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venerdì 27 febbraio 2009

La virgola, nucleare!


Back to the past: ritorno al passato

Prima di tornare al passato sarebbe doveroso aprire un dibattito “informato”. Il Parlamento non può essere unicamente il luogo in cui si convertono decreti – spesso con il voto di fiducia. Deve essere il luogo dell’approfondimento e della conoscenza e poi anche della decisione. La strada verso il nucleare è stata riaperta da provvedimenti che nulla avevano a che fare con l’approfondimento e la conoscenza sul tema. Ecco perché l’accordo tra Berlusconi e Sarkozy, che prevede la messa in funzione entro il 2020 di quattro centrali nucleari in Italia, è semplicemente un’irragionevole accelerazione. Non sarebbe utile, per il Paese, rispondere ad alcune domande che ancora oggi è legittimo porsi prima di partire con un programma nucleare? L’accordo conviene solo alla Francia, che metterà esclusivamente il know-how per la costruzione degli impianti, ricevendo in cambio energia prodotta in Italia con soldi italiani. Quattro centrali costano ai contribuenti almeno 12 miliardi di euro (e non è neanche detto: l'ultima centrale in costruzione, in Finlandia, ha già visto una lievitazione dei costi del 50%). Sarebbe questo il modo di rispondere con immediatezza all'attuale crisi? Le centrali entrerebbero in funzione solo nel 2020 (salvo ritardi) e poi avrebbero una vita di circa 25 anni, e nei primi 5-10 anni non sarebbero neanche produttive a pieno regime. Nel frattempo, quale soluzione per il problema energetico? E, soprattutto, perché immobilizzare per anni denaro pubblico sul nucleare in costruzione piuttosto che spenderlo per le energie rinnovabili che entrano a regime in periodi brevissimi? L’Italia non possiede l'uranio che dovrebbe comprare dall'estero. Quale la convenienza rispetto al sole, al vento e alle altre fonti rinnovabili che abbiano anche in loco? Il nucleare non è conveniente economicamente: se si considera il processo produttivo dall'inizio alla fine, cioè dal reperimento dell'uranio allo smaltimento delle centrali e delle scorie, i suoi costi al Kwh raggiungono i 6,3 centesimi di euro (dati Department of Energy), un’enormità a confronto con quelli delle altre fonti. Tanto per fare un esempio, l’Enel italiana per due centrali atomiche da essa gestite sul suolo della Slovacchia spende 2.700 euro al Kw, quando quelle a gas ne costano in media 500, per non parlare degli impianti eolici o fotovoltaici. Del resto, ci sarà un motivo per cui gli Usa non costruiscono nuove centrali dal 1978 e la Germania le smantellerà tutte entro il 2020?
Dove metteremo le centrali e dove le scorie? Il governo ci ha pensato seriamente oppure già ha dimenticato che ancora vanno completati i lavori di smantellamento delle vecchie centrali italiane e la collocazione delle loro scorie radioattive?
I posti di lavoro che potrebbero creare le energie rinnovabili sono tantissimi (la Germania ne ha creati in un decennio circa un milione). Inoltre, trattandosi di energia pulita, spesso autoprodotta a livello domiciliare e aziendale, previene la dispersione da trasporto e migliora l'efficienza. Ecco perché, prima di regalare miliardi di euro pagati dalle tasse degli italiani a pochi grandi gruppi privati, sarebbe utile dare risposta a queste domande.

Sostenere la ricerca italiana. In Italia e nel mondo!

Parlando all’Università di Perugia, qualche giorno fa, il Presidente della Repubblica Napolitano ha lanciato un accorato monito alle istituzioni – e quindi, in primo luogo, a Governo e Parlamento – affinché l’Italia ricominci a sostenere adeguatamente la ricerca. Parole sacrosante. Nessun Paese civile, a differenza di quanto purtroppo sta avvenendo in Italia a partire dalla riforma Gelmini, ha deciso di tagliare ulteriormente le risorse destinate all’Università e alla ricerca. Il governo Berlusconi definisce i suoi disinvestimenti come “razionalizzazioni” e “tagli agli sprechi”, e – come ci ha abituato da tempo – inventa un nuovo nemico di turno, i “baroni”, per giustificare la distrazione di fondi dalla ricerca. Inoltre, si fa scudo con la crisi economica per spiegare la necessità dei tagli. Peccato soltanto che la crisi sia mondiale, ma in altri Paesi coinvolti nessun governo, di qualsiasi colore, ha pensato di compromettere un settore che semmai è la chiave per innovare il nostro modello produttivo e rilanciarlo. Colgo l’occasione per ricordare che, proprio a causa dell’inadeguatezza dell’investimento italiano nella ricerca, molti studiosi italiani svolgono le proprie attività all’estero. È per coordinare e valorizzare questo patrimonio umano sparso per il mondo e soprattutto per far sentire la loro voce che ho presentato una legge volta all’istituzione di un Consiglio permanente dei nostri ricercatori nel mondo e di un Comitato interministeriale tra Farnesina e dicastero all’Università al fine di censire e di promuovere la ricerca italiana all’estero.

martedì 16 dicembre 2008

In rete, anziché di ritorno… e senza dover fuggire

“Cervelli in rete, anziché di ritorno dopo la fuga, evitando che qualcuno sia costretto ancora a fuggire. Mi pare questa un’ipotesi di lavoro coerente con la globalizzazione e le nuove mobilità delle persone, delle idee, delle risorse, delle specializzazioni e quindi anche dei ricercatori” – ha sottolineato l’On. Marco Fedi a proposito della discussione sul ritorno dei cervelli.
“Ho avuto modo di dire che il processo di trasformazione del nostro Paese in un clever country è tanto necessario quanto lungo e richiederà una serie di interventi mirati a superare ritardi storici, sia di organizzazione della ricerca che di finanziamento, oltre alla disattenzione verso il merito e l’eccellenza. Pensare che incentivi, peraltro senza controlli di qualità, possano risolvere questa situazione è profondamente sbagliato. Occorre creare le condizioni affinché la ricerca in Italia ottenga attenzione e finanziamenti. Successivamente saranno i parametri di qualità a fare la differenza. E l’Italia dovrà competere. Fare riforme condivise su questo tema è fondamentale” – ha ribadito l’On. Marco Fedi.
“Nel frattempo noi proponiamo la realizzare di una mappatura dei docenti universitari e ricercatori italiani residenti all’estero per ragioni di lavoro o di formazione, in maniera da conoscerne collocazione geografica, impiego professionale e accademico, settore di specializzazione, pubblicazioni, brevetti e dati sul loro lavoro di ricerca. Primo significativo passo di costruzione della rete” – ha ricordato l’On. Marco Fedi.
“Nella nostra proposta punteremo in direzione di mantenere costantemente operante un sistema di comunicazione e di interscambio tra le università e i centri di ricerca italiani ed esteri poiché riteniamo che la ricerca italiana debba attrarre anche i ricercatori di altri Paesi. Pensiamo ad esempio ad incrementare il numero dei corsi universitari di dottorato in collaborazione internazionale e ad appositi accordi multilaterali e bilaterali in materia di ricerca scientifica e di collaborazione e interscambio tra università e istituti di ricerca italiani e stranieri. “Non ultima la questione del riconoscimento delle qualifiche e dei titoli posseduti o conseguiti all’estero” – ha concluso l’On. Marco Fedi.