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martedì 28 luglio 2009

FEDI (PD): “IL DL ANTICRISI E’ UN BRUTTO GIOCO DI SCATOLE CINESI”

Siamo alle solite, ma nonostante ciò non finiremo mai di stupirci. In senso negativo. Questo il parere dell’On. Marco Fedi (PD), sul passaggio alla Camera del decreto anticrisi. Si tratta della settima fiducia in 12 mesi. Il Governo, così facendo, stronca la discussione parlamentare e l’esame del decreto. Traspaiono anche la confusione e le differenze di vedute, internamente alla stessa maggioranza.
È una legge – continua il parlamentare eletto all’estero – che assomiglia a un gioco di scatole cinesi: a ben guardarle dentro ci trovi di tutto e dentro ogni scatola se ne celano altre. Si chiede l’On. Fedi: cosa c’entra con la crisi lo scudo fiscale, pessimo condono che premia gli evasori e i riciclatori di denaro all’estero, lasciando impuniti e anonimi gli autori di molteplici reati e sfavorendo i cittadini onesti che le tasse le pagano regolarmente? Cosa c’entra il brusco innalzamento dell’età pensionabile per le donne, tema affrontato a pezzi e senza ipotizzare neanche la possibilità di un adeguamento su scala volontaria, per di più mentre l’Inps annuncia un attivo di bilancio di quasi 7 miliardi di euro? E le badanti, da regolarizzare in maniera molto costosa, altrimenti costrette alla clandestinità dal pacchetto sicurezza di recente approvazione? Escludendo altre categorie di lavoratori altrettanto a “rischio” in conseguenza del pacchetto sicurezza? Se poi si guarda realmente ai provvedimenti sulla crisi – prosegue il deputato del PD – c’è da mettersi le mani nei capelli. Si pensi al già misero bonus per i precari, decurtato di 100 milioni di euro da un emendamento dello stesso PDL. Oppure si prenda la stretta sulle banche, tanto decantata, e infine ridimensionata drasticamente. Come se non bastasse – conclude l’On. Fedi – gli abruzzesi già colpiti dal terremoto verranno anche beffati: dopo aver perso tutto, saranno costretti anche a pagare le tasse per il 2009, poiché la maggioranza ha respinto l’emendamento del PD che sospendeva i pagamenti.

lunedì 13 luglio 2009

La virgola di luglio!

Proteste contro la chiusura dei Consolati

Oltre diecimila firme, raccolte in poco tempo, obiettivo ventimila, articoli sui quotidiani australiani, dichiarazioni dei Premier di South Australia e Queensland e del Primo Ministro australiano, incontri comunitari, proteste davanti ai consolati di riferimento e tante altre azioni tese a chiedere un atto di buonsenso: sospendere la decisione di chiudere i Consolati di Adelaide e di Brisbane. Analoghi momenti e richieste simili si stanno ripetendo in altre parti del mondo, dall’Africa agli Stati Uniti all’Europa. In Commissione Affari esteri della Camera sarà discussa una risoluzione per chiedere al Governo una sospensione della decisione e una fase di approfondimento dei bisogni della rete diplomatico-consolare.


Dal G8 al nucleare italiano, passando per lo scudo fiscale


Venerdì scorso si è concluso il G8 de L’Aquila. Al di là dei trionfalismi di Berlusconi, tutto preso dal compito arduo di far dimenticare al mondo i numerosi scandali che lo riguardano, il vertice tenutosi nella città devastata dal terremoto è caratterizzato da luci ed ombre.
Da un lato i principali leader mondiali hanno giustamente focalizzato l’attenzione sulla finanza come momento fondamentale della crisi economica in atto.
Infatti, si è conferito al Financial Stability Board presieduto da Mario Draghi il compito di concretizzare nei prossimi mesi alcune necessarie misure di regolazione dei mercati finanziari: la fissazione di criteri certi per valutare l’esposizione delle banche, nuove regole contabili, norme per verificare i “veicoli fuori bilancio”, ostacoli alle scorribande di Hedge fund e private equity.
Sono misure sacrosante, peccato che sembrino la chiusura di una stalla dopo che i buoi sono fuggiti. Viceversa, ancora si fanno attendere interventi decisi nella lotta ai cosiddetti “paradisi fiscali” e al superamento del segreto bancario. Si è rimasti fermi alle dichiarazioni di intenti del G20 di Londra, quando tutti i centri off-shore si erano formalmente impegnati ad adeguare le loro normative fiscali agli standard Ocse. Però, di fatto, ogni paese continua a procedere a modo proprio, tramite accordi bilaterali, senza che sia stato ancora partorito nessun divieto, nessuna sanzione, nessun limite per i tempi di regolarizzazione.
L’Italia, poi, va addirittura in direzione opposta rispetto agli intenti manifestati durante il vertice aquilano. Non è un mistero che Tremonti stia lavorando a un nuovo “scudo fiscale” che permetta una sanatoria su i capitali illecitamente collocati all’estero. Per chi aderisce, sarebbe prevista l’esclusione di punibilità per una nutrita serie di reati penali di carattere economico: dal falso in bilancio, alla bancarotta fraudolenta, dall'emissione di fatture false a tutti i reati tributari.
Questo provvedimento, contenuto in un emendamento al decreto anticrisi, è un fallimento conclamato dal punto di vista economico: già in passato produsse pochissimi introiti per lo Stato, che avrebbe invece potuto combattere in maniera repressiva il fenomeno dei fondi neri e dell’evasione. Inoltre, esso è anche un fallimento civile: è mai possibile che reati come questi vengano condonati e che si continui così a lanciare un nefasto messaggio di tolleranza verso fenomeni di questo genere? Ma torniamo al G8.
Degno di nota è l’impegno dei paesi ricchi a investire 20 miliardi di dollari in tre anni nei paesi più svantaggiati, soprattutto in Africa. Tuttavia, ancora una volta, queste dichiarazioni di intenti lasciano più di un’incertezza. Troppe volte l’Occidente ha promesso e poco ha mantenuto, spesso facendo più gli interessi delle multinazionali che dei popoli bisognosi di cooperazione allo sviluppo. Capitolo, quest’ultimo, decimato dalla prima finanziaria dell’attuale governo. Un'altra buona notizia a metà è l’impegno per la riduzione delle emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050. Tuttavia, ha ragione il Brasile quando lamenta che un accordo di questo genere, così lontano nei suoi obiettivi temporali e senza scaglioni intermedi, rischia di sembrare la solita promessa da disattendere.
Del resto, la Cina ha già affermato che l’accordo non è vincolante e la Russia ha ammesso candidamente che non riuscirà nell’impresa: non deve stupire che Ban Ki Moon, segretario delle Nazioni Unite, si dica “insoddisfatto”.
Nel frattempo, mentre tutti i paesi più avanzati del pianeta hanno spinto per programmare una riconversione in senso sostenibile e “verde” delle nostre economie (un piano del genere per l’Italia è stato presentato dal Partito Democratico), la maggioranza che governa il nostro paese ha invece rilanciato ufficialmente il nucleare con un voto al Senato della scorsa settimana. Insomma, il governo Berlusconi continua a predicare bene e razzolare male.

lunedì 11 maggio 2009

FEDI (PD): uscire dalla crisi ma non ritrovarci, più poveri, davanti alla successiva

Nessuno uscirà da questa crisi indenne, come vi è entrato, ma la sfida politica è non ritrovarci davanti alla prossima come siamo oggi, solo più poveri. Dobbiamo davvero lavorare con coraggio alla riscrittura delle regole globali se vogliamo evitare di sottovalutare quanto sta accadendo e le conseguenze sul nostro domani – come invece fa il Governo italiano. L’idea di un mercato in grado di autoregolarsi è franata e la crisi di oggi rappresenta anche un’opportunità. Ma perché si trasformi davvero in opportunità, occorre reagire. Non serve, come invita a fare il Governo italiano, fingere che la crisi non c’è, raccontare un Paese delle favole – ha dichiarato l’On. Marco Fedi durante i lavori della tavola rotonda su migranti e crisi economica promossa dal Patronato INCA-CGIL.
Non deve sorprenderci se – in conseguenza della crisi economica – la richiesta di servizi, tutela e assistenza rivolta ai Patronati aumenterà. La social card ne è la dimostrazione immediata. Una misura a nostro avviso sbagliata, che abbiamo osteggiato in Parlamento, che ha introdotto una tessera di povertà per il cui ottenimento le procedure sono state lente e burocratiche e che ha trasferito ai Patronati una gran mole di lavoro.
L’indagine promossa dall’INCA ci consegna una prima lettura. Preoccupazione per il futuro, difficoltà crescenti ad arrivare a fine mese, disoccupazione e nuove precarietà in famiglia – per figli e nipoti. In che misura sono prevedibili gli effetti di una crisi economica, conseguenza di una crisi finanziaria internazionale, come quella attuale? Ed in particolare nei confronti dei migranti? E delle comunità italiane nel mondo?
Importante cominciare a capire le conseguenze a lungo termine affinché gli strumenti di intervento, nella forma di scelte politiche e di tutela, possano essere affinati. In questo senso l’indagine IRES va ampliata ed estesa ad altri soggetti e altri Paesi.
Il rapporto con le comunità italiane nel mondo è stato messo in discussione dai tagli della finanziaria del Governo Berlusconi. Nel momento in cui la situazione finanziaria internazionale, le scelte economiche del Governo e le politiche sociali della maggioranza, hanno trasferito sull’economia reale, sulle famiglie e sui soggetti più deboli, il peso della crisi. E non dobbiamo sorprenderci quindi se tra questi soggetti deboli vi sono i pensionati e se – in modo particolare – i pensionati all’estero rischiano di essere colpiti più volte. Colpiti direttamente nei Paesi in cui vivono da una fase recessiva che rischia di essere durissima e molto lunga.
Avevamo indicato – in una serie di incontri con i sindacati pensionati di CGIL, CISL e UIL – questa molteplicità di rischi: il rischio di essere colpiti nel potere di acquisto localmente e dai ritardi in molti Paesi nell’adeguamento delle pensioni al costo della vita.
Colpiti dai mancati adeguamenti di molte prestazioni pensionistiche italiane e di altri Paesi dell’Unione europea, colpiti direttamente dai tagli in finanziaria su importanti capitoli di assistenza e tutela, oltre che per quanto riguarda la rete consolare e l’accesso ai servizi consolari. Colpiti dai ritardi e dall’inefficienza nei rapporti con la pubblica amministrazione dello Stato italiano che potrà solo peggiorare con i tagli introdotti. Colpiti dai ritardi nella ratifica di importanti convenzioni internazionali.
Oggi possiamo dire che gli interventi di molti Paesi – fra cui l’Australia – hanno attenuato l’impatto della crisi, soprattutto sui redditi più bassi e sui pensionati in particolare.
Non solo con l’adeguamento delle pensioni – e certamente non con l’introduzione di una social card tra l’altro non esportabile all’estero – ma grazie ad aumenti esportabili anche all’estero, grazie ad un bonus – erogato anche all’estero – e grazie ad una serie di interventi mirati verso le fasce sociali più deboli. Lo stesso non può dirsi per l’Italia!
Gli immigrati in Italia sono colpiti nella stessa misura e in più sono oggi al centro di un’offensiva politico-culturale che non ha eguali e precedenti nella storia del nostro Paese. Un attacco ai più deboli e a chi pagherà prima e in modo più severo il peso della crisi. Un attacco che parte dall’emergenza costruita ad arte per arrivare alle proposte di legge che mettono insieme immigrazione e sicurezza. In vista delle elezioni europee dovremmo parlare anche di un progetto nuovo per l’Europa che riguardi i flussi migratori, i processi di integrazione, le scelte politiche per la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.
In un’Europa più aperta. Che sappia governare e integrare nella propria realtà economica e civile i flussi dell’immigrazione, senza reprimerla in maniera anacronistica e xenofoba come fa l’Italia di Berlusconi e Maroni. Qualche segnale di buon senso, purtroppo fuori dall’Italia, si è già visto. L’impegno è di metterci più coraggio: cambiare il modello economico e culturale per non tornare a sbagliare.

martedì 28 aprile 2009

La mozione Franceschini è una prova del nove

Con il suo passaggio alla Camera si potranno scoprire in maniera inequivocabile le reali intenzioni della maggioranza di governo in merito al problema della crisi economica. Una crisi dalla portata inedita, che il governo italiano tenta ancora di negare nelle sue proporzioni o di confinare alle nostre spalle. Tuttavia, purtroppo, la gravissima situazione di difficoltà economica fa parte del nostro presente, è sotto gli occhi di tutti, e sminuirla – oltre che irrispettoso verso chi ne patisce le maggiori conseguenze – è irresponsabile, perché non aiuta a uscirne. La mozione presentata alla Camera dal leader del Partito Democratico parte da qui. Dalle proposte concrete per iniziare ad uscire dalla crisi. Senza stare a braccia conserte ad aspettare che, a livello internazionale, torni il sereno. Nel frattempo cosa dovranno fare le famiglie italiane? Arrangiarsi? E quale panorama sociale lascerebbe dietro di sé la fine dell'attuale fase depressiva, ammesso che se ne intraveda a breve una conclusione spontanea?

Il testo del PD parte da una costatazione innegabile: l'esistenza, censita dall'Istat di 2 milioni 623 mila famiglie povere e di 7 milioni 537 mila individui poveri. Una condizione particolarmente frequente nel Mezzogiorno d'Italia e nel mondo femminile.
Di fronte a un tale, massiccio disagio economico, aggravato dalla sperequata distribuzione del reddito che contraddistingue il nostro Paese e dall'espulsione dal mondo del lavoro di centinaia di migliaia di persone, cosa fa il nostro governo?

L'Italia è agli ultimi posti in Europa per spesa pro capite destinata al contrasto alla povertà. L'unica misura messa in campo, lo spot propagandistico della social card, è stato finanziato con 450 milioni di euro sottratti ai trasferimenti statali destinati ai servizi sociali dei comuni, nonché al fondo per le politiche sociali di cui all'articolo 20 della legge n. 328 del 2000. Una beffa celata ai cittadini, che però – purtroppo – in molti casi ne hanno invece sperimentata una palese: tante tessere consegnate erano anche scariche al momento degli acquisti. Il PD propone invece di destinare alle misure anti-crisi soldi nuovi, non derivati da tagli ad altre spese sociali.

Tre sono i punti qualificanti della mozione che impegnano l'esecutivo. La proposta (adottata in forme analoghe in molti altri grandi Paesi, dagli Usa alla Gran Bretagna, passando per la Germania) che chi ha più di 120mila euro di reddito paghi per un anno un contributo straordinario del 2 per cento sull'Irpef per dare 500 milioni di euro alle associazioni che si occupano di povertà e per rifinanziare il fondo sociale dei Comuni.
Lo scopo è costituire un fondo nazionale per il contrasto della grave emarginazione, con l'obiettivo di implementare il sistema dei servizi dedicati all'accoglienza, all'accompagnamento e alla protezione delle persone in stato di grave emarginazione, nonché di contrastare il disagio nelle periferie urbane. In secondo luogo, la mozione chiede di integrare con risorse economiche adeguate il fondo nazionale per le politiche sociali (quello tagliato lo scorso anno dal Governo), in modo da garantire su tutto il territorio nazionale alle persone e alle famiglie una migliore qualità della vita, con la qualificazione e il potenziamento della rete dei servizi degli enti locali.
Infine, per reperire altro danaro non dalle solite tasche di chi è onesto o in difficoltà, la mozione Franceschini reclama di incentivare la lotta all'evasione fiscale attraverso il riavvio delle politiche antievasione, a cominciare dal ripristino della tracciabilità dei corrispettivi e dell'innalzamento del limite massimo dei trasferimenti in contanti, nonché delle sanzioni per le imposte evase, anche al fine di recuperare risorse finanziarie necessarie da poter poi utilizzare per misure di lotta alla povertà. Misure di buon senso. Proposte fattive di collaborazione. Segnali di responsabilità da parte dell'opposizione.
Il Governo lo sa. Un suo “no” alla mozione Franceschini sarebbe incomprensibile. E irresponsabile.

mercoledì 4 marzo 2009

La virgola, da crisi economica!

I numeri della crisi italiana

Mentre Tremonti e Berlusconi parlano di un’Italia “messa meglio degli altri”, arriva la doccia fredda dei dati inconfutabili.
L'Italia, assieme al Giappone (-0,7%) è l'unico paese industrializzato che ha chiuso i conti del 2008 con una discesa del Pil. Negli altri maggiori paesi, infatti, il prodotto lordo è aumentato dell'1,3% in Germania, dell'1,1% negli Stati Uniti, dello 0,7% nel Regno Unito e in Francia. Nel 2008 il Pil italiano è diminuito dell'1,0%, contro un’errata previsione governativa del -0,6%. Bisogna tornare indietro di 23 anni (al 1975) per trovare una caduta così ampia del prodotto interno lordo. Purtroppo il 2009 andrà anche peggio: secondo tutti i maggiori centri di ricerca il Pil dovrebbe registrare una caduta compresa tra il 2,5 e il 3%.
L’Istat avverte anche che sono in crollo del 3,7% le esportazioni di beni e servizi (quindi la competitività del Paese), mentre le importazioni sono scese del 4,5%, a dimostrazione di una domanda interna che non tira..
Non basta. Il lavoro fatto dal centrosinistra sui conti pubblici è già stato compromesso dal governo delle destre: il rapporto tra deficit e Pil, sempre per il 2008, si è attestato al 2,7, rispetto all’1,5% ereditato l’anno prima.
Di fronte a tutto ciò, inquieta molto la ripresa dell’inflazione: +0,2% nel mese; +1,6% rispetto al febbraio 2008, la stessa variazione di gennaio. L'inflazione al netto dei prodotti energetici si è attestata addirittura al +2,2% (+2,3% a gennaio).
Questi numeri sono pietre. Nonostante ciò il capo del governo continua a vantare sicumere e fare battutacce nei summit internazionali.

Emergenza lavoro (aggravata dal governo)

Gli effetti della recessione non tardano a scaricarsi anche sui livelli occupazionali. Si stima che nel 2009 si perderanno dai 40 ai 75mila posti di lavoro al mese. Il governo nel frattempo stanzia solo 150 milioni di euro degli 8 miliardi annunciati per gli ammortizzatori sociali, mentre da più parti avanza la richiesta di estendere la cassintegrazione a tutti coloro che perdono il lavoro.
E, come se non bastasse, Brunetta annuncia che il governo varerà una norma tale da impedire la stabilizzazione di 60.000 precari del pubblico impiego che avrebbero dovuto essere messi in ruolo a partire dal prossimo 1° luglio. Si tratta di un’idea scriteriata che, oltre a colpire l’efficienza dei servizi pubblici offerti ai cittadini, contribuisce ad approfondire una ferita già aperta, mandando a casa decine di migliaia di precari, spesso giovani. Non resta che sperare che l’esecutivo faccia un passo indietro.

Il Pd ha le idee chiare: l’assegno di disoccupazione

Potrebbe sembrare, di primo acchito, una di quelle uscite a cui ci ha abituato lungo questi anni l’attuale premier Berlusconi. Invece, l’assegno ai disoccupati proposto qualche giorno fa dal nuovo segretario del Pd Dario Franceschini è un’idea concreta e realizzabile per dare sollievo alle vittime della crisi e per rimettere in moto i consumi. Ma forse, è proprio per questa sua fattibilità che Berlusconi, aduso a grandi promesse dagli esiti incerti, l’ha liquidata con una battuta.
Tuttavia, ha fatto bene Franceschini a ricordare al presidente del Consiglio che quel rifiuto a discutere non è “no” al Pd, quanto una porta sbattuta in faccia a chi in questo momento paga le conseguenze più dure della recessione.
Staremo a vedere come il governo si comporterà in parlamento, quando a breve dovrà votare la mozione del Pd che lo impegna a prendere iniziative in tal senso entro fine mese.
Ma veniamo ai dettagli. L’assegno mensile sarebbe pari al 60% dell'ultima retribuzione. Il costo per lo Stato sarebbe di 4 miliardi di euro. Come reperirli? Sono quattro gli strumenti di copertura indicati. In primo luogo, una ripresa della lotta all’evasione fiscale, a cominciare dalla tracciabilità dei corrispettivi, dal limite massimo dei trasferimenti in contanti e dal ripristino delle sanzioni per le imposte evase. Secondariamente, l’introduzione per una centrale unica per gli acquisti della pubblica amministrazione, che risulterebbero così razionalizzati. A ciò si aggiunga la ricostituzione della commissione ministeriale di monitoraggio sulla spesa pubblica. Infine, molto potrebbe essere ottenuto dall’uso immediato di parte delle risorse che lo Stato non impegnerà per la Cassa Integrazione nell’ambito del protocollo sottoscritto dal governo con le regioni. Risorse stimate attorno ai 5 miliardi, altrimenti disponibili solo fra diversi mesi.
Nel frattempo, la Cgil ha avanzato un’altra buona proposta per reperire danaro da usare per la spesa sociale: aumentare le aliquote fiscale ai redditi dei più ricchi (sopra i 150.000 euro), in passato abbassate dai governi di centrodestra. Non è, del resto, ciò che ha fatto anche il neopresidente Obama?

giovedì 5 febbraio 2009

La virgola


Sulla legge elettorale e oltre…

Certamente abbiamo qualche difficoltà nel rapporto con la sinistra. Dico subito che anch’io spero davvero che anche a sinistra il processo di aggregazione utile – non voto utile – continui. Per il bene della politica e dell’Italia. Ma questo è solo un auspicio perché è giusto che ciascuno sia libero di fare le proprie scelte. Credo che il principio di semplificazione politica sia stato ben illustrato durante la campagna per le politiche e quindi non torno su argomenti validi sempre, anche quando non si elegge un esecutivo. Non siamo stati capaci di svolgere, sul tema delle regole, una riflessione più ampia, più articolata, internamente al partito democratico e fuori.
Il voto del gruppo PD, che ha anticipato la votazione in aula, è stato un buon esempio di discussione e consultazione ma certamente non è stato sufficiente. Non abbiamo ben spiegato perché, a quattro mesi dal voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, vi sia stata un’accelerazione sulla riforma della legge elettorale, introducendo uno sbarramento del 4% e le preferenze. La posizione iniziale del PD – mantenere le preferenze e sbarramento al 3% - va detto – non era molto distante dalle norme introdotte con la riforma. Possiamo dire che il PD, in fondo, ha fatto un percorso molto breve rispetto alle posizioni espresse già nella trascorsa legislatura – e sulle quali vi era un “possibile” accordo anche di alcune forze della sinistra – un percorso dell’1%, dal 3 al 4% di quota di sbarramento. Il Popolo delle Libertà – rispetto alle posizioni iniziali – ha dovuto rinunciare a un “no” alle preferenze oltre che a 1 punto percentuale in senso opposto. Tutti sanno che se si vogliono riforme condivise in Parlamento e nel Paese, se si vuole evitare che, sulle regole e sulle grandi riforme strutturali, dalla Costituzione alla giustizia, ogni maggioranza faccia e disfaccia, occorrono convergenze ampie. Non inciuci. Le analisi introspettive, psicologiche e politiche che si fanno in questi giorni m’interessano poco. Per fare le riforme fondamentali per il paese serve condivisione, ed è ancora più evidente come per riforme di questo tipo servano i due partiti più grandi. Meglio forse sarebbe stato partire da una riforma della legge elettorale nazionale per arrivare poi a quella europea, ma i tempi non lo permettevano e alla fine abbiamo fatto la scelta giusta. Non abbiamo rinunciato a una piccola e breve opportunità di dialogo e abbiamo fatto una riforma insieme.

Le intercettazioni non sono il Grande Fratello

Sulle intercettazioni è in corso da alcuni giorni una polemica molto bizzarra. Il premier Berlusconi e la sua maggioranza stanno palesemente agendo per confondere le acque, sparando numeri grossolani (350.000 intercettati in Italia) e costruendo presunti “nemici pubblici” (l’agente Genchi).
In realtà lo scopo del governo è di produrre una contro-riforma che proibisca l’uso dello strumento delle intercettazioni per le indagini giudiziarie. Lo dimostrano le parole dello stesso Berlusconi quando afferma candidamente di non volere fermare le intercettazioni, ma di circoscriverle “ai casi di reato già provato, per aumentare le prove a carico”. In pratica le intercettazioni non potranno più essere utilizzate per accertare un reato, ma solo per incrementare le accuse a carico dell’imputato.
Il Partito Democratico ha presentato un ddl che include tutti i gravi reati per i quali il ddl del ministro Alfano non prevede l'uso di intercettazioni: sequestro di persona, violenza sessuale e atti sessuali con minorenni, prostituzione, rapina, estorsione, truffa ai danni dello Stato, circonvenzione di incapaci, usura, ricettazione, traffico illecito di rifiuti, associazione per delinquere, adulterazione contraffazione e commercio di sostanze alimentari, incendio e incendio boschivo, bancarotta fraudolenta.
Il ministro, poi, vuole impedire del tutto la pubblicazione dei testi delle intercettazioni. Il PD ha proposto invece che quelle irrilevanti vengano distrutte, eliminando all’origine la materia del contendere, e che tutte possano essere pubblicate solo dopo le indagini preliminari.
Inoltre, il governo vuole limitarne l’uso fino a un massimo di 45 giorni. Che un limite debba esserci, siamo tutti concordi. Ma se fosse così basso condannerebbe le intercettazioni all’inutilità. È bene ricordare che se fosse stata in vigore la riforma del centro-destra un criminale come Bernardo Provenzano sarebbe ancora latitante.

Dai primi di gennaio, le misure anticrisi del Governo australiano hanno raggiunto anche i residenti in Italia … e l’Italia?

Il decreto anticrisi del governo Berlusconi, passato con il ricorso all’undicesimo voto di fiducia in meno di dieci mesi di governo, al fine di blindare il testo evitando qualsiasi modifica, è un provvedimento che abbiamo giudicato inadeguato. 5 miliardi di euro che per il Partito Democratico sono largamente insufficienti di fronte all’entità della crisi economica in atto tanto che chiedevamo un impegno per 15 miliardi di euro, pari a un punto percentuale di Pil. Era possibile farlo, in primo luogo perché grazie alle contro-proposte del PD – volte a far muovere investimenti e a redistribuire la ricchezza, e non a incoraggiare il risparmio e a lasciare intatto lo status quo sociale - il Pil sarebbe cresciuto producendo maggiori entrate per lo Stato. Inoltre, sarebbe necessario tornare a innescare, come avvenne durante il governo Prodi, quella virtuosa lotta all’evasione tributaria del tutto abbandonata dal governo Berlusconi, accompagnando ciò con una seria battaglia contro gli sprechi della pubblica amministrazione. Il giudizio sul provvedimento era ed è quindi negativo. Ora arriva dal Governo un impegno per 40 miliardi di euro. Quanto arriverà direttamente a famiglie, pensionati e ceti sociali più deboli? E quanto arriverà, o sarà recuperato rispetto ai tagli, a favore dei residenti all’estero?
Ogni giorno ascoltiamo dichiarazioni contrastanti di esponenti dell’esecutivo e della maggioranza che propongono soluzioni protezionistiche e iniziative che allontanano qualsiasi prospettiva di coordinamento internazionale e di nuova governance economica. Non solo. Viene prospettata una rinuncia preventiva alla sfida globale in campo economico e sociale.
Il Governo australiano ha intanto introdotto misure urgenti per contrastare la crisi economica. Un pacchetto di misure introdotte a metà ottobre e scattate a dicembre del valore complessivo di 10.4 billion dollars (circa l’1.35% del PIL) e pari a circa 5.4 miliardi di euro. Accompagnate da importanti dichiarazioni del Primo Ministro Rudd, in suo articolo sul Financial Times, il quale ritiene che tutte queste misure richiederanno una cooperazione senza precedenti tra i governi. Se falliamo le conseguenze saranno serie. Se siamo all’altezza della sfida non solo ridurremo l’impatto a lungo termine della disoccupazione, ma avremo anche iniziato a sviluppare una nuova forma di governance economica che gli imperativi della globalizzazione da lungo tempo ci spingono ad adottare.
Il pacchetto di misure, annunciate dal Primo Ministro Kevin Rudd, fa parte dell’Economic Security Strategy e prevede interventi per i pensionati, per le famiglie a basso reddito, per l’acquisto della prima casa e per la creazione di 56,000 nuove opportunità di prima occupazione.
Tra le misure introdotte segnaliamo un intervento straordinario sulle pensioni, un bonus di dollari australiani $1,050 per ciascuno i componenti una coppia o di dollari australiani $1400 per il pensionato singolo – erogato anche a tanti pensionati residenti in Italia.
Un pagamento unico ai pensionati per un valore di 2.4 miliardi, 1.95 per le famiglie, 750 milioni per la prima casa e 93 milioni per 56,000 nuove opportunità occupazionali. Oltre ad accelerare l’attuazione del programma Nation Building, uno dei più impegnativi piani nazionali per la realizzazione di infrastrutture. Interventi mirati nel settore auto per 3 miliardi di euro nei prossimi 13 anni sia con finanziamenti diretti che con la riduzione al 5%, a partire dal 2010, delle tariffe.

giovedì 15 gennaio 2009

La virgola

Cessate il fuoco subito, per riprendere il percorso di Pace con al primo posto la sicurezza di Israele
“Cessate il fuoco per permettere l'accesso degli aiuti umanitari, lotta al terrorismo per la sicurezza di Israele, sostegno, dialogo e legittimazione dello forze arabe moderate e invio di una forza di interposizione internazionale sul modello di quanto sperimentato e successo in Libano”, sono queste le proposte emerse dal convegno organizzato dal Partito Democratico. Un chiaro invito al dialogo per riprendere il cammino verso una pace troppo spesso sembrata a “portata di mano” e poi scippata dal terrore. Ho voluto rassicurare il Presidente del Comites d’Israele e tutti i suoi componenti circa la mia posizione sulla questione della Pace in Medio Oriente e della sicurezza dello Stato di Israele, temi che sono al centro delle mie preoccupazioni e dell’azione di politica estera di tutto il Partito Democratico, a partire dal suo segretario Walter Veltroni e dal suo ministro-ombra degli Esteri Piero Fassino. La tregua tra le parti è l’unica strada per rimettere in cammino il percorso arduo ma inevitabile della Pace, isolando le posizioni degli elementi più estremi ed evitando spargimenti di sangue innocente. Il recente appello alla Pace ci unisce ad un coro di “umanità” che vorrebbe che il dialogo riprenda subito, dopo che si cessi ogni ostilità. Al Presidente ed ai membri del Comites Israele ho ricordato che nei giorni in cui il Sen. Randazzo ed io portammo loro la nostra prima visita – esperienza che vorremmo ripetere – nei nostri colloqui ed incontri, affrontammo più volte i temi medio orientali, sia come questioni di politica estera, quindi concernenti il ruolo dell’Italia e dell’UE nei confronti dello Stato d’Israele e dell’ANP – nel mezzo di una crisi che riguardava il Libano – sia come questione che atteneva ed attiene alla vita della nostra gente, della nostra comunità. Abbiamo capito molto dalle cose che gli italiani in Israele ci hanno detto e raccontato e non abbiamo perso la fiducia verso un processo di Pace che deve prevedere, al primo posto, la sicurezza di Israele. Capisco che quando una tregua viene interrotta da altri, da chi non vuole la Pace, si possa pensare che non vi sarà mai sicurezza per nessuno. Ma è un sentimento che non porta ad una soluzione. Ascoltare la parte di Palestina che chiede la Pace e vuole la Pace significa ostacolare il disegno di chi, dentro Hamas, non vuole “negoziati” e “cambiamenti” ma solo la distruzione di ogni speranza.
La crisi economica ed i saldi della finanziaria Tremonti che non cambiano
La finanziaria triennale del Ministro Tremonti ci ha consegnato una serie di tagli – pesantissimi per gli italiani all’estero – ed un impegno per saldi immodificabili. Una finanziaria triennale che nella sua struttura non poteva prevedere gli effetti – che oggi appaiono devastanti – della crisi economica che è già con noi. Modificare i saldi, in vista di un 2009 che tutte le previsioni ci dicono sarà particolarmente duro per le famiglie, per le imprese, per i lavoratori ed i pensionati, sarebbe invece una strada percorribile. Tenendo conto anche degli errori – questi sì, strategici – commessi da Governo e maggioranza. Dall’esonero ICI per i benestanti fino al costo per l’operazione Alitalia, Governo e maggioranza hanno creato le condizioni per indebolire il Paese ed utilizzare preziose risorse in direzione sbagliata.
La rinuncia preventiva al dialogo …
A ciò si aggiunge una strategia da “rinuncia preventiva” al dialogo, per cui prima ancora di affrontare nel merito le misure previste dai provvedimenti all’esame si rinuncia al confronto con le ragioni dell’opposizione. Si cerca di evitare il confronto in aula ad ogni costo. La fiducia sul provvedimento anti-crisi, anche con la forte riduzione degli emendamenti presentati dal gruppo del PD, poteva essere evitata. Perdere occasioni per riforme o per un provvedimenti le cui finalità sono condivise, è una “rinuncia preventiva” agli spazi di dialogo auspicati dallo stesso Capo dello Stato. È evidente che la contrarietà di fondo alla impostazione complessiva del provvedimento non è ragione sufficiente per limitare la discussione. La conclusione è che si intenda evitare anche un confronto parlamentare internamente alla maggioranza.
I mille decreti di una finanziaria infinita
L’assalto alle diligenza – secondo Tremonti evitato nella finanziaria triennale – si sta puntualmente verificando sui tanti decreti che fanno da corollario alla manovra economica “infinita” a cui ci ha condannato il Governo Berlusconi. Nel decreto anti-crisi sono infatti apparsi strani emendamenti che nulla hanno a che vedere con un provvedimento che ha l’aspirazione di contrastare la crisi economica e che è stato definito un “piano strategico nazionale” a sostegno delle famiglie, dell’occupazione e delle imprese. Invece contiene misure che non sono interventi strutturali, che sono largamente insufficienti, che trasformano l’assistenzialismo in “intervento per i poveri” e che si occupano di “interessi particolari” o in qualche caso “strategie diversive”. Il bonus di 1000 euro è ad esempio un solitario intervento – profondamente assistenzialista – che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana. Lo stesso vale per la social card, la carta acquisti. Anche rispetto a questa misura il Governo sta creando le condizioni per un sua “oggettiva” collocazione tra misure assistenziali, non all’altezza di una seria politica di contrasto alla povertà che deve partire dai diritti di cittadinanza che ci appartengono perché garantiti dalla Costituzione. Ed abbiamo già oggi denunce di ritardi, inefficienze, complicazioni amministrative, mancanza di chiarezza e di informazione.

E le mille provocazioni …
Dai 50 euro di tassa per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno alla fideiussione per le attività commerciali ed imprenditoriali, continuano le provocazioni che hanno lo scopo di “mascherare” l’azione inefficace del Governo sul fronte del contrasto alla crisi economica. Dimostrazione di come si cerchi di “confondere” natura e merito dei provvedimenti. Per quale ragione inserire una proposta con un forte carattere amministrativo – anche se si apre a valutazioni politiche – in un decreto anti-crisi oppure, come la Lega Nord intende fare, nel decreto sicurezza in discussione al Senato? Perché non affrontare, nel merito, questo tema separatamente? Perché non valutarne le conseguenze, con attenzione e senza strumentalizzazioni? La doppia azione di Governo e maggioranza, con al centro le posizioni della Lega Nord, continua: utilizzare la logica della paura per mascherare l’inefficacia dell’azione del Governo, utilizzare la logica delle emergenze per giustificare gli errori della maggioranza, da Alitalia, alla scuola e all’università fino alle misure sulla giustizia ed ora sulle misure anti-crisi.

mercoledì 14 gennaio 2009

Intervento aula On. Marco Fedi su decreto anti-crisi

Grazie Presidente.
avevamo un’altra opportunità, un’altra importante occasione per impostare, discutere e realizzare un provvedimento serio per affrontare la crisi economica, per sostenere davvero le famiglie, per l’occupazione, per le imprese. Governo e maggioranza non hanno saputo e voluto coglierla.
Perdere occasioni per riforme o per un provvedimenti condivisi, le cui finalità sono condivise, è una “rinuncia preventiva” agli spazi di dialogo auspicati dallo stesso Capo dello Stato.
Ecco Presidente, ogni volta che in Parlamento vengono meno le opportunità di confronto e dialogo, ogni volta che non riusciamo a pensare – insieme – al futuro del nostro sistema universitario e formativo, come avvenuto la settimana scorsa, o al futuro per il lavoro o per le famiglie, oppure per l’economia del Paese – ogni volta che ciò avviene – rinunciamo al ruolo della politica, rinunciamo a fare le riforme di sistema, quelle che garantiscono al Paese di progredire, di guardare con serenità al futuro. Ed proprio del futuro di questo Paese che ci dovremmo occupare!
È questa la dimensione di cui stiamo parlando: non stiamo discutendo di misure territoriali, come la carta acquisti di Modena – sicuramente importante come misura territoriale – ma stiamo discutendo di un “piano strategico nazionale”. Volevo ricordarlo all’On. Cazzola.
Ecco perché la scelta di Governo e maggioranza non può continuare ad essere quella dello scontro, in Parlamento e nel Paese. Lo abbiamo visto con la finanziaria, con la scuola, con l’Università ed ora con famiglie, lavoro, imprese. E quando prevale la logica dello scontro non vi sono più spazi per il dialogo. Se una maggioranza è convinta delle proprie scelte deve avere il coraggio di confrontarsi in Parlamento. Quando mancano coraggio e capacità di ascolto, quando mancano impegno e visione d’insieme per dare continuità ed organicità alle riforme, si imbocca un percorso che è senza “speranza”.
Quale altra lettura possiamo dare della proposta che tende ad inserire in questo provvedimento una tariffa di 50 euro per il rinnovo del permesso di soggiorno per gli immigrati regolarmente residenti in Italia o della fideiussione di 10.000 euro per le attività imprenditoriali? Quale altra lettura, se non l’ennesimo tentativo di “confondere” natura e merito dei provvedimenti. Quale altra lettura se non la continuazione della doppia azione: utilizzare la logica della paura per mascherare l’inefficacia dell’azione del Governo, utilizzare la logica delle emergenze per giustificare gli errori della maggioranza, da Alitalia, alla scuola e all’università fino alle misure sulla giustizia ed ora sulle misure anti-crisi.
Quale altra lettura, se non la nostra lettura, che è stata anche del Presidente della Camera, cioè di forte preoccupazione per una nuova deriva razzista?
Credo sia evidente come la percezione del significato di dialogo e condivisione – richiamate dal Capo dello Stato come esigenze imprescindibili per le riforme istituzionali e per modificare la Costituzione – sia molto diversa tra maggioranza ed opposizione. Tra chi continua a porre la questione di fiducia su provvedimenti che riguardano le “strategie nazionali del nostro Paese” che richiederebbero invece “condivisione” per combattere la povertà, per favorire le sviluppo, per sostenere i cittadini e le famiglie.
Questo decreto presentato dal governo allo scopo di sostenere le famiglie italiane non è un esempio di buona politica, poiché sceglie di procedere ancora una volta per annunci roboanti e spot propagandistici e non realizza invece il necessario e duraturo intervento di sostegno a favore delle famiglie italiane vessate dalla crisi economica.
Si prenda il bonus di 1000 euro. Un solitario intervento – profondamente assistenzialista – che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana a partire dalle spese dei ceti medi.
Lo stesso vale per la social card, la carta acquisti. Una tessera prepagata per l’acquisto di servizi o per la spesa nei supermercati, da 40 euro al mese, riservata ad anziani e genitori con bimbi sotto i 3 anni, che però devono possedere un reddito ISEE inferiore ai 6.000 euro annuali. 8.000 per gli ultrasettantenni. Una misura rivolta ad un bacino potenziale di 1milione 300mila beneficiari, rispetto invece ad oltre 8 milioni di famiglie che vedono esaurire il loro reddito alla terza settimana.
Ma anche per la carta acquisti, abbiamo già oggi denunce di ritardi, inefficienze, complicazioni amministrative, mancanza di chiarezza e di informazione. Anche la carta acquisti poteva essere gestita considerando la platea dei pensionati il cui reddito e stato patrimoniale sono noti, ed avreste semplificato, di molto, le procedure. Anche rispetto a questa misura che riteniamo sbagliata state creando le condizioni per un sua “oggettiva” collocazione tra misure assistenziali, non all’altezza di una seria politica di contrasto alla povertà che deve partire dai diritti di cittadinanza che ci appartengono perché garantiti dalla Costituzione.
Presidente, le alternative esistono. Sono presenti nel pacchetto di proposte del Partito Democratico. Avremmo potuto fare interventi sulle pensioni e sui redditi. Occorre lavorare in direzione di interventi strutturali che mancano in questo provvedimento.
È il tempo di più fondi per gli ammortizzatori sociali per proteggere i lavoratori, soprattutto quelli precari, che saranno i primi a pagare le conseguenze della crisi. E si deve intervenire in sostegno di chi vive di stipendio, perché chi non spende, non lo fa per mancanza di volontà, ma per mancanza di soldi.
Infine, Presidente, segnalo un emendamento importante che chiede la definitiva estensione delle detrazioni per carichi di famiglia, introdotte dal Governo Prodi, ai residenti all’estero e che auspichiamo trovi il necessario consenso tra le fila della maggioranza. Un aperto confronto in aula ci consentirebbe di verificare – su alcuni importanti emendamenti – la reale volontà della maggioranza.