Visualizzazione post con etichetta maggioranza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maggioranza. Mostra tutti i post

martedì 2 febbraio 2010

FEDI (PD): Legittimo impedimento, errore costituzionale e percorso breve verso un secondo lodo Alfano

La posizione del Partito Democratico sul provvedimento definito “legittimo impedimento” è netta e chiara: si tratta di una proposta di legge incostituzionale che continua ad aumentare la distanza con i cittadini, sia sotto il profilo della parità di diritti e doveri che sotto il profilo della urgenza che, in questo momento, dovrebbe portare Governo e maggioranza ad occuparsi degli effetti della crisi economica e della purtroppo inesorabile perdita di posti di lavoro.

Si rischia, però, di dimenticare che in Italia lo strumento del legittimo impedimento esiste già e chi ne ha i requisiti per ricorrervi è già in grado di farlo.

È invece inquietante che, per l’ennesima volta, il governo di centrodestra anteponga al dibattito e al lavoro parlamentare su temi di attualità per l’intera cittadinanza italiana gli interessi di uno sparuto numero di personalità del mondo politico.

Il provvedimento sull’istituto giuridico del legittimo impedimento rischia di essere un cavallo di Troia per introdurre, di fatto, un’immunità. Immunità che, di rinvio in rinvio, potrebbe diventare anche permanente. Un percorso breve, o di transizione, verso un secondo lodo Alfano.

È quindi per ragioni di merito e di metodo che siamo contrari a questa modifica del legittimo impedimento, tutt’altro che necessaria. Essa dimostra ancora una volta che il Governo e chi lo sostiene in Parlamento sono lontani dai problemi del Paese, compresi quelli concernenti la sfera dell’amministrazione giudiziaria.

2 febbraio 2010

martedì 26 gennaio 2010

FEDI (PD): Sulla rete consolare attendiamo il confronto parlamentare con il Governo

Credo sia giusto ricordare che il Governo si è impegnato a riferire al Parlamento il nuovo piano di riorganizzazione della rete consolare nel mondo – rileva l’On. Marco Fedi che ha presentato sul tema un’interrogazione a risposta scritta.

In questi mesi abbiamo espresso nettamente la nostra opposizione alla proposta iniziale di riorganizzazione della rete consolare. Abbiamo ascoltato comunità, Comites, Cgie. Abbiamo preso visione del progetto di informatizzazione e delle prospettive di maggiore efficienza. Abbiamo acquisito gli elementi utili a far progredire l’esame di una proposta di ammodernamento della rete diplomatico-consolare nel mondo.
Non vorremmo che – nonostante gli atti di indirizzo e controllo approvati in entrambi i rami del parlamento – il processo di riorganizzazione andasse avanti, sulla spinta dell’amministrazione degli esteri, senza fare chiarezza sulle sue linee guida.
Siamo preoccupati – in sostanza – che si faccia procedere una riorganizzazione senza un piano, sottraendo le decisioni al confronto parlamentare chiesto da noi con forza.
Per queste ragioni il confronto parlamentare è urgente – ricorda l’On. Marco Fedi.
In questa interrogazione chiedo se si intenda mantenere operative le sedi consolari di Adelaide e Brisbane assicurando la pubblicità delle stesse alla scadenza del mandato di sede degli attuali Consoli. Analoga domanda riguarda molte altre sedi consolari nel mondo – ha concluso l’On. Marco Fedi.

Testo integrale interrogazione a risposta scritta.

Al Ministro degli affari esteri.

- Per sapere - premesso che:

la comunità italo – australiana ha manifestato, attraverso una petizione che ha raggiunto oltre 15,000 sottoscrittori, la propria ferma opposizione alla prospettata chiusura dei Consolati di Adelaide e Brisbane,

i Comitati degli Italiani all’Estero d’Australia (Com.It.Es.), i rappresentanti al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (C.G.I.E.), i rappresentanti di Associazioni nazionali e regionali e tutte le istanze rappresentative della comunità italiana, hanno unanimemente condannato e protestato contro tale scelta del Governo,

il Governo Federale australiano, i Governi statali ed i Parlamenti Federale e degli Stati d’Australia, hanno espresso legittime preoccupazioni per le prospettate chiusure di Adelaide e Brisbane chiedendo una modifica della decisione,

i cittadini italiani-utenti i servizi consolari chiedono rapporti forti con le istituzioni italiane e servizi efficienti dalle pubbliche amministrazioni del nostro Paese,

i continui tagli e le riduzioni di bilancio si sommano ai problemi organizzativi di una rete consolare che necessita invece piena dignità poiché rappresenta oggi un essenziale elemento di collegamento con le comunità italiane oltre ad essere al servizio del sistema Italia nel mondo,

i rapporti bilaterali tra l’Italia e i vari Stati d’Australia, i progetti regionali, la partecipazione australiana a importanti manifestazioni fieristiche nazionali e regionali, il livello dell’interscambio tra i due Paesi, si fondano su una reciprocità di impegno che la chiusura dei Consolati di Adelaide e Brisbane pone in dubbio,

il Governo italiano si era impegnato a comunicare al più presto un nuovo piano di riorganizzazione della rete consolare nel mondo -:
se si intenda mantenere operative le sedi consolari di Adelaide e Brisbane assicurando la pubblicità delle stesse alla scadenza del mandato di sede degli attuali Consoli.


On. Marco Fedi

20 gennaio 2010

martedì 15 dicembre 2009

Deputati PD eletti all’estero: gravissimo atto di violenza che va condannato senza mezzi termini

I deputati PD eletti all’estero ritengono di gravità inaudita l’aggressione al Presidente del Consiglio e condannano senza mezzi termini l’atto di violenza perpetrato nei suoi confronti.
Nulla può giustificare un gesto di violenza ai danni di un qualsiasi cittadino, né lo scontro politico, i cui toni purtroppo sono da tempo troppo elevati, né tantomeno l’agire di una persona disagiata.
Esprimiamo la nostra solidarietà al Presidente Berlusconi e gli auguriamo una pronta guarigione.


Marco Fedi, Gino Bucchino, Franco Narducci, Fabio Porta, Gianni Farina, Laura Garavini

Deputati PD eletti all’estero: gravi ed offensive le dichiarazioni del Presidente del Consiglio

I deputati PD eletti all’estero ritengono particolarmente gravi ed offensive le dichiarazioni del Presidente del Consiglio relativamente al nostro assetto istituzionale.
Siamo fermi nel difendere le Istituzioni della Repubblica italiana così come siamo pronti a migliorarne il funzionamento con opportune modifiche. Difendere l’immagine dell’Italia all’estero significa anche tutelare e valorizzare il ruolo delle nostre istituzioni.
Forti delle nostre esperienze all’estero riteniamo sempre sbagliato mettere in contrapposizione i poteri dello Stato e quindi ci riconosciamo nel responsabile richiamo del capo dello Stato ad attenuare le tensioni e a riportare nelle aule parlamentari la discussione sulla riforma dello Stato.

Marco Fedi, Gino Bucchino, Franco Narducci, Fabio Porta, Gianni Farina, Laura Garavini

Dal test antidroga al processo breve…

Da quando sono Deputato della Repubblica, sono stato chiamato o definito, direttamente o indirettamente, condividendo questo destino con tutti i miei colleghi: “imbroglione”, “appartenente alla casta”, “inutile”, “costoso”, “corrotto”, “fannullone”.
E da domani, probabilmente, anche “tossicomane”.
Questo perché, a prescindere dal fatto che non lo sono, io non ho alcuna intenzione di sottopormi al test antidroga, se non quando e come previsto dalla legge. Senza se e senza ma!
Faccio una premessa. Se è vero che l’uso di sostanze alteranti la nostra condizione fisica e mentale non è necessariamente contro la legge, è altrettanto vero che rischia di “compromettere” la nostra capacità di autonomia e di giudizio. Ciò è sempre grave, ma ancor più grave se avviene nell’esercizio delle funzioni parlamentari.
Tuttavia, questo mio giudizio non mi induce automaticamente a proporre un test antidroga per tutti coloro che, nell’esercizio delle proprie funzioni, svolgono un’azione tesa a fissare limiti alle libertà collettiva o dei singoli (e non ci sono solo i Parlamentari in questa privilegiata categoria).
Credo invece che sia la legge a regolare quando, come e perché esso vada effettuato.
Mi sovviene poi un pensiero: ma allora non sarebbe altrettanto ragionevole presumere che tutti i Parlamentari debbano sempre rispettare la legge? Che essi accettino sempre il giudizio dei tribunali come accettano quello degli elettori?
Giustamente i cittadini, nonché elettori, ritengono e reclamano che ogni altro cittadino, al di là del proprio ruolo, debba rispondere in maniera eguale a tutti gli altri di fronte alla legge, anche quando chiamato a incarichi di rappresentanza e di Governo. Ma mi chiedo allora se essi siano disposti a chiedere, in virtù di ciò, un eguale comportamento a tutti, loro compresi, dai servitori dello Stato ai Parlamentari, dagli operai ai pensionati, passando per gli impiegati e gli studenti?
In altre parole, mi chiedo se questo porre i Parlamentari oltre la soglia della “cittadinanza ordinaria”, come anche la richiesta di effettuare il test induce a pensare, non rischi di consolidare l’idea stessa della Casta, anziché demolirla? L’idea di una Casta che si perpetua e quindi ha anche bisogno di assumere atteggiamenti e comportamenti “davvero speciali”?
Facciamo tutti uno sforzo per tornare alla normalità. Chiedo di misurare me e i miei colleghi per le cose che facciamo e diciamo, per la coerenza tra azioni e pensiero, per il contributo che riusciamo a dare.
Dobbiamo rispondere alle leggi dello Stato come ogni altro cittadino. Non abbiamo bisogno di immunità e di processi brevi, ma di riforme vere, se possibile da costruire “insieme”, maggioranza e opposizione, con il concorso dei cittadini e delle organizzazioni e associazioni che ne rappresentano i legittimi interessi. Non pretendo di aver ragione. Rivendico la libertà di esprimere opinioni e soprattutto la libertà di rispondere in termini politici, e non demagogici, della mia attività parlamentare.

giovedì 25 giugno 2009

Dal mondo forti proteste per la chiusura di consolati

Congelare la decisione di declassare e chiudere 22 consolati nel mondo ed attivare un tavolo di discussione con il Parlamento. Un tavolo di discussione che consenta anche ai parlamentari di conoscere e di approfondire adeguatamente il progetto per la realizzazione del consolato elettronico. Questa è la proposta avanzata dall’On. Marco Fedi in sede di audizione del Sottosegretario di Stato agli Affari esteri, Sen. Alfredo Mantica, davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato.
Da Adelaide a Brisbane fino a Durban, dall’America del Nord all’Europa, le annunciate chiusure di Consolati hanno sollevato forti proteste e manifestazioni di dissenso rispetto alla scelta del Governo e forti preoccupazioni sollevate anche dai Governi locali. Nella capitale dello Stato del South Australia, Adelaide, la voce di protesta è arrivata in Parlamento.
La preoccupazione si ritrova nelle parole di una mozione, nelle posizioni unitarie di parlamentari di maggioranza e opposizione e nel comunicato del Premier statale Mike Rann. La forte richiesta di invertire il senso di marcia, di non adottare questa decisione annunciata, di mantenere inalterati i rapporti con gli Stati, rappresentano una aperta critica al Governo ma, allo stesso tempo, paradossalmente, anche un apprezzamento per il lavoro svolto negli anni dalla nostra rappresentanza e dal personale consolare”.
Su questi temi sarebbe necessario unirci nell’affermazione di principi, fare squadra attorno all’idea di servizio per le comunità e di azione diplomatica con gli Stati – che negli anni ci hanno consentito di raggiungere importanti traguardi bilaterali – piuttosto che dividerci tra interessi geografici, tra personale di ruolo e a contratto, tra chi pensa si possa spendere meglio, eliminando il superfluo, e chi vede solo le urgenze ed i buchi da tappare con i tagli. Credo questo sia il momento dell’azione comune. Dobbiamo lavorare affinché il Governo fornisca elementi di chiarezza su come intende gestire i servizi. Condivida le strategie di medio e lungo corso, la politica di investimenti, le soluzioni per sopperire alla chiusura di sedi nel mondo. Non ci sono vincitori e vinti, ma solo un Governo che appare sempre più disperato nel racimolare risorse che andranno a tante cose fuorché quella rete consolare, che invece chiede investimenti proprio per essere adeguatamente riorganizzata. Ora la logica non può essere quella della distanza: forse in Europa un ragionamento strettamente “podistico” può essere adottato. Oggi abbiamo un secondo compito: dire chiaramente che tipo di Paese vogliamo essere e che tipo di organizzazione vogliamo darci, per esserlo anche all’estero.
Ci dica il Governo come intende realizzare una vera riorganizzazione. Ci presenti un programma serio di lavoro e su quello – anche da posizioni diverse – potremo discutere e confrontarci. Ciò che abbiamo davanti è l’ennesima manovra di riduzione dei costi, peraltro anche minimi se a regime, nel 2012, si parla di un risparmio di 8 milioni di euro. Nei prossimi giorni e mesi ciascuno con le proprie responsabilità dovrà operare per invertire questo metodo di lavoro, per non arrivare alle emergenze e per garantire ai cittadini italiani i servizi che meritano – e non solo quelli che lo Stato italiano è in grado di fornire – e per rafforzare la nostra presenza diplomatica all’estero anziché indebolirla.
Noi crediamo sia possibile realizzare i risparmi necessari da investire nel rafforzamento e nell’ampliamento della rete consolare - che deve poter arrivare anche in quelle nuove realtà in cui è richiesta la presenza della nostra diplomazia e della nostra rete di servizi - sia attraverso tagli alle spese amministrative che attraverso l’utilizzo dei consolati onorari e degli sportelli di servizio.

sabato 13 giugno 2009

FEDI (PD): La rete consolare è una parte fondamentale della presenza dello Stato italiano all’estero

“La rete consolare è una parte fondamentale della presenza dello Stato italiano all’estero. Parlarne in termini di ‘razionalizzazione’, in assenza di un piano complessivo di riorganizzazione di questa presenza, offende il senso dello Stato dei cittadini italiani che vivono e si muovono nel mondo” – è questa la prima riflessione dell’On. Marco Fedi dopo l’annunciata chiusura di tante sedi consolari nel mondo.
“Ricevo ogni giorno segnalazioni su ritardi e inefficienze nel rapporto tra la pubblica amministrazione dello Stato italiano e i cittadini italiani che si trovano all’estero, nonostante l’impegno e la professionalità del nostro personale diplomatico e di ruolo e del personale a contratto nell’affrontare la gran mole di lavoro. A queste segnalazioni critiche ho sempre contrapposto l’impegno dello Stato italiano a rispondere ai bisogni dei cittadini, indipendentemente da dove essi vivono e lavorano.
L’efficienza è oggi legata sempre di più all’utilizzo delle nuove tecnologie e agli investimenti in informatizzazione, formazione e comunicazione. La realtà è che Governo e maggioranza non sono in grado di presentare un autentico piano di riorganizzazione della rete consolare e non hanno un serio programma di investimenti proprio in questi settori. Abbiamo degli annunci ma non conosciamo tempistica, qualità e quantità degli investimenti. Il Governo e la maggioranza prefigurano di fatto lo smantellamento della presenza dello Stato italiano all’estero”.
“Ci troviamo ad affrontare decisioni prese con la logica del “tagliare dove è più facile” come peraltro abbiamo già avuto modo di denunciare. Risponderemo con la mobilitazione delle nostre comunità e con proposte serie. Credo sia necessario che le comunità italiane nel mondo si rivolgano al Governo, al Parlamento ma anche al Capo dello Stato per segnalare la necessità di superare definitivamente l’attuale fase di instabilità e di garantire i servizi a tutti i nostri cittadini siano essi imprenditori, ricercatori, italiani temporaneamente all’estero – in missione o per lavoro o per turismo o per altre ragioni – o cittadini italiani permanentemente residenti all’estero”.

giovedì 4 giugno 2009

Intervista all’On. Marco Fedi (PD) su Emigrazione Notizie


2 giugno 2009

L’ultima Assemblea Plenaria del CGIE e il recente dibattito al Senato hanno fornito elementi significativi di chiarimento rispetto all’azione del Governo e alle urgenze degli italiani all’estero. Cosa ne pensa ?

Il CGIE ha un ruolo fondamentale di rappresentanza e di interazione con il Ministero degli Affari esteri e quindi i temi che riguardano da vicino la comunità italiana. La plenaria di metà maggio ha fornito un vero autentico elemento di chiarimento: esiste oggi un divario che non ha eguali nella storia dell’emigrazione italiana nel mondo tra scelte politiche di Governo e maggioranza – contrastate dal Partito Democratico – e le esigenze reali delle nostre comunità e le opportunità, che ancora esistono, per valorizzare il patrimonio di identità, culture, lingue e collegamenti che la presenza italiana nel mondo oggi rappresenta. Esiste una visione miope del mondo degli italiani all’estero, una visione che ci vorrebbe catalogati: da un lato chi oggi conta, mondo economico e finanziario e mondo politico, in cui gli italiani si sono distinti in tutto il mondo, e mondo della tradizionale comunità, che chiede servizi e pensioni, chiede rappresentanza, chiede cittadinanza e diritti di cittadinanza. Questi due mondi, invece, non sono affatto distanti: vivono nelle abitazioni di Brisbane e Adelaide, Buenos Aires, Colonia, Toronto, New York, in cui risiedono i nostri connazionali. Sono nonni, genitori, figli e nipoti, di un mondo che non è residuale o marginale ma interconnesso. Un mondo rispetto al quale si applica il principio della meccanica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. La qualità della reazione la misureremo nei prossimi mesi e anni. Dalla discussione – quella sì assolutamente marginale – delle mozioni al Senato è arrivata la conferma che il Partito Democratico si è impegnato ed è ancora impegnato nel recupero di risorse per i capitoli delle comunità italiane all’estero, mentre maggioranza e Governo non hanno soluzioni, se non delle vere e proprie pezze, e navigano a vista. Oggi chi sente la responsabilità complessiva di questo mondo, anche se è all’opposizione, propone una riflessione. Chissà se maggioranza e governo sapranno cogliere questa opportunità di dialogo.

A suo parere quali prospettive si aprono dopo la conferma dei tagli e dopo l’esito di questa assemblea del CGIE?

Sarebbe utile ripartire da un momento di riflessione comune. Ho presentato questa proposta, prendendo atto del clima politico in cui operiamo e delle difficoltà, alcune delle quali sono reali. Ripartire da una sorta di “summit” che ci consenta di individuare alcune riforme prioritarie sulle quali lavorare, maggioranza ed opposizione. In alcune aree, sono certo, possiamo spendere meglio le poche risorse disponibili. Poi a ciascuno le proprie responsabilità. In altre parole, attorno al CGIE, dovrebbe svilupparsi una comune azione di analisi e discussione politica sulle riforme che oggi manca. Poi è necessario fare uno sforzo comune per reperire risorse sottratte a scuola, assistenza, cultura, rappresentanza.
La maggioranza ha voluto che tutti gli elementi di analisi confluissero sulla “rappresentanza”, quasi a voler dimostrare che una delle ragioni dei tagli è la qualità della nostra rappresentanza oppure per sostenere la tesi che la democrazia rappresentativa non può costarci, in proporzione, più degli investimenti che lo Stato italiano riesce a fare all’estero. Una tesi sbagliata e pericolosa. Sostengo, invece, che la rappresentanza ha un ruolo che va ben oltre gli investimenti di uno Stato e che la democrazia non può mai essere collegata a qualità o quantità di essi. Ecco perchè sarebbe utile riprendere un cammino comune che ci porti anche a rafforzare gli strumenti della rappresentanza.

Rappresentanza: Quale nesso può avere la riforma di CGIE e Comites con la più generale riforma dello Stato in senso federalista e con il fatto che i parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, come gli altri parlamentari, rappresentano la nazione senza vincolo di mandato ?

Vorrei ricordare prima di tutto che sulle riforme istituzionali il PD ha le carte in regola. Nella trascorsa legislatura abbiamo anche votato alla Camera i primi tre articoli di una proposta di riforma che istitutiva il Senato federale e riduceva il numero dei Parlamentari. La discussione si arenò prima della crisi di Governo a causa delle resistenze della Lega Nord, soprattutto sul numero dei Senatori dalle regioni del nord Italia. Oggi il Presidente del Consiglio non ha alcuna credibilità nel lanciare una sfida all’opposizione: ma forse la sfida è alla Lega Nord. E la sfida delle riforme riguarda anche la rappresentanza degli italiani all’estero. Dovremmo guardare al tema della rappresentanza con obiettività. I Comites sono strumenti utili se funzionano, per farli funzionare occorre affidare ai Comitati un ruolo di conoscenza, proposta e verifica ed un vero ruolo politico circoscrizionale. Ecco perchè un empirico ridimensionato nel numero dei Comitati nel mondo non significa assolutamente nulla mentre affidare ai Comitati uno spazio politico di rappresentanza comunitaria è l’unico modo per raffozarli. E il CGIE svolge una funzione di coordinamento “globale”. La rappresentanza parlamentare deve andare distinta da quella comunitaria. Insisto su Comites e Cgie che siano autentici interpreti delle loro comunità, oltre i partiti e le coalizioni. Il livello parlamentare, invece, non può che essere confronto tra i soggetti politici che si candidano alla guida dell’Italia e dell’italianità nel mondo. Per questa ragione sono assolutamente insignificanti e pretestuose le motivazioni secondo le quali l’attuale Governo ritiene che si confondano i ruoli di questi livelli di rappresentanza. Tutti concorrono al progetto per l’Italia nel mondo ma da responsabilità diverse. Noi non possiamo rinunciare al voto all’estero, cioè alla possibilità di esprimere il voto politico in loco. Poi vedremo le modalità, è possibile discuterne proprio nel conteso della riforma. Sostengo ancora che il modello di rappresentanza diretta con l’elezione di residenti all’estero sia “utile” ed interessante. I Parlamentari eletti all’estero rappresentano la nazione, senza vincolo di mandato, ed in questa nazione, ricordiamolo ai disattenti, ci sono anche gli italiani nel mondo che fino a ieri non avevano voce. La politica è anche dare voce a chi non l’ha!

La fase che stiamo attraversando è indubbiamente complicata dall’intensificarsi della crisi economica e sociale. L’Italia è l’unico paese europeo che ha a che fare con 8 milioni di migranti, di cui 4 milioni sono immigrati recenti provenienti per lo più dai paesi del sud del mondo e altri 4 milioni sono gli italiani all’estero diffusi in tanti altri paesi. Insieme fanno il 12-13% della popolazione. C’è un comune denominatore nel modo in cui si affrontano i temi dell’immigrazione e degli italiani all’estero ? E quale sarebbe l’approccio auspicabile e più redditizio per il paese ?

Il comune denominatore in questo momento è purtroppo l’assoluta ignoranza, nel senso che ancora oggi il nostro Paese “ignora”, cioè non conosce ancora, fenomeni come emigrazione e immigrazione che hanno rappresentanto in momenti diversi una parte di storia d’Italia. L’emigrazione, come fenomeno storico, sociale, culturale e politico, è stata ignorata e relegata in una condizione di subordine. L’Italia grande forze economica, Paese del G8, perchè dovrebbe vantarsi di aver dato al mondo tanta italianità quanta ne ha in casa, se non ammettendo che chi emigrava fuggiva dalla povertà ed oggi l’Italia del G8 non è in grado, non solo di tutelare i propri cittadini all’estero, ma anche di investire in cultura e scuola? E perchè oggi dovrebbe valorizzare il percorso inverso, quello dell’immigrazione, quando non è in grado di gestirlo? L’Italia non è l’unico paese che non comprende o gestisce bene l’immigrazione. Il popolo dei “migranti” si scontra ogni giorno con l’ignoranza, il razzismo, la xenofobia, con i pregiudizi, e con una sostanziale insufficienza di strumenti di intervento a livello internazionale e comunitario, soprattutto a livello politico.
Dobbiamo riuscire a cambiare questi elementi negativi. Occorre, si è vero, un approccio comune, globale, internazionale ed europeo, ma occorre soprattutto avere un comune denominatore nella “solidarietà”: in altre parole non può essere mai giusto “gioire” per un respingimento, anche se autorizzato dalla legge. Dobbiamo essere i primi a tutelare i più deboli, a garantire i diritti umani, a rispettare accordi e diritto internazionale. Poi, con tristezza, possiamo anche esser costretti a respingere una imbarcazione non autorizzata ma solo dopo che avremo le condizioni per garantire incolumità, analisi dello status giuridico delle persone, ed una volta che avremo accolto quella umanità che arriva sulle nostre sponde, una volta punto di arrivo e di incontro di genti diverse da noi.
Le politiche di integrazione nascono da questa consapevolezza. Che le persone – tutte – hanno un dono che è la diversità e che questo arricchisce le società aperte in cui viviamo. Le persone, di ogni razza, cultura o religione, contribuiscono a far crescere un Paese, fare in modo che possano mantenere la loro identità consente l’integrazione vera, quella che parte da una posizione di parità non di subalternità, sempre e comunque nel rispetto pieno delle leggi del Paese in cui ci si integra.
Quindi no al reato di clandestinità, no alle ronde civiche, basta con il collegamento tra “immigrazione” e “criminalità”. Occorre però consentire che vi sia un programma di immigrazione che sia calibrato per ciascun Paese e l’Italia deve ancora dotarsene, come deve ancora dotarsi di politiche e di azioni di coordinamento per rendere davvero fruibile il patrimonio di intelligenze e culture che sono rappresentate dagli italiani all’estero e dai nuovi italiani in Italia.

Società aperte o società rinchiuse in se stesse: in che direzione si uscirà dalla crisi ? La risorsa “multiculturalità” non è una delle più importanti e significative in questo tempo globale ?
Di cosa ci sarebbe bisogno per valorizzarla ?

L’uscita dalla crisi economica è una vera sfida. Non si può uscire da questa crisi rinchiudendosi, pensando che il ritorno alle tariffe o ad un mercato del lavoro chiuso o a scelte economiche e finanziarie individuali, possa aiutare a sconfiggere il male oscuro del capitalismo moderno. Abbiamo gli strumenti, conosciamo le cure ed abbiamo i medici in grado di curare il malato, un mondo finanziario senza regole o con regole troppo flessibili o con controllori incapaci di svolgere bene l’azione di controllo democratico. Rimettere al centro le persone, la capacità di produrre benessere per tutti e di investire in attività produttive. Le regole anche qui vanno riscritte insieme. La multiculturalità, la capacità di conoscere altri Paesi, altre lingue, altri mercati, ma anche la capacità in Italia di offrire prodotti sempre più avanzati anche sotto il profilo della cultura e della lingua che li presenta o li spiega, e che quindi anche all’estero trovino mercati pronti a riceverli, questo aspetto “multiculturale” è ampiamente sottovalutato in Italia.
La multiculturalità è un vantaggio, in molte società, il “multi” offre elementi di competitività inaspettati e nuovi. Per valorizzare la multiculturalità occorre comprenderne il valore prima, poi avere politiche che ne consentano l’utilizzo. L’Italia ha ancora molta strada da fare.

On. Marco Fedi

Camera dei Deputati

Segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari

Piazza San Claudio 166

00187 Roma

Tel. +39 06 67605701

Fax. +39 06 67605004

Cell. +39 334 6755167


AustraliaMobile +61 412 003 978

mfedi@bigpond.net.au

martedì 19 maggio 2009

Diario triste di una settimana davvero unica

La discussione alla Camera del disegno di legge “sicurezza” e i lavori del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, possono apparire come due eventi lontani nello spazio-tempo di una settimana davvero unica e molto triste: rappresentano invece due lati di una stessa medaglia, che si ricompongono, condannando all’incertezza due mondi che l’Italia, ancora oggi, conosce poco e valorizza ancora meno. La Camera dei Deputati ha approvato – con tre voti di fiducia – un pacchetto “sicurezza” che non ci rende più sicuri mentre condanna all’incertezza il nostro rapporto con i “nuovi italiani” di cui ha parlato il Presidente Napolitano. Una svolta negativa che produce una situazione davvero pericolosa in cui la sicurezza dei cittadini non si ottiene con maggiori risorse alle forze dell’ordine e con un loro più efficace coordinamento, ma istituendo le ronde e introducendo il reato di immigrazione clandestina. È giusto che un Ministro esulti per il respingimento in mare di “persone” non ancora identificate? Non sarebbe ragionevole lavorare per raggiungere accordi con i Paesi da cui partono le imbarcazioni della speranza, anche sulle richieste di asilo? Evitare che da quei porti prendano il largo i “mercanti di persone” e di “speranza”? E nel frattempo, in attesa che l’Unione europea si doti di una politica comune sull’immigrazione, accogliere e identificare le persone che sono intercettate? Non solo per rispondere a un richiamo dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) ma per assumerci le responsabilità che derivano dalla nostra Costituzione, dai trattati internazionali che abbiamo ratificato e dall’essere parte di una comunità di nazioni. Il clima pre-elettorale è utile alla Lega Nord per condizionare il centrodestra su posizioni ancora più estremiste. L’esultanza del Ministro Maroni per i primi respingimenti, cui hanno fatto seguito gli attacchi del Ministro La Russa all’ONU e all’alto commissario per i rifugiati, e la mediazione del Ministro Frattini dimostrano che “falchi” e “colombe” di questa maggioranza sono comunque utili a creare confusione, ad allontanare un serena riflessione sulle scelte di fondo legate all’immigrazione. Legate ai flussi regolari di immigrazione, decisi annualmente dal Governo, che purtroppo diminuiscono. Agli immigrati, che sono più esposti alla crisi economica, e pagheranno un prezzo elevato in termini socio-economici e di integrazione nella realtà di questo Paese.
Legate anche alla necessità di svolgere una valutazione sugli effetti del disegno di legge sicurezza, una volta che il Senato lo approverà e sarà legge dello Stato: perché avremo persone che oggi lavorano e assistono i nostri anziani che a tutti gli effetti commetteranno il reato di “immigrazione clandestina”.
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha svolto una plenaria in cui ha affrontato una discussione complessa. Occorreva riportare la discussione sulla strategia complessiva del nostro Paese nei confronti delle comunità italiane nel mondo e i componenti del Consiglio sono riusciti in questa operazione politica. Contrastare il teorema della residualità e marginalità oggi identificate con Comites e Cgie, organismi di rappresentanza per i quali la maggioranza ha proposto riforme che ne prevedono lo smantellamento.
Dobbiamo riaffermare – come peraltro già fatto in occasione della Conferenza mondiale dei giovani – che Comites e Cgie sono strumenti di partecipazione delle nostre comunità e che non esprimono interessi corporativi, ma rispondono invece a un’esigenza, sempre più sentita, di coordinamento, di proposta unitaria, di comprensione delle realtà in cui vivono i connazionali all’estero e di rafforzamento del livello di rappresentanza parlamentare.
Lo Stato italiano deve garantire diritti e consentire l’assolvimento di doveri: con una rete consolare e servizi efficienti, con la promozione e diffusione di lingua e cultura italiane, con la sicurezza sociale e l’assistenza, con la cooperazione internazionale.
La risposta del Governo non può essere confusa con le “necessità” di una maggioranza che oggi non riesce a vedere oltre l’immediatezza dei tagli e che confonde le riforme su temi fondamentali, come la diffusione della lingua italiana, con una discussione, che dovrebbe riguardare non solo la rappresentanza degli italiani all’estero, ma il futuro assetto di tutto il mondo della rappresentanza. Anche per gli italiani all’estero sarebbero utili, e non è troppo tardi, sia un recupero di risorse sia un sereno confronto sulle priorità. Ecco perché in questo momento le responsabilità del Governo vanno distinte dall’azione della maggioranza.

giovedì 2 aprile 2009

La virgola/diario di mezza stagione e ora legale …


Generalmente non amo parlare degli avversari politici. Se si parlasse, in generale, più dei problemi, e delle ricette di ciascuno per affrontarli, e meno degli altrui vizi e virtù, la politica italiana sarebbe meno “riottosa” e forse più rispettata e compresa anche dai cittadini.
Ritengo che ciascuno debba sempre cercare di dare il meglio della propria capacità di proposta e di organizzazione, con coerenza. Valuto quindi positivamente il fatto che il Partito Democratico, prima, e oggi il PdL, abbiano coerentemente compiuto un passo avanti nella semplificazione del sistema politico italiano. Non è poco!
Ma gli elementi positivi che ci accomunano, in un quadro politico-istituzionale così complesso, terminano qui. La coerenza – che a volta non premia dal punto di vista elettorale – consente, però, di costruirsi un piano di credibilità e affidabilità con gli elettori che sortisce effetti positivi, sempre, a medio e lungo termine. Ma non può essere utilizzata sporadicamente, secondo le esigenze del momento.
Il PD non ha celebrato un leader consacrandolo ad una storia fatta a sua immagine e somiglianza, senza alternative e senza rischi. Le primarie di Veltroni – con avversari di spicco del PD, come Bindi e Letta – poi l’elezione di Franceschini – con la candidatura alternativa di Parisi – non sono stati episodi di “ordinaria divisione interna al PD” ma momenti di autentica democrazia, con tutti i rischi collegati. Sono quei momenti che alla lunga uniscono, se gestiti da un partito forte che non ha paura del confronto interno e che poi decide, sceglie e vota di conseguenza. Ricordare ogni giorno “la libertà di coscienza” nel voto dei parlamentari – su alcuni provvedimenti – non è solo ribadire un’ovvietà ma appare come una giustificazione alle divisioni, un tentativo di nasconderle. Le divisioni vanno invece trasformate, dall’azione politica interna, in costruzione positiva delle linee politico-programmatiche del partito democratico. Non ho percepito segnali simili dal congresso del PdL. Le questioni poste dall’On. Gianfranco Fini – cui non sono arrivate risposte – che percorso di confronto troveranno internamente al nuovo partito? Farebbero bene a preoccuparsene i parlamentari PdL che hanno cercato di contrastare la deriva “leghista” sulla sicurezza in chiave anti-immigrazione.
Farebbero bene a preoccuparsene tutti, in un momento caldo del confronto parlamentare. In Parlamento si acuisce lo scontro con le recenti decisioni – di metodo e merito – che hanno visto la maggioranza ritirare un decreto legge – sulle quote latte – e inserirlo in un altro decreto legge – sul sostegno ai settori industriali in crisi – una sorta di “decreti Matrioška”. E il problema non è tanto la soluzione adottata – che ha dei precedenti – ma averlo fatto in corso d’opera, per vincere la resistenza delle opposizioni che invece giustamente insistono per evitare che i produttori onesti, che non hanno sforato le quote-latte comunitarie, o quelli che hanno sforato, ma hanno pagato le multe, si trovino – come spesso accade in Italia – ad essere buggerati da una finta sanatoria che premia chi ha sforato e non ha pagato le multe. Avete capito? Verrebbe voglia di rispolverare la vecchia battuta che di legale – in Italia – c’è rimasta solo “l’ora”. Siamo in attesa dei decreti “scatole cinesi” poi avremo utilizzato tutto l’armamentario classico della decretazione d’urgenza di questo Governo.
Le proposte chiare e semplici fatte dal Partito Democratico in questi mesi sono il nostro punto di forza: l’election day con il referendum e il risparmio di mezzo miliardo di euro, l’aumento dell’aliquota IRPEF per i redditi superiori a 120,000 euro, l’assegno di disoccupazione, le candidature vere per le europee e non il peggior utilizzo delle “incompatibilità” successive e la scelta forte di contrasto alla non-legge sul testamento biologico. Anche qui la maggioranza ha costruito un insolito insieme di norme che peggiorano la situazione esistente.
In queste condizioni, nonostante le tensioni crescenti, con la fermezza dovuta al sano rapporto che deve esistere tra maggioranza e opposizione, credo sia ancora necessario – anche in considerazione della grave crisi economica e degli effetti pesantissimi che questa ha e continuerà ad avere sulle famiglie e sulle fasce sociali più deboli – continuare a lavorare per una responsabilità nazionale che, su questi temi, consenta a maggioranza e opposizione di esprimere il meglio delle loro proposte. A condizione che la maggioranza cominci ad ascoltare il Paese, le forze sociali, i cittadini, oltre che il Partito Democratico e le altre forze di opposizione.