stato partire da una riforma della legge elettorale nazionale per arrivare poi a quella europea, ma i tempi non lo permettevano e alla fine abbiamo fatto la scelta giusta. Non abbiamo rinunciato a una piccola e breve opportunità di dialogo e abbiamo fatto una riforma insieme.

Le intercettazioni non sono il Grande Fratello

Sulle intercettazioni è in corso da alcuni giorni una polemica molto bizzarra. Il premier Berlusconi e la sua maggioranza stanno palesemente agendo per confondere le acque, sparando numeri grossolani (350.000 intercettati in Italia) e costruendo presunti “nemici pubblici” (l’agente Genchi).
In realtà lo scopo del governo è di produrre una contro-riforma che proibisca l’uso dello strumento delle intercettazioni per le indagini giudiziarie. Lo dimostrano le parole dello stesso Berlusconi quando afferma candidamente di non volere fermare le intercettazioni, ma di circoscriverle “ai casi di reato già provato, per aumentare le prove a carico”. In pratica le intercettazioni non potranno più essere utilizzate per accertare un reato, ma solo per incrementare le accuse a carico dell’imputato.
Il Partito Democratico ha presentato un ddl che include tutti i gravi reati per i quali il ddl del ministro Alfano non prevede l'uso di intercettazioni: sequestro di persona, violenza sessuale e atti sessuali con minorenni, prostituzione, rapina, estorsione, truffa ai danni dello Stato, circonvenzione di incapaci, usura, ricettazione, traffico illecito di rifiuti, associazione per delinquere, adulterazione contraffazione e commercio di sostanze alimentari, incendio e incendio boschivo, bancarotta fraudolenta.
Il ministro, poi, vuole impedire del tutto la pubblicazione dei testi delle intercettazioni. Il PD ha proposto invece che quelle irrilevanti vengano distrutte, eliminando all’origine la materia del contendere, e che tutte possano essere pubblicate solo dopo le indagini preliminari.
Inoltre, il governo vuole limitarne l’uso fino a un massimo di 45 giorni. Che un limite debba esserci, siamo tutti concordi. Ma se fosse così basso condannerebbe le intercettazioni all’inutilità. È bene ricordare che se fosse stata in vigore la riforma del centro-destra un criminale come Bernardo Provenzano sarebbe ancora latitante.

mercoledì 28 gennaio 2009

La virgola,

I primi passi di Obama, la credibilità internazionale ed il rispetto reciproco

L’impressione che si trae dai primi passi della nuova amministrazione americana, targata Obama, è assolutamente positiva. Per le cose dette da Obama, per gli impegni assunti con il popolo americano durante la campagna elettorale e confermati ora nei primi passi concreti della nuova amministrazione. La cerimonia di insediamento del Presidente americano non è stato solo un atto formale. È rinnovare l’impegno comune – del Presidente ma anche di tutti gli americani – ad applicare e proteggere i valori fondativi della Costituzione. La cerimonia di insediamento di Obama mi ha ricordato quanto importante sia per il popolo americano la Costituzione. Ed i primi passi del nuovo Presidente confermano tutto ciò. Anche su Guantanamo si torna alla Costituzione. Tra dodici mesi si chiuderà definitivamente un capitolo buio della storia americana. Si torna a “combattere” il terrore con le armi della legalità. Questo passaggio marca le differenze tra Obama e Bush. Nel suo primo giorno di insediamento alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto ai vertici militari di "raddoppiare gli sforzi" per arrivare ad un "ritiro responsabile" dalle truppe dall'Iraq. Obama intende quindi impegnarsi nella pianificazione necessaria per arrivare a un ritiro militare responsabile dall'Iraq, esattamente ciò che si era impegnato a fare in campagna elettorale. Il processo di pace in medio oriente può trarre solo benefici da questo ritorno alla legalità, anche internazionale. La tregua tra Israele e Palestina, la ricerca complessa ma necessaria per un percorso che porti ad un cessate il fuco permanente e ad una nuova fase di dialogo. Per essere credibili sulla pace occorre essere credibili sul piano internazionale e credo che Obama stia lavorando bene in questa direzione. Il richiamo alla nuova credibilità internazionale, al ritiro responsabile dall’Iraq “lasciando l’Iraq al suo popolo”, alla necessità di forgiare una pace guadagnata a fatica in Afghanistan, a lavorare per la pace e per ostacolare, fermare, ogni spettro di minaccia nucleare ed ambientale. Importante il richiamo alla grande America, nazione di cristiani e musulmani, ebrei e indù e non credenti, che è riuscita a superare la divisioni religiose, culturali e linguistiche e che non può e non deve tornare indietro ma deve giocare invece un ruolo internazionale fondato su questi elementi positivi. Significativo l’impegno per le nazioni povere, per combattere l’indifferenza verso chi soffre, per contrastare il consumo indiscriminato delle risorse e gli effetti sul nostro pianeta. Obama ha parlato delle sfide economiche che tutti abbiamo di fronte senza nascondere il fallimento collettivo nel compiere le scelte dure per contrastare l’avidità e l’irresponsabilità di pochi. Mi è parso un discorso equilibrato che ha rafforzato in me la convinzione che Obama ha le carte in regola per svolgere bene il ruolo di Presidente degli Stati Uniti d’America. Le aspettative sono tante e sono sempre eccessive. Credo che sia importante ricordare che oggi abbiamo tutti gli strumenti internazionali per svolgere una mediazione su tutti i piani, sia politico che economico. Ritengo che la mediazione internazionale di politica estera non possa che passare attraverso gli organismi internazionali e che – analogamente – la risposta internazionale alla crisi finanziaria ed economica non possa che essere affidata ai momenti di confronto internazionale. La nuova amministrazione Obama garantirà una presenza credibile in questi ambiti internazionali. È evidente che il peso degli Stati Uniti sullo scenario internazionale impone la dovuta attenzione ad una Presidenza che pare “innovatrice” su elementi fondamentali quali la legalità internazionale. Le aspettative quindi non sono eccessive se si ritiene che il buon lavoro – sulla base degli impegni assunti e confermati in questi primi passi – del Presidente Obama avrà conseguenze positive per tutti. Eccessive nella misura in cui si possa pensare che la nuova amministrazione americana possa di per se rappresentare una soluzione ai grandi problemi del nostro tempo. Dobbiamo oggi essere tutti all’altezza delle sfide del nostro tempo. Il Governo italiano deve governare bene in Italia e non lo sta facendo! Ad esempio a livello di contrasto della crisi economica – per quanto attiene alle scelte a sostegno di famiglie, pensionati, fasce sociali più deboli, imprese e sistema economico in generale – occorre essere credibili a livello “domestico” per potersi offrire credibilmente al necessario coordinamento internazionale. Così come a livello internazionale la nostra politica estera deve sapersi “affermare” per i forti richiami alla legalità internazionale ed al multilateralismo. Essere in sostanza parte di una nuova fase “mondiale” della costruzione di pace e di dialogo. In questo senso credo che i rapporti tra Italia e Stati Uniti non subiranno cambiamenti sostanziali. Certamente sarebbe utile – non solo con gli Stati Uniti – avere un rapporto basato sul rispetto reciproco. La mancanza di rispetto del Brasile nei confronti dell’Italia sul caso Battisti – ma è solo un esempio – dimostra quanto sia importante avere, sempre, rapporti chiari basati sulla reciproca “credibilità”.

Sul caso Battisti…

Concordo con quanti – tra le fila della maggioranza e dell’opposizione, in maniera bipartisan – sostengono che le motivazioni con le quali è stata negata l’estradizione siano poco rispettose dello stato di diritto che vige in Italia, delle sentenze della magistratura, dei principi, anche internazionali, che hanno reso possibile, ad esempio, la ratifica di un trattato internazionale per l’estradizione tra Italia e Brasile. Battisti è stato condannato per quattro omicidi e non per reati politici. La valutazione brasiliana secondo cui si tratterebbe di reati politici, esclusi dal trattato di estradizione, è però una valutazione “tecnica” della magistratura brasiliana. Occorre agire a livello politico e diplomatico per fare in modo che la posizione tecnica possa essere rivisitata alla luce di informazioni che probabilmente sono sfuggite all’attenzione della magistratura brasiliana. Occorre affermare che l’Italia ha le proprie ragioni, sono condivise dall’intero Paese e vanno sempre nel pieno rispetto delle sentenze della nostra magistratura. Per dire queste cose, dirle con la dovuta forza, dirle al Presidente ed all’intero popolo brasiliano, occorre davvero essere credibili. Questo compito – attraverso una mozione che mi auguro possa essere bipartisan – se lo assumerà il Parlamento.

giovedì 15 gennaio 2009

La virgola

Cessate il fuoco subito, per riprendere il percorso di Pace con al primo posto la sicurezza di Israele
“Cessate il fuoco per permettere l'accesso degli aiuti umanitari, lotta al terrorismo per la sicurezza di Israele, sostegno, dialogo e legittimazione dello forze arabe moderate e invio di una forza di interposizione internazionale sul modello di quanto sperimentato e successo in Libano”, sono queste le proposte emerse dal convegno organizzato dal Partito Democratico. Un chiaro invito al dialogo per riprendere il cammino verso una pace troppo spesso sembrata a “portata di mano” e poi scippata dal terrore. Ho voluto rassicurare il Presidente del Comites d’Israele e tutti i suoi componenti circa la mia posizione sulla questione della Pace in Medio Oriente e della sicurezza dello Stato di Israele, temi che sono al centro delle mie preoccupazioni e dell’azione di politica estera di tutto il Partito Democratico, a partire dal suo segretario Walter Veltroni e dal suo ministro-ombra degli Esteri Piero Fassino. La tregua tra le parti è l’unica strada per rimettere in cammino il percorso arduo ma inevitabile della Pace, isolando le posizioni degli elementi più estremi ed evitando spargimenti di sangue innocente. Il recente appello alla Pace ci unisce ad un coro di “umanità” che vorrebbe che il dialogo riprenda subito, dopo che si cessi ogni ostilità. Al Presidente ed ai membri del Comites Israele ho ricordato che nei giorni in cui il Sen. Randazzo ed io portammo loro la nostra prima visita – esperienza che vorremmo ripetere – nei nostri colloqui ed incontri, affrontammo più volte i temi medio orientali, sia come questioni di politica estera, quindi concernenti il ruolo dell’Italia e dell’UE nei confronti dello Stato d’Israele e dell’ANP – nel mezzo di una crisi che riguardava il Libano – sia come questione che atteneva ed attiene alla vita della nostra gente, della nostra comunità. Abbiamo capito molto dalle cose che gli italiani in Israele ci hanno detto e raccontato e non abbiamo perso la fiducia verso un processo di Pace che deve prevedere, al primo posto, la sicurezza di Israele. Capisco che quando una tregua viene interrotta da altri, da chi non vuole la Pace, si possa pensare che non vi sarà mai sicurezza per nessuno. Ma è un sentimento che non porta ad una soluzione. Ascoltare la parte di Palestina che chiede la Pace e vuole la Pace significa ostacolare il disegno di chi, dentro Hamas, non vuole “negoziati” e “cambiamenti” ma solo la distruzione di ogni speranza.
La crisi economica ed i saldi della finanziaria Tremonti che non cambiano
La finanziaria triennale del Ministro Tremonti ci ha consegnato una serie di tagli – pesantissimi per gli italiani all’estero – ed un impegno per saldi immodificabili. Una finanziaria triennale che nella sua struttura non poteva prevedere gli effetti – che oggi appaiono devastanti – della crisi economica che è già con noi. Modificare i saldi, in vista di un 2009 che tutte le previsioni ci dicono sarà particolarmente duro per le famiglie, per le imprese, per i lavoratori ed i pensionati, sarebbe invece una strada percorribile. Tenendo conto anche degli errori – questi sì, strategici – commessi da Governo e maggioranza. Dall’esonero ICI per i benestanti fino al costo per l’operazione Alitalia, Governo e maggioranza hanno creato le condizioni per indebolire il Paese ed utilizzare preziose risorse in direzione sbagliata.
La rinuncia preventiva al dialogo …
A ciò si aggiunge una strategia da “rinuncia preventiva” al dialogo, per cui prima ancora di affrontare nel merito le misure previste dai provvedimenti all’esame si rinuncia al confronto con le ragioni dell’opposizione. Si cerca di evitare il confronto in aula ad ogni costo. La fiducia sul provvedimento anti-crisi, anche con la forte riduzione degli emendamenti presentati dal gruppo del PD, poteva essere evitata. Perdere occasioni per riforme o per un provvedimenti le cui finalità sono condivise, è una “rinuncia preventiva” agli spazi di dialogo auspicati dallo stesso Capo dello Stato. È evidente che la contrarietà di fondo alla impostazione complessiva del provvedimento non è ragione sufficiente per limitare la discussione. La conclusione è che si intenda evitare anche un confronto parlamentare internamente alla maggioranza.
I mille decreti di una finanziaria infinita
L’assalto alle diligenza – secondo Tremonti evitato nella finanziaria triennale – si sta puntualmente verificando sui tanti decreti che fanno da corollario alla manovra economica “infinita” a cui ci ha condannato il Governo Berlusconi. Nel decreto anti-crisi sono infatti apparsi strani emendamenti che nulla hanno a che vedere con un provvedimento che ha l’aspirazione di contrastare la crisi economica e che è stato definito un “piano strategico nazionale” a sostegno delle famiglie, dell’occupazione e delle imprese. Invece contiene misure che non sono interventi strutturali, che sono largamente insufficienti, che trasformano l’assistenzialismo in “intervento per i poveri” e che si occupano di “interessi particolari” o in qualche caso “strategie diversive”. Il bonus di 1000 euro è ad esempio un solitario intervento – profondamente assistenzialista – che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana. Lo stesso vale per la social card, la carta acquisti. Anche rispetto a questa misura il Governo sta creando le condizioni per un sua “oggettiva” collocazione tra misure assistenziali, non all’altezza di una seria politica di contrasto alla povertà che deve partire dai diritti di cittadinanza che ci appartengono perché garantiti dalla Costituzione. Ed abbiamo già oggi denunce di ritardi, inefficienze, complicazioni amministrative, mancanza di chiarezza e di informazione.

E le mille provocazioni …
Dai 50 euro di tassa per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno alla fideiussione per le attività commerciali ed imprenditoriali, continuano le provocazioni che hanno lo scopo di “mascherare” l’azione inefficace del Governo sul fronte del contrasto alla crisi economica. Dimostrazione di come si cerchi di “confondere” natura e merito dei provvedimenti. Per quale ragione inserire una proposta con un forte carattere amministrativo – anche se si apre a valutazioni politiche – in un decreto anti-crisi oppure, come la Lega Nord intende fare, nel decreto sicurezza in discussione al Senato? Perché non affrontare, nel merito, questo tema separatamente? Perché non valutarne le conseguenze, con attenzione e senza strumentalizzazioni? La doppia azione di Governo e maggioranza, con al centro le posizioni della Lega Nord, continua: utilizzare la logica della paura per mascherare l’inefficacia dell’azione del Governo, utilizzare la logica delle emergenze per giustificare gli errori della maggioranza, da Alitalia, alla scuola e all’università fino alle misure sulla giustizia ed ora sulle misure anti-crisi.

mercoledì 14 gennaio 2009

La virgola d’auguri e d’inizio 2009

Il dialogo è fatto anche di ascolto.
Non vi sono alternative al dialogo ed alla costruzione di Pace.
Perdere un’occasione di riforma condivisa è un po’ come rinunciare alla Pace, come perdere la speranza che in medio oriente possa tornare a prevalere la scelta del dialogo rispetto a quella delle armi, la scelta del dialogo invece della violenza. Ogni volta che in Parlamento vengono meno le opportunità di confronto e dialogo, ogni volta che non riusciamo a pensare – insieme – al futuro del nostro sistema universitario e formativo, o al futuro per il lavoro o per le famiglie oppure per l’economia del Paese, rinunciamo al ruolo della politica, rinunciamo a fare le riforma di sistema, quelle che garantiscono al Paese di progredire, di guardare con serenità a riforme di ampio respiro, condivise, che costituiscano l’ossatura del nostro futuro. La scelta della maggioranza e del Governo è quella dura dello scontro, in Parlamento e nel Paese. Lo abbiamo visto con la finanziaria, con la scuola ed ora con l’Università. Quando prevale la logica dello scontro non vi sono più spazi per il dialogo. Se una maggioranza è convinta delle proprie scelte deve avere il coraggio di confrontarsi in Parlamento. Quando mancano coraggio e capacità di ascolto, quando mancano impegno e visione d’insieme per dare continuità ed organicità alle riforme, si imbocca un percorso che è senza “speranza”. Il 2009 non è iniziato bene: l’Italia appare rinunciataria davanti alla drammatica situazione di Gaza. Rinunciare ad una forte azione per la cessazione delle ostilità e per gli aiuti umanitari alle popolazioni palestinesi significa rinunciare alla Pace. L’unica scelta possibile è la Pace. Da costruire con inesorabile persistenza.
Credo sia evidente come la percezione del significato di dialogo e condivisione – richiamate dal Capo dello Stato come esigenza imprescindibile per le riforme istituzionali e per modificare la Costituzione – sia molto diversa tra maggioranza ed opposizione. La ricerca del dialogo è una necessità della politica, avviene nella costruzione di grandi riforme di sistema – quelle riforme che durano più legislature e che segnano i grandi cambiamenti, come potrebbe avvenire per la riforma della Costituzione in senso federalista, per un nuovo assetto istituzionale, per un Parlamento più funzionale – ed avviene ogni giorno anche in Parlamento, nel confronto, che comunque non viene mai meno, tra maggioranza ed opposizione.
Per le grandi riforme, però, abbiamo bisogno di qualche marcia in più nel dialogo e nelle scelte condivise, non è sufficiente il dialogo quotidiano. Ecco perché il Presidente del Consiglio non può trincerarsi dietro i richiami all’ordinario dialogo parlamentare e continuare a dichiararsi avversario di forme di confronto più avanzate ed articolate.
Questa premessa è fondamentale se si vuole da un lato aprire una fase costruttiva e dall’altro garantire che questa non si trasformi in antiche pratiche consociative: anticorpi indispensabili per far crescere la democrazia in questo Paese.
Il 2009 sarà quindi un anno durissimo. Anche per gli italiani all’estero. I tagli arriveranno ora a destinazione, non più numeri di una finanziaria alla quale ci siamo opposti in tutti i modi, ma diminuzione degli investimenti per la scuola e la cultura, diminuzione della nostra capacità di assistere i più deboli, diminuzione della nostra capacità di offrire servizi. Le riforme non sono ancora state annunciate dal Governo e dalla maggioranza: un pericoloso vuoto di idee e proposte. Il Partito Democratico ha presentato proposte d’iniziativa parlamentare in tutti i settori – dalla sfera dei diritti sindacali, alla riforma delle carriere professionali dei contrattisti, dalla cittadinanza per riaprire i termini per il riacquisto, alle detrazioni per carichi di famiglia che vanno definitivamente estese ai residenti all’estero con l’esonero ICI, dalla riforma della 153 sulla scuola fino agli istituti di cultura. Saremmo pronti anche a presentare una riforma del Cgie – lungamente discussa anche con lo stesso Consiglio Generale degli Italiani all’estero. Ma avremmo preferito che il Governo, all’atto di un rinvio delle elezioni di Comites e Cgie, previsto dall’articolo 10 del decreto legge 30 dicembre 2008, n. 207 “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti” che prevede il rinnovo entro il 31 dicembre 2010, si fosse presentato con una propria proposta, almeno di contenuto.Invece, ancora il vuoto.Siamo pronti a fare la nostra parte per riempire il vuoto. Maggioranza e Governo devono dimostrare di avere un progetto che vada oltre la serie interminabile di tagli.

giovedì 4 dicembre 2008

La virgola

Decreto “famiglie” o elemosina di Stato?

Il decreto presentato dal governo allo scopo di sostenere le famiglie italiane non è un esempio di buona politica, poiché sceglie di procedere ancora una volta per annunci roboanti e spot propagandistici e non realizza invece il necessario e duraturo intervento di sostegno a favore delle famiglie italiane vessate dalla crisi economica.
Si prenda il bonus di 1000 euro. Un’unica e solitaria mancia che non verrà percepita da molti prima di febbraio e che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana a partire dalle spese dei ceti medi.
Lo stesso vale per la social card. Una tessera prepagata per acquisti nei supermercati da 40 euro al mese (un cappuccino al giorno) riservata ad anziani e genitori con bimbi sotto i 3 anni, che però devono avere meno di 6.000 euro di Isee. In totale: solo 1milione 300mila beneficiari su oltre 8 milioni di famiglie che vedono esaurire il loro reddito alla terza settimana (dati Swg). Per non parlare poi dell’annunciato blocco delle tariffe di gas e elettricità e dei pedaggi autostradali, che il governo voleva vantare come suo merito, ma che è in verità competenza dell’Authority preposta.
Questa è miopia. Occorre invece lavorare, per esempio, a interventi strutturali come la detassazione della tredicesima e la sostituzione delle detrazioni con le deduzioni fiscali, più corpose e più eque. Tra l’altro, l’insieme delle risorse messe in campo dal governo non arriva a metà di quello che finiremo di spendere per Alitalia, come ha osservato il ministro ombra dell’Economia del Pd, Pierluigi Bersani.
Il governo continua a spostare soldi da una parte all’altra, fingendo di averne reperiti e spesi di nuovi, perché si ostina a non modificare i saldi della Finanziaria che Tremonti ha elaborato a luglio. Cioè molto prima dell’esplosione della crisi finanziaria e dell’allarme recessione, e molto prima che l’Europa consentisse come fa ora qualche margine di manovra in più. Quest’ultima possibilità è rinviata al mittente dal governo con il pretesto del nostro debito pubblico enorme. È vero il debito è un grave problema - che tra l’altro solo i governi di centrosinistra hanno affrontato mentre quelli berlusconiani hanno peggiorato – ma non si può pensare di non rivedere i conti come fa il resto dell’Ue. Sarebbe un handicap pesante per l’Italia.
È il tempo di più fondi per gli ammortizzatori sociali per proteggere i lavoratori, soprattutto quelli precari, che potrebbero essere i primi a pagare le conseguenze della crisi. E si deve intervenire in sostegno di chi vive di stipendio, perché chi non spende, non lo fa per mancanza di volontà, ma per mancanza di soldi.
A chi conviene abolire le Province?

È di questi ultimi tempi la ripresa di una polemica che inserisce a pieno titolo nel filone delle discussioni sui cosiddetti “costi della politica”. Si tratta della campagna per l’abolizione delle Province, rilanciata dal quotidiano di destra “Libero” e da tempo supportata da Confindustria. L’assunto è molto semplice: le Province costerebbero troppo e, data la loro scarsa utilità, andrebbero abolite.
Il problema è che le cose non sono così semplici. Se immaginassimo di abolire questo ente, si dovrà riconoscere che le competenze da esso oggi ricoperte dovrebbero essere svolte da qualcuno altro a livello locale. La prima domanda è: chi? Le Regioni? Al di là del fatto che il personale provinciale andrebbe devoluto alle Regioni, magari tramite uffici distaccati, è davvero così corretto operare un’ulteriore centralizzazione dei poteri, in controtendenza rispetto a ogni democrazia evoluta? La verità è che in una nazione come la nostra, nella quale ci sono poco più di 8.100 Comuni di cui oltre 5.800 sono sotto i 5.000 abitanti, occorrono ancora enti di coordinamento dell’area vasta come sono le Province.
Infatti, chi ha il coraggio di dire che le funzioni della Provincia sono inutili? Oltre alle note e riconosciute competenze in materia di edilizia scolastica e di realizzazione e gestione di strade e di sistemi di viabilità sul territorio – impegni capillari difficilmente gestibili da una Regione – dalla riforma del titolo V della Costituzione in poi, sono molte le Regioni che hanno delegato alle Province le competenze in materia di lavoro e formazione professionale. Un partita non da poco, che forse qualcuno preferirebbe risolvere ai piani alti, lontano dai territori interessati e dai loro attori sul campo.
Ma non finisce qui. Quando si parla di coordinamento dell’area vasta, si intende che ci debbono essere istituzioni in grado di tessere i rapporti tra municipi più o meno grandi, costruendo strutture e servizi in rete che altrimenti molte realtà, da sole, non avrebbero. Pensiamo al lavoro che le Province possono svolgere su temi come la tutela dell’ambiente e del territorio paesaggistico, sulla promozione turistica, sull’edilizia pubblica, sull’enogastronomia, sull’offerta culturale integrata o sulla protezione civile, tutti settori che hanno peculiarità territoriali più ampie di un singolo Comune e più strette di una Regione.
Infine, torniamo ai costi. Abolire le Province - posto che non se ne possono abolire le competenze e quindi le spese per servizi, appalti, personale e uffici – vorrebbe dire solo tagliare il costo dei gettoni di presenza dei consiglieri (circa 60 euro a seduta del Consiglio) e le indennità di Presidente e Assessori (comunque inferiori a quelle dei dirigenti del loro stesso ente). Per carità si può fare tutto, ma – lasciatemelo dire – puzza tanto di demagogia, senza preoccuparsi realmente se le cose possono funzionare meglio. Non vorrei che questo tormentone fosse il solito modo interessato per delegittimare l’istituzione di turno, in modo da approfittarne per avere meno regole da rispettare, maggiore vuoto politico, più centralismo.

giovedì 27 novembre 2008

La virgola, Un occhio attento alle cose italiane …Parlamentari e non …


Vigilanza Rai: una brutta storia

Bisogna ammetterlo. Sul caso della Commissione di Vigilanza Rai – importante perché sorveglia l’autonomia della televisione pubblica e soprattutto è determinante per la ratifica delle nuove nomine dirigenziali – il mio Partito, il Pd, non ha fatto una bellissima figura.
Dopo aver raggiunto un accordo con l’Italia dei Valori sul nome del loro Leoluca Orlando come presidente (quest’ultimo per prassi spetta all’opposizione parlamentare) e dopo mesi di stallo per il veto irresponsabile del centrodestra, sono accadute molte cose strane.
Un paio di settimane fa, in un programma di La7, il nostro parlamentare Latorre è stato beccato mentre passava un bigliettino di suggerimenti a Bocchino del Pdl e contro l’esponente dell’Idv lì presente, ricordante il veto – sacrosanto questo – posto dall’opposizione sul nome di Pecorella, avvocato del Premier, come membro della Corte Costituzionale. Il comportamento di Latorre ha portato alla luce le legittime resistenze di alcuni nel Pd sul nome di Orlando. Tuttavia, è disdicevole che il rapporto con gli alleati come l’Idv debba avvenire seguendo queste strade tortuose e poco limpide. Noi tutti invochiamo il dialogo con la maggioranza, ma alla luce del sole.
A conferma di questo mio disagio è quindi arrivata, la scorsa settimana, la nomina a sorpresa del senatore Villari del Pd a presidente della Vigilanza. Il parlamentare del Pd è stato eletto Presidente della Vigilanza con i voti della maggioranza, all’insaputa dell’opposizione. Un atto gravissimo, che rompe una prassi consolidata e conferma come Berlusconi e i suoi amino poco le regole delle democrazia, credendo di poter decidere anche per l’opposizione.
Villari ha dichiarato che quella sua nomina sarebbe servita a ricostruire il dialogo. Prendiamolo in parola. Ora che anche Di Pietro ha ritirato il nome di Orlando e che tutti – maggioranza e minoranza – hanno convenuto sul nome prestigioso di Sergio Zavoli, decano del giornalismo italiano, perché Villari non si dimette ? Missione compiuta, la sua, se davvero voleva riaprire il dialogo. Invece, il senatore è ancora al suo posto, ignorando le richieste ufficiali del Pd. Sì, Villari è stato giustamente espulso dal Pd per il suo comportamento e l’opposizione ha scelto di non partecipare ai lavori finché non si dimetterà, ribaltando il gioco del Pdl, che voleva rapidamente procedere a nuove nomine Rai. Però, o a maggior ragione, questa vicenda lascia l’amaro in bocca.
L’Italia degli inciuci è dura a morire. Prendiamone atto per non abbassare la guardia.


Il piano anticrisi del governo è un palliativo

Il Pd si è astenuto sul piano anticrisi del governo Berlusconi. Tutti concordano sul fatto che il sistema bancario e finanziario in grave crisi non debba essere lasciato al tracollo, trascinando con sé le sorti di milioni di onesti risparmiatori. Ma ciò che non convince nel piano del governo è l’aiuto a senso unico e senza contropartite offerto con i soldi dei contribuenti ai gruppi finanziari, responsabili con le loro speculazioni della crisi in atto. Occorrono più regole, più presenza dell’intervento pubblico in economia, più sostegno alla base della piramide e non solo al vertice.
Purtroppo però l’esecutivo ha messo in campo finora solo misure inutili o squilibrate: l’inopportuna abolizione dell’Ici per tutti (compresi coloro che non avevano affatto bisogno di questo regalo) ha disperso risorse ingenti, e di fronte a questo la tessera dei poveri a 40 euro al mese, ispirata a un “capitalismo compassionevole” fuori moda e fuori luogo, è una misura davvero troppo limitata; non c’è nulla per le tredicesime, mentre si insiste, nonostante il parere negativo della stessa Confindustria, sugli straordinari, ininfluenti in questa fase del ciclo economico.
Al contrario, il Pd chiede di discutere insieme alla maggioranza su sostegno a salari e pensioni, sugli ammortizzatori sociali e sulla lotta alla povertà e alla disoccupazione, con misure concrete non demagogiche.

venerdì 14 novembre 2008


Perché reprimere le potenzialità dell’immigrazione regolare?

E’ in discussione in queste ore al Senato il ddl “Sicurezza” approvato mercoledì scorso in Commissione Sicurezza e Affari Costituzionali alla Camera. Rispetto al già restrittivo disegno di legge 733, si aggiungono ora una serie di emendamenti, prevalentemente leghisti, che contengono propositi a dir poco xenofobi e che ci auguriamo – se c’è ancora qualche persona responsabile nella maggioranza – non vengano approvati. Facciamo alcuni esempi.
Si conferiscono maggiori poteri agli Enti locali per “avvalersi di associazioni di cittadini per segnalare eventi a danno della sicurezza e cooperare al presidio del territorio”: in altre parole, si legittimano le ronde padane e simili, prefigurando un futuro nel quale esse saranno tranquille anche se agiranno abusi contro i presunti individui pericolosi. Magari verranno anche finanziate da qualche Comune, indebolendo tra l’altro il ruolo dei corpi preposti alla pubblica sicurezza.
Si propone di denunciare i senzacasa in un apposito registro a cura del Viminale. Di espellere entro 5 giorni e con una multa fino a 10mila euro (come la pagheranno?) i clandestini. I quali non potranno neanche sposarsi, secondo un emendamento che vuole vietare i matrimoni a chi non ha il permesso di soggiorno. Quest’ultimo a sua volta diventerà più difficile da ottenere sia in termini di burocrazia (soprattutto garanzie sul domicilio e severi test di lingua, anche per gli studenti) che di costi (tra tutte le pratiche si arriva a circa 200 euro).
I campi rom – chiede un altro emendamento - saranno ospitati dai Comuni solo dopo un referendum cittadino: è facile immaginare, con tutta la disinformazione sul tema che ci è valsa un richiamo ufficiale dell’Europa, che nessuno accoglierà neanche nella peggiore periferia questi campi, in un rimpallo continuo di responsabilità. Ma soprattutto: quale Comune vorrà spendere soldi per fare un referendum sul tema?
La Lega Nord ha poi dato il peggio presentando emendamenti come i seguenti, che si commentano da soli. Blocco dei flussi di ingresso per 2 anni. Pagamento delle prestazioni sanitarie pubbliche (quindi anche l'accesso al pronto soccorso) per gli immigrati irregolari. Per i medici obbligo di segnalazione degli irregolari. Per accedere agli alloggi pubblici, cioè alle case popolari, occorrano almeno 10 anni di residenza in Italia. E, ancora, la proposta di stop ai ricongiungimenti familiari per procura e il divieto di girare nei luoghi pubblici a volto coperto in modo che la persona sia sempre riconoscibile (su questo il Carroccio chiede che venga applicata in maniera più rigorosa la norma già esistente).
Viene proposto infine anche il permesso di soggiorno a punti, del quale avevo già parlato con amarezza. “Contestualmente alla presentazione della domanda per il permesso di soggiorno”, dice il testo, bisogna sottoscrivere un “accordo di integrazione articolato per crediti”, il quale prevede il certificato di conoscenza dell’italiano, l’adesione alla “Carta dei valori della cittadinanza italiana”, le “conoscenze basilari del sistema giuridico”, l’attestato di frequenza ad un corso di “integrazione sociale e culturale”, e la dimostrazione di “un livello adeguato di partecipazione economica e sociale alla vita della comunità”. Insomma, una specie di patente a punti, decurtabili a chi commette illeciti amministrativi (come le multe) o tributari (come le tasse).
Quello dell’integrazione diventa sempre più un percorso a ostacoli, figlio di un contesto culturale in cui lo straniero è un diverso da allontanare dalla vista, ma che va bene finché bada ai nostri anziani o coltiva i nostri campi clandestinamente.
Reprimere le potenzialità dell’immigrazione regolare è un errore. Il PdL dovrebbe riflettere sulle ragioni politiche che spingono la Lega ad elevare l’asticella su questi temi in questo momento. Dopo il trattato di Lisbona, immigrati e politiche d‘integrazione si trasformeranno in merce di scambio per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea? Scelta questa importante, che sostengo, ma che deve essere autentico atto di politica internazionale.
Mentre gli Usa eleggono presidente un cittadino multietnico come Obama, noi reprimiamo le potenzialità dell’immigrazione regolare. Non possiamo continuare su questa strada, lo credo fermamente. Per questo ho presentato una proposta di legge in controtendenza, volta a istituire il Consiglio nazionale per l’Integrazione e la Multiculturalità. Un organismo che promuova, coordini e monitori le politiche dell’integrazione sociale e culturale degli immigrati in Italia, sia a livello periferico che centrale, attraverso il contributo plurale di operatori del settore, organizzazioni di immigrati, associazioni delle categorie produttive e pubblica amministrazione. Visti i tempi la strada sarà dura, ma potrebbe diventare anche una partecipata battaglia di civiltà.


La maggioranza boccia tutti gli emendamenti del PD e… ritira l’unico emendamento sui carichi di famiglia

Davvero l’avremmo votato l’emendamento presentato dai deputati eletti all’estero del PdL. Avremmo aggiunto la nostra firma ed avremmo potuto votarlo insieme. Le cose sono andate in modo diverso. Dopo aver bocciato tutti gli emendamenti presentati dal PD su scuola, assistenza, Comites, CGIE, cultura, la maggioranza ha ritirato l’unico emendamento concernente le detrazioni per carichi di famiglia che avrebbe esteso questa detrazione per chi risiede all’estero e produce reddito soggetto ad imposizione fiscale in Italia. Avremmo dimostrato per una volta un atteggiamento bipartisan su un tema importante per chi vive all’estero, nonostante la nostra richiesta di rendere permanente questa detrazione per i residenti all’estero attraverso la presentazione di un emendamento dichiarato inammissibile per carenza di copertura finanziaria. Il Governo ha assunto un generico impegno a risolvere – ma non sappiamo in che modo – la questione delle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero. Di impegni questo Governo ne ha assunti tanti e su tanti temi, anche in questa finanziaria. Il Governo ha già accolto numerosi ordini del giorno su questo aspetto specifico ed ancora non accade nulla. Nel frattempo la scadenza del 2009 si avvicina – ricordiamo infatti che le detrazioni per carichi di famiglia, introdotte dal Governo Prodi anche per i residenti all’estero, furono introdotte per il triennio 2007-2009.

venerdì 7 novembre 2008

La virgola


Riparte il sogno americano


Saranno i miei venticinquenni di Australia oppure l’insofferenza per Porta a Porta ma anch’io non ho apprezzato – come Matilda Cuomo – il termine “nero”. Trovo assolutamente odioso riferirsi a persone utilizzando caratteristiche fisiche. Non è solo un “politically correct” di maniera. Ho imparato che le persone sono libere di esprimere la propria identità – quindi Obama può anche definirsi “black man” – ma è sempre grave e sbagliato definire gli altri secondo stereotipi, peggio quando questi si riferiscono al colore della pelle.
Spesso si dice che un’elezione presidenziale negli Stati Uniti è epocale. Non è generalmente vero.
Questa volta sì, però. Perché la vittoria di Obama non è stato un semplice arrivare primo. È stata una di quelle vittorie che cambia le regole del gioco. Obama è il primo presidente afroamericano a entrare alla Casa Bianca, anzi è il primo presidente multietnico e multiculturale, date le sue origini miste e le sue migrazioni esistenziali. Storica è anche l’ampiezza del suo successo che travolge la soglia dei 270 grandi elettori necessari all’elezione alla presidenza, arrivando addirittura a quota 349 contro i 147 di McCain e vincendo in stati impensati come Florida e Ohio.
Obama ha vinto perché ha incarnato il cambiamento (“change”, il suo slogan) e la determinazione a voler cambiare corso (yes, we can). Cambiare un’America che ha visto arrivare al capolinea non solo l’era Bush, fatta di guerre e impoverimento del Paese, ma l’intero trentennio apertosi con Reagan: l’epoca del cosiddetto neoliberismo, cioè la deregulation dell’economia e la supremazia della finanza sulla politica.
Molte speranza ha acceso il nuovo presidente. Più diritti civili in un Paese che negli ultimi anni li ha limitati, l’estensione dei servizi sociali come sanità e istruzione per i più deboli negli stessi Stati Uniti che hanno li hanno trascurati a vantaggio dei miliardari, il ritiro dell’Iraq, rapporti internazionali più diplomatici e meno muscolari, e tanto altro. I numeri ce li ha: anche in Senato la maggioranza democratica è solida, con 54 senatori su 100. Le riforme sono possibili.
Ma non illudiamoci troppo. L’era Clinton con tutte le sue speranze aveva in parte deluso e aveva aperto la strada all’era Bush, la peggiore della storia recente degli Usa. Questo perché le resistenze alla riforme dei poteri forti americani sono tante e molto forti.
Ma, al tempo stesso, non smettiamo di sperare nel cambiamento. Sostenere Obama è contribuire, fin dal nostro lavoro nell’opinione pubblica, anche fuori dagli Usa, anche in Italia, perché la politica possa tornare a dare voce a chi sta lontano dai riflettori.

Dall’Unione Europea proposte condivisibili

La Commissione europea, tramite il suo presidente Barroso, ha definito la scorsa settimana la strategia per affrontare la crisi economica conseguente al crollo finanziario e passare alla ripresa sostenibile. Un quadro di politiche che verranno sviluppate ulteriormente nei prossimi mesi.
L’obiettivo naturalmente è di portare i Paesi dell’Unione ad adottare linee di politica economica, fiscale e di sostegno alle famiglie che rispettino le scelte adottate dalla Commissione. Con alcune interessanti proposte concrete, sulle quali possiamo riscontrare una convergenza con le posizioni già espresse dal Partito Democratico.
Priorità assoluta va data allo sforzo di rendere minimo l’impatto negativo sull’occupazione, sul potere di acquisto e sul livello di benessere dei cittadini dell’Unione. La crisi economica deve essere affrontata con analoga energia e con un approccio coordinato come per la crisi finanziaria. Non è giusto e soprattutto non è economicamente saggio salvare il vertice (i grandi gruppi) senza occuparsi della base della nostra realtà economica (i comuni cittadini).
Concordiamo con Barroso quando afferma che, se gli strumenti principali per stimolare la domanda e l’occupazione rimangono ovviamente nelle mani dei Paesi dell’Unione (lo ricordi bene il governo italiano!), è tuttavia certo che per avere successo è necessario lavorare insieme, anche al fine di costruire una volta per tutte una vera governance globale dell’economia, che metta regole ai mercati finanziari e che tuteli i risparmiatori.
Il compito dell’Europa dovrà essere quello di adottare politiche per far crescere la domanda. Al contempo, bisogna impegnarsi per far scendere l’inflazione e nel supporto al reddito della parte più vulnerabile della popolazione. Investire in nuove tecnologie, trasporti ed autonomia energetica, fissando un’agenda sul tema dell’efficienza energetica e della tutela ambientale.

mercoledì 29 ottobre 2008

La virgola


La grande manifestazione del 25 ottobre per “salvare l’Italia”


L’imponente manifestazione del Partito Democratico ci ha consegnato una responsabilità: continuare a svolgere con coerenza il ruolo di forza centrale dell’attuale opposizione. Una coerenza che non può venire meno nonostante l’atteggiamento del Governo e di parti della maggioranza. Non basta sostenere – a partire dal Presidente della Camera – che le legittime manifestazioni di protesta vanno ascoltate. Devono aprirsi spazi di dialogo in Parlamento. Le manifestazioni, la piazza, le proteste di questi giorni denotano un forte malessere ma dicono anche alcune cose, indicano delle alternative, propongono un percorso. Le riforme vere, quando riguardano settori importanti per il futuro del Paese come la scuola, debbono partire dall’ascolto dei soggetti interessati e garantire un quadro di modifiche il più possibile condivise per dare stabilità al settore. Che senso ha produrre cambiamenti raggiunti grazie alla logica dello scontro e quindi trasformarli in obiettivo di modifica quando l’opposizione diventerà maggioranza? E quando – soprattutto – la connotazione di base è rappresentata dai tagli? Tagli che riguardano anche gli italiani nel mondo.
Non posso nascondere l’emozione di aver visto l’enorme conca del Circo Massimo e le vie laterali strabordare di persone provenienti da tutta Italia e dall’estero. La presenza dall’estero, con lo slogan “ci tagliano la lingua”, ha aggiunto il contributo degli italiani nel mondo alla manifestazione di protesta. Sebbene non mi interessi la guerra dei numeri, trovo parecchio ridicolo che Berlusconi si dica non preoccupato dalla manifestazione ma poi cada nel più banale dei comportamenti di chi è in difficoltà: negare l’evidenza e sminuire il ruolo della protesta. Quello che più duole sentire è il disprezzo con cui gli esponenti di governo e maggioranza hanno bollato la storica manifestazione del Pd e, in generale, tutte le proteste pacifiche in corso in questi giorni nel Paese, soprattutto quelle del mondo della scuola, attaccato dai tagli del ministro Gelmini.
Occorrerebbe più rispetto verso ogni forma democratica di opposizione, senza demonizzarla o ridicolizzarla, ma al contrario vivendola come stimolo per un confronto. Lo “smemorato” Berlusconi finge di non ricordare di quando, circa due anni fa, manifestò lui a Roma contro il governo Prodi, e quest’ultimo non irrise affatto i cittadini scesi in piazza.
Al di là delle polemiche, ciò che rimane di sabato scorso sono alcuni dati di fatto: un’opposizione più unita (in piazza con noi c’era anche Di Pietro); l’apertura alle alleanze con altre forze di minoranza, parlamentari e non; la riaffermazione della leadership di Veltroni nel Pd; la fine della luna di miele tra governo e italiani (registrata dagli ultimi sondaggi che vedono un primo calo nel sostegno all’esecutivo).
Non è tutto. C’è ancora tantissimo da fare per rendere efficace un’opposizione propositiva alle politiche di un governo poco disposto all’ascolto delle forze vive del Paese. Noi ce la metteremo tutta, come il 25 ottobre ha saputo dimostrare.

Una legge elettorale per le europee troppo partitocratica

È iniziata lunedì scorso in Aula alla Camera la discussione della riforma della legge elettorale per le europee.
Mille volte si è detto che non si dovrebbero mai “cambiare le regole del gioco” poco prima delle elezioni e soprattutto senza il minimo consenso delle minoranze. Ancora una volta il Pdl ha scelto di fare da solo e procedere in maniera autoritaria. La proposta della maggioranza berlusconiana è quella di inserire uno sbarramento al 5% sul piano nazionale, di abolire le preferenze e procedere per liste di candidati bloccate, e di raddoppiare le circoscrizioni elettorali (dalle attuali 5 a 10).
Il Pd ha già annunciato un pacchetto di emendamenti per cambiare questa riforma.
In primo luogo, è nostro obiettivo ridurre lo sbarramento nazionale al 3%: va bene la semplificazione del quadro politico, ma il 5% è una soglia troppo alta e va a limitare l’espressione democratica del pluralismo, soprattutto in un Parlamento come quello europeo che non ha lo scopo di sostenere un governo con una sua maggioranza.
Inoltre, combatteremo contro la rimozione delle preferenze. Sono i cittadini e non gli apparati di partito a dover decidere chi va in Parlamento. Se la maggioranza dimostrerà ancora una volta totale chiusura proveremo a ridurre la dimensione delle circoscrizioni per dare più visibilità ai candidati collocati dalle forze politiche e per favorire il ricorso alle primarie per individuarli. Da parte nostra, il Pd si è impegnato a farle le primarie in ogni caso.
Infine, nell’ottica di una distribuzione degli incarichi rappresentativi e contro la presentazione di leader-specchietti per le allodole che si candidano per incassare voti al proprio partito e si dimettono il giorno dopo, vogliamo impedire il cumolo delle cariche (non facendo eleggere ministri, presidenti di regioni e province, sindaci di città sopra i 15mila abitanti) e le candidature multiple in più collegi elettorali.

giovedì 16 ottobre 2008

La virgola

Sulla prostituzione…

Non basta dire che da oltre cinquanta anni in Italia non si riesce a discutere di prostituzione – con tutte le conseguenze che da questo fenomeno derivano – per essere automaticamente nel giusto. Ne mi pare giusto semplificare il problema e riportarlo nella sfera di una semplice questione di ordine pubblico o di sicurezza delle città. Un sindaco di una grande città – prendiamo ad esempio Roma – è nel giusto se si pone il problema di restituire ai cittadini, ai turisti, agli immigrati, parti della città che sono state “espropriate” dalle attività che ruotano attorno alla prostituzione. Ma il sindaco di una grande città deve porsi anche il problema delle conseguenze delle proprie azioni. Spostare il problema da Roma a fuori le mura, oppure trasferirlo in luoghi dove non vi è pubblica esposizione ma può esservi analogo sfruttamento, con un peggioramento delle condizioni, deve interessare il primo cittadino di una grande città e tutti i cittadini. Altrimenti – come per la proposta del Ministro Carfagna – la logica deduzione è che si tratti di un provvedimento bigotto, che vuole evitare di affrontare il problema semplicemente portandolo lontano dagli occhi dei cittadini. In questo modo – come sempre – il rischio e di fomentare l’illegalità e favorire le attività illecite organizzate.
Sono convinto che la prostituzione debba essere regolata. La regola fondamentale della domanda e dell’offerta mi porta a pensare che non basti agire sull’offerta spostandola in altri luoghi e sulla domanda applicando le sanzioni. Solo una volta che sarà stato regolato il fenomeno, sarà giusto applicare tutti gli strumenti della legge per punire chi non sta nelle regole.
In molti Stati d’Australia la prostituzione è regolata. Dove non è regolata viene tollerata quando si svolge in luoghi “privati”ma spesso è gestita dalla criminalità organizzata ed è stata al centro di scandali che hanno coinvolto anche le forze dell’ordine.
In una società moderna abbiamo il dovere di proteggere tutti. Fare in modo che nessuno debba prostituirsi per necessità, evitare che questa attività umana venga gestita dalla criminalità comune ed organizzata, evitare che lo Stato, nel tentativo di non promuovere il fenomeno lo trasformi in un pericoloso boomerang sociale.

Dalla residenza a punti…

Come per la patente, anche il permesso di soggiorno per gli immigrati dovrebbe essere a punti. Ecco la vergognosa proposta della Lega Nord, inserita in un emendamento al ddl sulla sicurezza in discussione al Senato.
Il partito di Bossi non finisce mai di stupire in negativo. L’idea che si venga espulsi dopo un tot di reati corrispondenti ognuno a un dato punteggio fissato dal Viminale, è molto più che “bizzarra”, come l’ha definita qualche loro alleato del PDL.
È una vera e propria ingiuria allo Stato di diritto e all’uguaglianza dei cittadini, che fa il paio con un altro emendamento presentato sempre dalla Lega nel quale si prospettano referendum locali per decidere se si vuole o meno un campo rom o una moschea nel proprio Comune, con cui si limita l’accesso per gli immigrati ai servizi sanitari e sociali, istruzione compresa, e con cui si richiede il permesso di soggiorno per chi vuole sposarsi con un cittadino italiano. Permesso di soggiorno che dovrebbe passare da 70 a 200 euro di costo.
Proporre tutto ciò – anche se ci sono speranze che non si traduca in legge – è già un danno. Infatti la Lega Nord, con la complicità dell’intera maggioranza, continua ad alimentare la xenofobia, dimostrando che non è interessata a governare il fenomeno dell’immigrazione ma soltanto a rinfocolare la paura.

… alle classi differenziali…

La mozione sulla introduzione delle classi “ponte”, presentata dalla Lega Nord ma sostenuta e votata dall’intera maggioranza, nonostante l’accesso dibattito svolto dall’opposizione alla Camera, rappresenta un’ennesima dimostrazione della scelta leghista di alzare il livello dello scontro. La mozione prevede l’inserimento degli scolari figli di immigrati in classi differenziali per “facilitare” l’inserimento nella scuola italiana, dal punto di vista linguistico, culturale e delle conoscenze di base. Mentre da un lato è positivo che una forza parlamentare e di governo come la Lega si preoccupi dell’inserimento scolastico dei figli degli immigrati, è meno nobile prevedere uno strumento di inserimento come le classi differenziali.
Isolare una condizione, non renderla partecipe del mondo circostante, non consentire lo scambio culturale e linguistico è proprio ciò che blocca l’integrazione. Maggiormente quando parliamo degli anni formativi. Insisto nella tesi che il “multiculturalismo” – che non va ricercato nei modelli inglese o del melting pot americano ma nella capacità di una società di valorizzare le diversità per sviluppare modelli originali di integrazione che debbono riguardare tutti, anche i cittadini italiani – rappresenti una via percorribile per l’Italia e per l’intera Europa.