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giovedì 28 aprile 2011

Paesi in cambiamento, gente in movimento

28 aprile 2011

Circolo del Partito Democratico “Maurizio Valenzi”
TUNISI

Care amiche ed amici del Circolo Valenzi di Tunisi,

avrei voluto essere con voi per questa importante iniziativa ma le circostanze non l’hanno consentito.
Davvero complimenti per la scelta del tema. Ponete l’accento su due aspetti legati in modo indissolubile: l’evoluzione della storia, il modificarsi, a volte anche rapido ed inaspettato, della vita di nazioni e popoli, ed il movimento delle persone nel mondo, le migrazioni.
In un mondo che apprezza sempre meno il significato profondo di questo legame, si aggiunge un terzo aspetto, che supera anche le crisi politiche e sociali delle nazioni e dei continenti, che supera anche l’evoluzione della storia, che riguarda la voglia di riscatto dell’emigrazione, la speranza di futuro, il sogno di opportunità, il desiderio di emancipazione, tipico degli emigranti, di tutti gli emigranti.

Non c’è emigrazione senza speranza e desiderio di riscatto.

I Paesi ed i Governi che non riconoscono questa legittima aspirazione dei migranti, che ne strumentalizzano gli sbarchi o gli arrivi con l’obiettivo di instaurare una perversa logica della paura o che ritardano l’azione politica di coordinamento e quella umanitaria della solidarietà, rischiano di commettere un crimine contro l’umanità.
Per questa ragione debbono prevalere solidarietà ed umanità, insieme alle scelte politiche di Paesi che si riconoscono in un comune progetto di integrazione europea.

Il ruolo dell’Italia, con tutte le difficoltà e le resistenze, dovrebbe essere anche questo in senso all’Unione degli europei.

Vi auguro buon lavoro e vi ringrazio per la tempestività di questa iniziativa.

On. Marco FEDI

martedì 12 aprile 2011

La responsabilità senza fine

Giornate concitate alla Camera dei Deputati la settimana scorsa. Le responsabilità si sommano e si intersecano. Il Ministro dell’Interno Maroni interviene per illustrare i contenuti dell’accordo raggiunto con la Tunisia, per spiegare le scelte adottate dal Governo in materia di arrivi a Lampedusa, per raccontare i fatti che hanno portato alla morte di oltre 150 persone, dispersi al largo dell’isola, senza speranza di poter essere salvati dal mare e dalla follia di questi giorni disperati. Poche ore prima la maggioranza ha votato a favore di un parere della Giunta per le autorizzazioni, anche questo votato a colpi di maggioranza, secondo cui il Presidente del Consiglio dovrebbe essere giudicato dal Tribunale dei Ministri e la Camera è tenuta a sollevare un conflitto di attribuzione sul quale è chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale. Sono 314 i deputati di maggioranza convinti che il Presidente del Consiglio è intervenuto in favore di Karima El Mahroug, detta Ruby, ritenendola nipote di Hosni Mubarak, ex-Presidente egiziano. Una responsabilità che ricade tutta sulla maggioranza. Una strategia difensiva “ad personam” che si somma al voto espresso dalla maggioranza, soltanto poche ore dopo, sui tanti emendamenti alla “prescrizione breve” presentati dalle opposizioni. Prescrizione breve che abbrevia i tempi di prescrizione per gli incensurati e potrebbe far decadere tanti procedimenti in corso, anche quelli nei confronti di Berlusconi. La maggioranza deve assumersi la responsabilità di queste scelte. Di aver portato il Parlamento allo scontro, di non aver predisposto una vera riforma della giustizia, di aver fatto prevalere gli interessi individuali del Presidente del Consiglio, di aver contribuito ad indebolire l’immagine e la sostanza della politica e del Parlamento. Di aver offeso le istituzioni, oltre che l’intelligenza dei cittadini, con il voto della maggioranza sul conflitto di attribuzione. Una responsabilità senza fine. Per essere arrivati impreparati all’emergenza Lampedusa, largamente prevista ed anticipata nelle sue connotazioni e nella tempistica. Per aver nuovamente giocato prima la partita politica che quella delle soluzioni. Per essere arrivati alle soluzioni obbligate sull’onda di una paura dell’altro, del diverso, che ancora oggi pervade parte dell’opinione pubblica, fomentata dalle campagne mediatiche leghiste. Interminabile responsabilità per non avere ancora una “politica” di gestione delle emergenze che ci consenta di non entrare nell’emergenza: in altre parole una vera politica dell’immigrazione. Una serie di norme per gestire profughi e rifugiati. Una politica dell’immigrazione che ci consenta di poter dire che abbiamo un flusso commisurato alle esigenze di questo Paese. Abbiamo invece una politica dei flussi inadeguata con un piano di gestione irrazionale, condizionato dalle emergenze. Abbiamo oggi fatto accordi per bloccare le partenze dalla Tunisia, per i rimpatri, ed in passato analoghi accordi con la Libia hanno evaso i controlli, internazionale e del nostro Paese, per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani. Non abbiamo politiche vere per l’integrazione di chi arriva, che abbia un permesso di soggiorno o che ottenga la qualifica di profugo o che arrivi sulle nostre sponde su una imbarcazione della speranza. Abbiamo, in altre parole, trascurato molto, troppo. Con una condizione in più: la logica della paura fomentata dalla Lega Nord Padania e dal Governo e dalla maggioranza che lo sostiene. Ecco perché le responsabilità sono infinite. Perché l’accoglienza, salvare le vite umane ed accoglierle in condizioni di umanità e civiltà, sono doveri irrinunciabili di una comunità internazionale e nazionale e siamo chiamati ad assolvere questo compito a nome di questa umanità. E quando agiamo e riusciamo a salvare alcune vite umane dobbiamo piangere per coloro i quali periscono, dobbiamo riconoscerci nel dolore, dobbiamo scegliere di essere dalla parte di coloro che soffrono. Poi dobbiamo modificare profondamente le nostre politiche e ciò richiederà una forza ed una determinazione, una vera ed autentica volontà riformatrice, che oggi manca, che oggi viene umiliata dalla discussione in corso sulla “prescrizione breve” e che subisce l’offesa di una finta riforma della giustizia, che serve l’unico scopo di evitare al Presidente del Consiglio di rispondere alla giustizia, dovere di ogni cittadino.


On. Marco Fedi

martedì 4 maggio 2010

Dalla Tunisia un richiamo alle istituzioni italiane …

Due giorni di incontri ed una giornata di approfondimento tematico hanno caratterizzato la visita in Tunisia – nei giorni dal 16 al 19 aprile – dell’On. Marco Fedi e del Sen. Nino Randazzo, entrambi eletti nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Un’occasione di incontro con la comunità italiana di Tunisi organizzata dal Circolo del Partito Democratico “Maurizio Valenzi” e coordinata da Silvia Finzi, Nino Trimarchi e Bruno Segantini. Agli incontri e alla giornata di approfondimento ha partecipato anche Luigina De Santis della Presidenza nazionale dell’INCA-CGIL.

Il primo incontro con l’Ambasciatore Benassi ha consentito di approfondire alcuni aspetti generali della presenza economico-commerciale italiana in Tunisia e dell’interscambio tra i due Paesi oltre ad alcune valutazioni sui rapporti euro-mediterranei e sulle opportunità di sviluppo nell’area del bacino del mediterraneo. Durante l’incontro sono state affrontate tematiche relative alla struttura consolare di Tunisi, in relazione sia ai servizi per i connazionali che al rilascio di visti d’ingresso per cittadini tunisini.
La delegazione ha poi incontrato, presso il Club Italiano, i rappresentanti delle associazioni della comunità italiana di Tunisi.
Nella giornata di domenica si è svolta, presso Casa Sicilia a Dar Bach Hamba, la giornata di approfondimento tematico che – aperta dal saluto dell’Ambasciatore Benassi e moderata da Silvia Finzi – ha visto una prima articolazione attraverso gli interventi di Marco Fedi, Nino Randazzo e Luigina De Santis e poi un dibattito a cui hanno partecipato i numerosi presenti.

La prima parte della discussione ha riguardato l’AIRE, la cittadinanza, il voto all’estero e la rappresentanza. Si sono poi approfonditi i temi dell’identità e dell’integrazione e infine le questioni relative ai diritti pensionistici e previdenziali e alle convenzioni bilaterali tra Italia e Tunisia, in particolare la convenzione fiscale sulle doppie imposizioni e quella in campo sanitario. Molti dei presenti sono intervenuti sui temi legati alle recenti limitazioni imposte dalla legislazione sull’immigrazione: dalla necessità del permesso di soggiorno per sposarsi in Italia, condizione che riguarda anche i cittadini italiani che intendano sposare in Italia un cittadino extra-comunitario, al limite di 10 anni di residenza per il diritto all’assegno sociale, condizione che riguarda anche i cittadini italiani che decidano di rientrare, o siano costretti a rientrare, in territorio nazionale.

I Parlamentari del Partito Democratico hanno ricordato la loro opposizione alle scelte adottate dal Governo Berlusconi – fortemente condizionate dalla Lega Nord. In campo sanitario valgono le norme contenute in specifici accordi di reciprocità altrimenti, ai cittadini italiani iscritti all’AIRE cui sia riconosciuto lo stato di emigrante, sono riconosciute, a titolo gratuito, unicamente le prestazioni ospedaliere urgenti per un periodo massimo di 90 giorni per ogni anno solare. Alcune Regioni stanno adottando misure più favorevoli per i propri corregionali residenti all’estero.

In campo pensionistico sono state ricordate le norme contenute nell’accordo italo-tunisino e la possibilità della totalizzazione dei periodi contributivi per accedere a una prestazione in Convenzione, oltre a chiarire gli aspetti applicativi della convenzione fiscale che deve garantire da un lato che si evitino i casi di doppia imposizione e dall’altro che si favorisca l’evasione fiscale. In questo senso sono stati ricordati anche obblighi e procedure degli enti di previdenza, tra cui l’INPDAP. Per l’istituto degli ex-dipendenti dello Stato è stata ricordata la necessità che questo si doti di un sistema di pagamento delle pensioni all’estero più efficiente e trasparente, sul modello del sistema adottato dall’INPS.

I giovani docenti universitari presenti hanno espresso preoccupazione per i tagli alla ricerca e per le difficoltà crescenti di collegamento con le Università italiane, sia per gli scambi che per i visti, e per i sistemi di riconoscimento e valorizzazione della formazione professionale.

Il tema dell’integrazione e dell’identità è stato affrontato partendo dalle esperienze comuni dei migranti per poi arrivare alle scelte politiche di un Paese come l’Italia che oggi affronta – talvolta con pochi strumenti cognitivi – i processi di immigrazione e di integrazione. Il tema della integrazione di popoli, culture e religioni dovrebbe essere parte del dibattito sull’Unità d’Italia – di cui si celebrerà nel 2011 il 150esimo anniversario – ed il Circolo Valenzi ne celebrerà in tal senso la ricorrenza.

Le associazioni della comunità italiana, infine, necessitano un’azione di coordinamento: in attesa del rinnovo dei Comites, anche la comunità italiana di Tunisi, che nel frattempo ha superato la soglia dei 3mila iscritti AIRE, auspica la elezione o istituzione di un Comitato degli italiani all’estero.

mercoledì 27 gennaio 2010

FEDI (PD): “IL CENTRODESTRA NON STRUMENTALIZZI IL BURQA”

La questione del burqa non può essere strumentalizzata dalla destra - questo il monito dell’On. Marco Fedi, deputato del Partito Democratico eletto nella circoscrizione estero. Una cosa è regolarizzare l’uso di questi abiti nei luoghi pubblici, come giustamente sta cercando di fare la Francia. Altra è il divieto totale per legge proposto dalle forze conservatrici, spiega il parlamentare del PD.
La legge italiana già prevede limiti all’uso, non solo del burqa, ma anche di altre forme di copertura della propria identità. Accade già per il passaporto e i documenti di identità, nelle banche e in altri luoghi sensibili, e via dicendo. Mi domando qual è la necessità di estendere questo limite in altri luoghi pubblici, definendo tutto come luogo pubblico. L’On. Fedi prosegue spiegando che “se il burqa è una libera scelta, anche se la riteniamo personalmente una pessima decisione, non possiamo impedirla. Al contrario, se si tratta di un’imposizione non gradita dalla donna che lo indossa, essa va impedita applicando le leggi già esistenti a tutela delle persone. Ma la chiave per risolvere questi problemi è rappresentata dalle politiche di integrazione degli immigrati e non da norme ad effetto – insiste il parlamentare del PD.
Credo che i modelli culturali non possano essere imposti a livello normativo. Poi se incontrassimo una ragazza marocchina che vuole essere libera di vivere la sua vita, dobbiamo aiutarla a farlo. Se un giovane immigrato vuole partecipare alla vita sociale e culturale e politica, dobbiamo essere presenti con le leggi, con gli interventi, con le iniziative. Ed offrire una vera opportunità di integrazione. Oggi purtroppo non siamo in grado di predisporre interventi per i giovani in generale, figuriamoci per i giovani migranti. E non siamo in grado di mettere in campo autentiche politiche di integrazione. Questo è il vero problema che dobbiamo affrontare.
Credo sia più saggio fare tutto ciò che ci consentono le leggi nazionali ed internazionali allo scopo di far crescere la democrazia e la consapevolezza delle proprie libertà. Dobbiamo lavorare sulla crescita comune – insiste il deputato eletto all’estero – giacché anche il nostro modello è frutto di una storia di contaminazioni tra diversi. Un modello che ha sì tra i suoi principi la parità tra generi, ma anche quella tra etnie, culture e religioni diverse, spesso messa da parte.
In questa vicenda si registra un alto tasso di strumentalizzazione e di demagogia – conclude l’On. Fedi – che non aiuta affatto la soluzione dei problemi delle complesse società contemporanee e che ostacola le politiche di integrazione civile.

27 gennaio 2010

mercoledì 23 dicembre 2009

FEDI (PD): Sulla cittadinanza non sono più possibili errori, ritardi ed esclusioni

“Sarebbe davvero grave se sulla cittadinanza Governo e maggioranza commettessero errori, sommassero ritardi ed omettessero di affrontare il tema cittadinanza dalla prospettiva degli italiani all’estero” – ha dichiarato l’On. Marco Fedi.
“L’errore di vedere l’acquisto della cittadinanza unicamente come punto di arrivo del processo di integrazione anziché fondamentale momento di passaggio verso una partecipazione piena alla vita della istituzioni di un Paese” – è questa la prima valutazione sul testo unificato di riforma della legge 91/92 sulla cittadinanza discusso alla Camera dei Deputati.
“Il periodo di 10 anni è troppo lungo e non prevederne una ragionevole riduzione è un errore tragico e storico” – ha continuato l’On. Fedi.
“Ogni ritardo nel riconoscimento pieno della cittadinanza legata al principio dello jus soli rappresenta un secondo tragico errore, un secondo ritardo storico che ci allontana da legislazioni moderne in tema di cittadinanza”.
“Il testo unificato non raccoglie i contenuti delle proposte di legge avanzate dagli eletti all’estero” – ha sottolineato l’On. Marco Fedi.
“Gli elementi più importanti per gli italiani all’estero – cioè la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana e la discriminazione nei confronti delle donne sposate a stranieri prima del 1 gennaio 1948 – sono assenti dal testo”.
“Per queste ragioni abbiamo presentato degli emendamenti”.
“Escludere dalla discussione sulla cittadinanza le nostre comunità nel mondo rappresenterebbe un terzo grave errore” – ha concluso l’On. Marco Fedi.

Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91 recante nuove norme in materia di cittadinanza (Testo unificato C. 103 Angeli e abb.)
EMENDAMENTI ED ARTICOLI AGGIUNTIVI

Dopo l'articolo 4 aggiungere il seguente:

Art. 4-bis.
(Riacquisto della cittadinanza).
1. All'articolo 17 della legge 5 febbraio 1992, n. 91 sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1 sono soppresse le parole: «entro due anni dall'entrata in vigore della presente legge»;
b) è aggiunto, in fine, il seguente comma: «1-bis. Il diritto al riacquisto o all'acquisto della cittadinanza ai sensi dei commi 1 e 2 è esercitato dagli interessati mediante presentazione di una dichiarazione resa al sindaco del comune di residenza dell'istante, oppure alla competente autorità consolare previa produzione di idonea documentazione ai sensi di quanto disposto con decreto del Ministro dell'interno emanato di concerto con il Ministro degli affari esteri».
Fedi, Bucchino, Farina, Garavini, Porta

Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91 recante nuove norme in materia di cittadinanza (Testo unificato C. 103 Angeli e abb.)
EMENDAMENTI ED ARTICOLI AGGIUNTIVI

Dopo l'articolo 4 aggiungere il seguente:

Art. 4-bis.
(Riacquisto della cittadinanza).

1. All'articolo 17 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il comma 2 è sostituito dal seguente:
«1. Possono altresì riacquistare o acquistare la cittadinanza:
a) la donna che, già cittadina italiana per nascita, ha perduto la cittadinanza per effetto del matrimonio con cittadino straniero, quando il matrimonio è stato contratto prima del 1o gennaio 1948;
b) il figlio della donna di cui alla lettera a), ancorché nato anteriormente al 1° gennaio 1948, anche qualora la madre sia deceduta;
c) i soggetti, ancorché nati anteriormente al 1o gennaio 1948, figli di padri o di madri cittadini»;
b) è aggiunto, in fine, il seguente comma:
«1-bis. Il diritto al riacquisto o all'acquisto della cittadinanza ai sensi dei commi 1 e 2 è esercitato dagli interessati mediante presentazione di una dichiarazione resa al sindaco del comune di residenza dell'istante, oppure alla competente autorità consolare previa produzione di idonea documentazione ai sensi di quanto disposto con decreto del Ministro dell'interno emanato di concerto con il Ministro degli affari esteri».

Bucchino, Fedi, Farina, Garavini, Porta

lunedì 13 luglio 2009

FEDI (PD): Lo avevamo detto: il vero problema è aver introdotto il reato di immigrazione clandestina

Il Partito Democratico ha ripetutamente posto l’accento sulla gravità della scelta fatta dalla maggioranza che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina ed ha denunciato – ripetutamente – le conseguenze negative di tale scelta.
Oggi ci troviamo, a legge approvata, con esponenti della maggioranza e del Governo che richiamano se stessi alla necessaria attenzione ad alcuni aspetti negativi, tra cui le ricadute del reato di immigrazione clandestina su badanti e collaboratori domestici. Meglio tardi che mai – potremmo dire – se non rischiassimo di accreditare una ulteriore discriminazione.
Premesso, quindi, che una eventuale proposta di regolarizzazione deve riguardare tutte le categorie di lavoratori, è nostro dovere ricordare alla maggioranza che l’unico modo serio di rivedere la legge appena approvata è quello di cancellare il reato di immigrazione clandestina, così come occorre eliminare altre norme, come l’introduzione delle ronde civiche, che non appartengono alla nostra cultura, alla nostra civiltà e non rispondono neanche alle nostre responsabilità internazionali.

giovedì 4 giugno 2009

Intervista all’On. Marco Fedi (PD) su Emigrazione Notizie


2 giugno 2009

L’ultima Assemblea Plenaria del CGIE e il recente dibattito al Senato hanno fornito elementi significativi di chiarimento rispetto all’azione del Governo e alle urgenze degli italiani all’estero. Cosa ne pensa ?

Il CGIE ha un ruolo fondamentale di rappresentanza e di interazione con il Ministero degli Affari esteri e quindi i temi che riguardano da vicino la comunità italiana. La plenaria di metà maggio ha fornito un vero autentico elemento di chiarimento: esiste oggi un divario che non ha eguali nella storia dell’emigrazione italiana nel mondo tra scelte politiche di Governo e maggioranza – contrastate dal Partito Democratico – e le esigenze reali delle nostre comunità e le opportunità, che ancora esistono, per valorizzare il patrimonio di identità, culture, lingue e collegamenti che la presenza italiana nel mondo oggi rappresenta. Esiste una visione miope del mondo degli italiani all’estero, una visione che ci vorrebbe catalogati: da un lato chi oggi conta, mondo economico e finanziario e mondo politico, in cui gli italiani si sono distinti in tutto il mondo, e mondo della tradizionale comunità, che chiede servizi e pensioni, chiede rappresentanza, chiede cittadinanza e diritti di cittadinanza. Questi due mondi, invece, non sono affatto distanti: vivono nelle abitazioni di Brisbane e Adelaide, Buenos Aires, Colonia, Toronto, New York, in cui risiedono i nostri connazionali. Sono nonni, genitori, figli e nipoti, di un mondo che non è residuale o marginale ma interconnesso. Un mondo rispetto al quale si applica il principio della meccanica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. La qualità della reazione la misureremo nei prossimi mesi e anni. Dalla discussione – quella sì assolutamente marginale – delle mozioni al Senato è arrivata la conferma che il Partito Democratico si è impegnato ed è ancora impegnato nel recupero di risorse per i capitoli delle comunità italiane all’estero, mentre maggioranza e Governo non hanno soluzioni, se non delle vere e proprie pezze, e navigano a vista. Oggi chi sente la responsabilità complessiva di questo mondo, anche se è all’opposizione, propone una riflessione. Chissà se maggioranza e governo sapranno cogliere questa opportunità di dialogo.

A suo parere quali prospettive si aprono dopo la conferma dei tagli e dopo l’esito di questa assemblea del CGIE?

Sarebbe utile ripartire da un momento di riflessione comune. Ho presentato questa proposta, prendendo atto del clima politico in cui operiamo e delle difficoltà, alcune delle quali sono reali. Ripartire da una sorta di “summit” che ci consenta di individuare alcune riforme prioritarie sulle quali lavorare, maggioranza ed opposizione. In alcune aree, sono certo, possiamo spendere meglio le poche risorse disponibili. Poi a ciascuno le proprie responsabilità. In altre parole, attorno al CGIE, dovrebbe svilupparsi una comune azione di analisi e discussione politica sulle riforme che oggi manca. Poi è necessario fare uno sforzo comune per reperire risorse sottratte a scuola, assistenza, cultura, rappresentanza.
La maggioranza ha voluto che tutti gli elementi di analisi confluissero sulla “rappresentanza”, quasi a voler dimostrare che una delle ragioni dei tagli è la qualità della nostra rappresentanza oppure per sostenere la tesi che la democrazia rappresentativa non può costarci, in proporzione, più degli investimenti che lo Stato italiano riesce a fare all’estero. Una tesi sbagliata e pericolosa. Sostengo, invece, che la rappresentanza ha un ruolo che va ben oltre gli investimenti di uno Stato e che la democrazia non può mai essere collegata a qualità o quantità di essi. Ecco perchè sarebbe utile riprendere un cammino comune che ci porti anche a rafforzare gli strumenti della rappresentanza.

Rappresentanza: Quale nesso può avere la riforma di CGIE e Comites con la più generale riforma dello Stato in senso federalista e con il fatto che i parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, come gli altri parlamentari, rappresentano la nazione senza vincolo di mandato ?

Vorrei ricordare prima di tutto che sulle riforme istituzionali il PD ha le carte in regola. Nella trascorsa legislatura abbiamo anche votato alla Camera i primi tre articoli di una proposta di riforma che istitutiva il Senato federale e riduceva il numero dei Parlamentari. La discussione si arenò prima della crisi di Governo a causa delle resistenze della Lega Nord, soprattutto sul numero dei Senatori dalle regioni del nord Italia. Oggi il Presidente del Consiglio non ha alcuna credibilità nel lanciare una sfida all’opposizione: ma forse la sfida è alla Lega Nord. E la sfida delle riforme riguarda anche la rappresentanza degli italiani all’estero. Dovremmo guardare al tema della rappresentanza con obiettività. I Comites sono strumenti utili se funzionano, per farli funzionare occorre affidare ai Comitati un ruolo di conoscenza, proposta e verifica ed un vero ruolo politico circoscrizionale. Ecco perchè un empirico ridimensionato nel numero dei Comitati nel mondo non significa assolutamente nulla mentre affidare ai Comitati uno spazio politico di rappresentanza comunitaria è l’unico modo per raffozarli. E il CGIE svolge una funzione di coordinamento “globale”. La rappresentanza parlamentare deve andare distinta da quella comunitaria. Insisto su Comites e Cgie che siano autentici interpreti delle loro comunità, oltre i partiti e le coalizioni. Il livello parlamentare, invece, non può che essere confronto tra i soggetti politici che si candidano alla guida dell’Italia e dell’italianità nel mondo. Per questa ragione sono assolutamente insignificanti e pretestuose le motivazioni secondo le quali l’attuale Governo ritiene che si confondano i ruoli di questi livelli di rappresentanza. Tutti concorrono al progetto per l’Italia nel mondo ma da responsabilità diverse. Noi non possiamo rinunciare al voto all’estero, cioè alla possibilità di esprimere il voto politico in loco. Poi vedremo le modalità, è possibile discuterne proprio nel conteso della riforma. Sostengo ancora che il modello di rappresentanza diretta con l’elezione di residenti all’estero sia “utile” ed interessante. I Parlamentari eletti all’estero rappresentano la nazione, senza vincolo di mandato, ed in questa nazione, ricordiamolo ai disattenti, ci sono anche gli italiani nel mondo che fino a ieri non avevano voce. La politica è anche dare voce a chi non l’ha!

La fase che stiamo attraversando è indubbiamente complicata dall’intensificarsi della crisi economica e sociale. L’Italia è l’unico paese europeo che ha a che fare con 8 milioni di migranti, di cui 4 milioni sono immigrati recenti provenienti per lo più dai paesi del sud del mondo e altri 4 milioni sono gli italiani all’estero diffusi in tanti altri paesi. Insieme fanno il 12-13% della popolazione. C’è un comune denominatore nel modo in cui si affrontano i temi dell’immigrazione e degli italiani all’estero ? E quale sarebbe l’approccio auspicabile e più redditizio per il paese ?

Il comune denominatore in questo momento è purtroppo l’assoluta ignoranza, nel senso che ancora oggi il nostro Paese “ignora”, cioè non conosce ancora, fenomeni come emigrazione e immigrazione che hanno rappresentanto in momenti diversi una parte di storia d’Italia. L’emigrazione, come fenomeno storico, sociale, culturale e politico, è stata ignorata e relegata in una condizione di subordine. L’Italia grande forze economica, Paese del G8, perchè dovrebbe vantarsi di aver dato al mondo tanta italianità quanta ne ha in casa, se non ammettendo che chi emigrava fuggiva dalla povertà ed oggi l’Italia del G8 non è in grado, non solo di tutelare i propri cittadini all’estero, ma anche di investire in cultura e scuola? E perchè oggi dovrebbe valorizzare il percorso inverso, quello dell’immigrazione, quando non è in grado di gestirlo? L’Italia non è l’unico paese che non comprende o gestisce bene l’immigrazione. Il popolo dei “migranti” si scontra ogni giorno con l’ignoranza, il razzismo, la xenofobia, con i pregiudizi, e con una sostanziale insufficienza di strumenti di intervento a livello internazionale e comunitario, soprattutto a livello politico.
Dobbiamo riuscire a cambiare questi elementi negativi. Occorre, si è vero, un approccio comune, globale, internazionale ed europeo, ma occorre soprattutto avere un comune denominatore nella “solidarietà”: in altre parole non può essere mai giusto “gioire” per un respingimento, anche se autorizzato dalla legge. Dobbiamo essere i primi a tutelare i più deboli, a garantire i diritti umani, a rispettare accordi e diritto internazionale. Poi, con tristezza, possiamo anche esser costretti a respingere una imbarcazione non autorizzata ma solo dopo che avremo le condizioni per garantire incolumità, analisi dello status giuridico delle persone, ed una volta che avremo accolto quella umanità che arriva sulle nostre sponde, una volta punto di arrivo e di incontro di genti diverse da noi.
Le politiche di integrazione nascono da questa consapevolezza. Che le persone – tutte – hanno un dono che è la diversità e che questo arricchisce le società aperte in cui viviamo. Le persone, di ogni razza, cultura o religione, contribuiscono a far crescere un Paese, fare in modo che possano mantenere la loro identità consente l’integrazione vera, quella che parte da una posizione di parità non di subalternità, sempre e comunque nel rispetto pieno delle leggi del Paese in cui ci si integra.
Quindi no al reato di clandestinità, no alle ronde civiche, basta con il collegamento tra “immigrazione” e “criminalità”. Occorre però consentire che vi sia un programma di immigrazione che sia calibrato per ciascun Paese e l’Italia deve ancora dotarsene, come deve ancora dotarsi di politiche e di azioni di coordinamento per rendere davvero fruibile il patrimonio di intelligenze e culture che sono rappresentate dagli italiani all’estero e dai nuovi italiani in Italia.

Società aperte o società rinchiuse in se stesse: in che direzione si uscirà dalla crisi ? La risorsa “multiculturalità” non è una delle più importanti e significative in questo tempo globale ?
Di cosa ci sarebbe bisogno per valorizzarla ?

L’uscita dalla crisi economica è una vera sfida. Non si può uscire da questa crisi rinchiudendosi, pensando che il ritorno alle tariffe o ad un mercato del lavoro chiuso o a scelte economiche e finanziarie individuali, possa aiutare a sconfiggere il male oscuro del capitalismo moderno. Abbiamo gli strumenti, conosciamo le cure ed abbiamo i medici in grado di curare il malato, un mondo finanziario senza regole o con regole troppo flessibili o con controllori incapaci di svolgere bene l’azione di controllo democratico. Rimettere al centro le persone, la capacità di produrre benessere per tutti e di investire in attività produttive. Le regole anche qui vanno riscritte insieme. La multiculturalità, la capacità di conoscere altri Paesi, altre lingue, altri mercati, ma anche la capacità in Italia di offrire prodotti sempre più avanzati anche sotto il profilo della cultura e della lingua che li presenta o li spiega, e che quindi anche all’estero trovino mercati pronti a riceverli, questo aspetto “multiculturale” è ampiamente sottovalutato in Italia.
La multiculturalità è un vantaggio, in molte società, il “multi” offre elementi di competitività inaspettati e nuovi. Per valorizzare la multiculturalità occorre comprenderne il valore prima, poi avere politiche che ne consentano l’utilizzo. L’Italia ha ancora molta strada da fare.

On. Marco Fedi

Camera dei Deputati

Segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari

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martedì 19 maggio 2009

Diario triste di una settimana davvero unica

La discussione alla Camera del disegno di legge “sicurezza” e i lavori del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, possono apparire come due eventi lontani nello spazio-tempo di una settimana davvero unica e molto triste: rappresentano invece due lati di una stessa medaglia, che si ricompongono, condannando all’incertezza due mondi che l’Italia, ancora oggi, conosce poco e valorizza ancora meno. La Camera dei Deputati ha approvato – con tre voti di fiducia – un pacchetto “sicurezza” che non ci rende più sicuri mentre condanna all’incertezza il nostro rapporto con i “nuovi italiani” di cui ha parlato il Presidente Napolitano. Una svolta negativa che produce una situazione davvero pericolosa in cui la sicurezza dei cittadini non si ottiene con maggiori risorse alle forze dell’ordine e con un loro più efficace coordinamento, ma istituendo le ronde e introducendo il reato di immigrazione clandestina. È giusto che un Ministro esulti per il respingimento in mare di “persone” non ancora identificate? Non sarebbe ragionevole lavorare per raggiungere accordi con i Paesi da cui partono le imbarcazioni della speranza, anche sulle richieste di asilo? Evitare che da quei porti prendano il largo i “mercanti di persone” e di “speranza”? E nel frattempo, in attesa che l’Unione europea si doti di una politica comune sull’immigrazione, accogliere e identificare le persone che sono intercettate? Non solo per rispondere a un richiamo dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) ma per assumerci le responsabilità che derivano dalla nostra Costituzione, dai trattati internazionali che abbiamo ratificato e dall’essere parte di una comunità di nazioni. Il clima pre-elettorale è utile alla Lega Nord per condizionare il centrodestra su posizioni ancora più estremiste. L’esultanza del Ministro Maroni per i primi respingimenti, cui hanno fatto seguito gli attacchi del Ministro La Russa all’ONU e all’alto commissario per i rifugiati, e la mediazione del Ministro Frattini dimostrano che “falchi” e “colombe” di questa maggioranza sono comunque utili a creare confusione, ad allontanare un serena riflessione sulle scelte di fondo legate all’immigrazione. Legate ai flussi regolari di immigrazione, decisi annualmente dal Governo, che purtroppo diminuiscono. Agli immigrati, che sono più esposti alla crisi economica, e pagheranno un prezzo elevato in termini socio-economici e di integrazione nella realtà di questo Paese.
Legate anche alla necessità di svolgere una valutazione sugli effetti del disegno di legge sicurezza, una volta che il Senato lo approverà e sarà legge dello Stato: perché avremo persone che oggi lavorano e assistono i nostri anziani che a tutti gli effetti commetteranno il reato di “immigrazione clandestina”.
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha svolto una plenaria in cui ha affrontato una discussione complessa. Occorreva riportare la discussione sulla strategia complessiva del nostro Paese nei confronti delle comunità italiane nel mondo e i componenti del Consiglio sono riusciti in questa operazione politica. Contrastare il teorema della residualità e marginalità oggi identificate con Comites e Cgie, organismi di rappresentanza per i quali la maggioranza ha proposto riforme che ne prevedono lo smantellamento.
Dobbiamo riaffermare – come peraltro già fatto in occasione della Conferenza mondiale dei giovani – che Comites e Cgie sono strumenti di partecipazione delle nostre comunità e che non esprimono interessi corporativi, ma rispondono invece a un’esigenza, sempre più sentita, di coordinamento, di proposta unitaria, di comprensione delle realtà in cui vivono i connazionali all’estero e di rafforzamento del livello di rappresentanza parlamentare.
Lo Stato italiano deve garantire diritti e consentire l’assolvimento di doveri: con una rete consolare e servizi efficienti, con la promozione e diffusione di lingua e cultura italiane, con la sicurezza sociale e l’assistenza, con la cooperazione internazionale.
La risposta del Governo non può essere confusa con le “necessità” di una maggioranza che oggi non riesce a vedere oltre l’immediatezza dei tagli e che confonde le riforme su temi fondamentali, come la diffusione della lingua italiana, con una discussione, che dovrebbe riguardare non solo la rappresentanza degli italiani all’estero, ma il futuro assetto di tutto il mondo della rappresentanza. Anche per gli italiani all’estero sarebbero utili, e non è troppo tardi, sia un recupero di risorse sia un sereno confronto sulle priorità. Ecco perché in questo momento le responsabilità del Governo vanno distinte dall’azione della maggioranza.

lunedì 11 maggio 2009

FEDI (PD): uscire dalla crisi ma non ritrovarci, più poveri, davanti alla successiva

Nessuno uscirà da questa crisi indenne, come vi è entrato, ma la sfida politica è non ritrovarci davanti alla prossima come siamo oggi, solo più poveri. Dobbiamo davvero lavorare con coraggio alla riscrittura delle regole globali se vogliamo evitare di sottovalutare quanto sta accadendo e le conseguenze sul nostro domani – come invece fa il Governo italiano. L’idea di un mercato in grado di autoregolarsi è franata e la crisi di oggi rappresenta anche un’opportunità. Ma perché si trasformi davvero in opportunità, occorre reagire. Non serve, come invita a fare il Governo italiano, fingere che la crisi non c’è, raccontare un Paese delle favole – ha dichiarato l’On. Marco Fedi durante i lavori della tavola rotonda su migranti e crisi economica promossa dal Patronato INCA-CGIL.
Non deve sorprenderci se – in conseguenza della crisi economica – la richiesta di servizi, tutela e assistenza rivolta ai Patronati aumenterà. La social card ne è la dimostrazione immediata. Una misura a nostro avviso sbagliata, che abbiamo osteggiato in Parlamento, che ha introdotto una tessera di povertà per il cui ottenimento le procedure sono state lente e burocratiche e che ha trasferito ai Patronati una gran mole di lavoro.
L’indagine promossa dall’INCA ci consegna una prima lettura. Preoccupazione per il futuro, difficoltà crescenti ad arrivare a fine mese, disoccupazione e nuove precarietà in famiglia – per figli e nipoti. In che misura sono prevedibili gli effetti di una crisi economica, conseguenza di una crisi finanziaria internazionale, come quella attuale? Ed in particolare nei confronti dei migranti? E delle comunità italiane nel mondo?
Importante cominciare a capire le conseguenze a lungo termine affinché gli strumenti di intervento, nella forma di scelte politiche e di tutela, possano essere affinati. In questo senso l’indagine IRES va ampliata ed estesa ad altri soggetti e altri Paesi.
Il rapporto con le comunità italiane nel mondo è stato messo in discussione dai tagli della finanziaria del Governo Berlusconi. Nel momento in cui la situazione finanziaria internazionale, le scelte economiche del Governo e le politiche sociali della maggioranza, hanno trasferito sull’economia reale, sulle famiglie e sui soggetti più deboli, il peso della crisi. E non dobbiamo sorprenderci quindi se tra questi soggetti deboli vi sono i pensionati e se – in modo particolare – i pensionati all’estero rischiano di essere colpiti più volte. Colpiti direttamente nei Paesi in cui vivono da una fase recessiva che rischia di essere durissima e molto lunga.
Avevamo indicato – in una serie di incontri con i sindacati pensionati di CGIL, CISL e UIL – questa molteplicità di rischi: il rischio di essere colpiti nel potere di acquisto localmente e dai ritardi in molti Paesi nell’adeguamento delle pensioni al costo della vita.
Colpiti dai mancati adeguamenti di molte prestazioni pensionistiche italiane e di altri Paesi dell’Unione europea, colpiti direttamente dai tagli in finanziaria su importanti capitoli di assistenza e tutela, oltre che per quanto riguarda la rete consolare e l’accesso ai servizi consolari. Colpiti dai ritardi e dall’inefficienza nei rapporti con la pubblica amministrazione dello Stato italiano che potrà solo peggiorare con i tagli introdotti. Colpiti dai ritardi nella ratifica di importanti convenzioni internazionali.
Oggi possiamo dire che gli interventi di molti Paesi – fra cui l’Australia – hanno attenuato l’impatto della crisi, soprattutto sui redditi più bassi e sui pensionati in particolare.
Non solo con l’adeguamento delle pensioni – e certamente non con l’introduzione di una social card tra l’altro non esportabile all’estero – ma grazie ad aumenti esportabili anche all’estero, grazie ad un bonus – erogato anche all’estero – e grazie ad una serie di interventi mirati verso le fasce sociali più deboli. Lo stesso non può dirsi per l’Italia!
Gli immigrati in Italia sono colpiti nella stessa misura e in più sono oggi al centro di un’offensiva politico-culturale che non ha eguali e precedenti nella storia del nostro Paese. Un attacco ai più deboli e a chi pagherà prima e in modo più severo il peso della crisi. Un attacco che parte dall’emergenza costruita ad arte per arrivare alle proposte di legge che mettono insieme immigrazione e sicurezza. In vista delle elezioni europee dovremmo parlare anche di un progetto nuovo per l’Europa che riguardi i flussi migratori, i processi di integrazione, le scelte politiche per la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.
In un’Europa più aperta. Che sappia governare e integrare nella propria realtà economica e civile i flussi dell’immigrazione, senza reprimerla in maniera anacronistica e xenofoba come fa l’Italia di Berlusconi e Maroni. Qualche segnale di buon senso, purtroppo fuori dall’Italia, si è già visto. L’impegno è di metterci più coraggio: cambiare il modello economico e culturale per non tornare a sbagliare.

mercoledì 6 maggio 2009

Il problema vero è il reato di immigrazione clandestina

Il problema vero è il reato di immigrazione clandestina. Il PD lo sostiene da molto tempo. Dall’inserimento iniziale nel pacchetto sicurezza della previsione della reclusione. Dal momento in cui il Senato ha approvato il disegno di legge sicurezza. Fino ad oggi in cui è prevista una sanzione amministrativa.
Le modifiche apportate non sono sufficienti. Occorre cancellare il reato di immigrazione clandestina dal provvedimento, così come dobbiamo opporci alle ronde civiche ed alle altre norme che non appartengono alla nostra cultura, alla nostra civiltà e non rispondono neanche alle nostre responsabilità internazionali.
Il Governo Rudd in Australia ha introdotto modifiche importanti al proprio pacchetto “immigrazione”. Modifiche che consentono la detenzione nei centri di accoglienza degli “overstayers” solo se si tratta di criminali o se già in precedenza erano stati invitati ad allontanarsi dal Paese. Già lo scorso anno la detenzione obbligatoria era stata cancellata.
In Italia la situazione è diversa, il controllo del territorio è più complesso e gli arrivi sono numericamente superiori ma tutto ciò non deve impedirci di affrontare il problema e di trovare soluzioni – anche con gli altri Paesi dell’Unione Europea – che rimangano nella sfera della immigrazione, e non invece trasferiti sul piano della sicurezza.

lunedì 4 maggio 2009

Sicurezza: nulla si distrugge tutto si trasforma

“Questo non è il primo e non sarà, ahimè, l’ultimo, dei provvedimenti targati sicurezza a cui maggioranza e Governo stanno cercando di abituare il Paese. È possibile parlare delle norme contenute in questo provvedimento entrando unicamente nel merito delle stesse ed eliminando ogni considerazione di carattere etico, morale, valoriale? “Non è possibile, poiché dobbiamo affermare – oggi, con chiarezza, da questa parte politica – che in un frenetico scomporre e ricomporre le norme, in questo provvedimento ancora prevalgono logiche che sono distanti da una visione del mondo che avvicini le distanze, le culture, le lingue, le religioni, che punti all’integrazione dei migranti, che favorisca una nuova cultura dell’accoglienza”. “Perché su questi temi si misurano oggi nel mondo – non solo in Italia – le capacità del nostro sistema globale, fatto prevalentemente di interessi economici, di rispondere anche alle aspirazioni di vita di una umanità in movimento. Lo ha raccontato bene la storia dell’emigrazione italiana nel mondo. Essa è stata capace di rendere il meglio, in termini di integrazione economica, sociale e culturale quando ha incontrato politiche di integrazione. Nei momenti di razzismo e di xenofobia, che nascevano da politiche discriminatorie e da crisi economiche, le nostre comunità nel mondo hanno subito le contraddizioni di sistemi economici che – quando in crisi – penalizzavano sempre i più deboli, cioè i migranti. Quando in crescita non riconoscevano a sufficienza l’apporto degli immigrati. Di sistemi sociali e culturali che – quando in crisi – confondevano i temi della sicurezza e dell’immigrazione. “Di sistemi che quando in crisi – come sta avvenendo in tanti Paesi – riducono i flussi migratori, limitano l’accesso a tanti diritti, introducono inutili balzelli” – ha rilevato l’On. Marco Fedi in concomitanza con la discussione generale sul disegno di legge "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica" (approvato dal Senato) (A.C. 2180-A).

“In questi mesi abbiamo avuto norme stralciate dal decreto sicurezza e inserite in questo disegno di legge, come la norma sulle associazioni di cittadini o ronde civiche”. “Abbiamo avuto norme eliminate dal disegno di legge, come quelle che imponevano ai medici la denuncia degli immigrati non in regola con il permesso di soggiorno”. “Abbiamo avuto norme che prevedevano il reato di immigrazione clandestina, poi modificate”. “Abbiamo avuto norme bocciate nel decreto sicurezza e riapparse nel disegno di legge, come quella che prolungava il periodo di detenzione nei centri di accoglienza”. “Rimane una grande questione aperta, politica, ma anche intrinsecamente legata al nostro sistema di valori: è ragionevole pensare di intervenire con un singolo provvedimento su questi temi?”. “Misure per contrastare l’immigrazione clandestina, con norme di carattere amministrativo che introducono balzelli per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno”. “Misure per contrastare la criminalità, confuse con norme per allungare i tempi di permanenza nei centri di detenzione”. “Non è solo una questione di metodo”.
“È una questione politica”. “L’emergenza che la maggioranza evoca ogni giorno confonde materie tra loro diverse, confonde cause ed effetti, dati reali e fatti di cronaca”. “Soprattutto, e questo è il danno più grave, allontana la possibilità di un autentico e mirato dibattito sui contenuti che andrebbero discussi con maggiore serenità, senza vincoli di emergenza ed ancorando la discussione a punti fermi del nostro panorama politico” – ha concluso l’On. Fedi.

mercoledì 1 aprile 2009

FEDI (PD) INTERVIENE ALLA CAMERA: “NO AL DECRETO SICUREZZA”

“Il nostro no a questo decreto – ha spiegato l'On. Fedi (PD), intervenendo il 30 marzo alla Camera dei Deputati per motivare il voto contrario al dl sicurezza – è legato a valutazioni di merito e a una valutazione politica sull’insieme delle norme presentate in materia di sicurezza. Non è un no – ha continuato l'On. Fedi – alle norme contro la violenza sessuale, o contro gli atti persecutori, su cui stavamo lavorando per avere maggiore severità, per la repressione, per avere servizi e informazione per i cittadini e per le vittime. Non è un no al Parlamento che avrebbe potuto approvare una legge su questi temi con rapidità e razionalità di materia. È un no all’arroganza di una maggioranza che condanna se stessa alla solitudine. Perché il Paese non vi seguirà più sulla strada dell’emergenza, nel vicolo cieco della xenofobia e della riduzione delle libertà civili”, è stata la conclusione del discorso del parlamentare eletto all'estero.
L'On. Fedi aveva iniziato il suo intervento a partire dalla parole di Berlusconi sulla libertà, pronunciate durante il congresso del partito del premier, osservando tuttavia che “per questa maggioranza 'libertà' significa abbassare l’asticella su tutte le regole, militarizzare il territorio e le nostre città mentre si riducono le risorse per l’unica vera lotta alla criminalità, quella condotta dalle Forze dell’ordine, criminalizzare i diversi, gli immigrati e le minoranze, allontanando i processi d’integrazione. Per questa maggioranza libertà significa limitare il diritto di professare la propria religione – spesso sono state evocate e proposte norme restrittive in tal senso”.
“Avete proposto – ha continuato l'On. Fedi – il permesso di soggiorno a punti e l’introduzione di un esorbitante costo amministrativo per il suo rilascio e rinnovo. Il reato di clandestinità, che rischia di aggravare la situazione, senza dare risposta alle motivazioni che portano l’immigrazione irregolare nel nostro Paese: una risposta che richiede coordinamento a livello Europeo e il giusto equilibrio tra i temi della sicurezza e quelli dell’immigrazione”.
Il parlamentare eletto all'estero ha continuato il suo intervento ricordando “le impronte digitali ai bambini Rom e le classi separate per i figli degli immigrati. Questo è stato il modello di libertà e di integrazione che ci ha proposto la maggioranza! Non mi ha sorpreso – continua l'On. Fedi – che Parlamentari del PdL abbiano sentito il bisogno di esprimere chiaramente la loro preoccupazione per una serie di proposte che mettono in discussione valori e principi ben radicati nella nostra Costituzione”.
L'On. Fedi ha spiegato che le soluzioni proposte “oltre a chiari profili di incostituzionalità, confondono materie tra loro diverse, confondono cause ed effetti, dati reali e fatti di cronaca”. Ciò è da attribuirsi al fatto che il Governo e la maggioranza evocano ogni giorno “l'emergenza non solo nella comunicazione mediatica e nell’azione politica, ma anche negli atti Parlamentari”, con “conseguenze molto negative sulla capacità del nostro Paese di affrontare con razionalità le sfide che abbiamo davanti”.
Il deputato del PD ha quindi lamentato la “delegittimazione del Parlamento”, tramite l'ennesimo provvedimento di urgenza qual è il decreto, su un tema delicato come quello del “contrasto alla violenza sessuale e agli atti persecutori”, ed in particolare sullo stalking. Argomenti sui quali anche l'opposizione si era dimostrata convergente con la maggioranza, esigendo più attenzione ai “centri di assistenza, informazione, formazione del personale, mezzi e risorse per le forze dell’ordine a cui affidare la repressione, la lotta e la prevenzione di questi reati”.
Molti gli accenni nel discorso del parlamentare eletto all'estero alle ronde, ritenute sbagliate perché “rappresentano una pericolosa delega ai privati della gestione di un pezzo di sicurezza pubblica, il primo passo per la legalizzazione della giustizia fai-da-te”. Inoltre, il loro inquadramento normativo all'interno del DL risulta – secondo l'On. Fedi – molto spesso in contraddizione con il dettato costituzionale. Infine, esse presentano vari problemi di natura concreta: il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata, la strumentalità dell'apertura concessa ai finanziamenti privati, e la sovrapposizione con l'operato delle forze dell'ordine. A queste ultime, invece sono stati tagliati i fondi per il 2009, ha notato polemicamente il deputato del PD.
“Ecco perché la scelta delle ronde è sbagliata: illudere i cittadini che il controllo del territorio possa essere gestito da loro formazioni, è offensivo”. “I sindacati di polizia in primo luogo, ma i cittadini di ogni ordine e grado vi dicono che le ronde non aumentano neanche la percezione della sicurezza, eppure insistete”. “All’estero l’Italia è sempre più guardata, anche da chi vorrebbe visitarla solo per turismo, come un Paese ben strano, nel mezzo di un’emergenza che non c’è, fomentata dal Governo” – ha concluso l’On. Fedi.

FEDI (PD): “LA NUOVA TRAGEDIA DEI MIGRANTI CI RIPORTA ALLA REALTÀ”

“Di fronte a tragedie di questo genere non c'è spazio per la speculazione politica, ma bisogna soltanto augurarsi che ogni vita umana possa essere messa in salvo al più presto”. E' quanto afferma l'On. Marco Fedi (PD) in merito al naufragio di quattro imbarcazioni di boat people al largo della Libia, che secondo le prime informazioni dell'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni avrebbe causato già almeno 300 dispersi e 21 decessi accertati. “Tuttavia, non posso non notare mio malgrado – continua il parlamentare eletto all'estero – che c'è chi, come il Ministro dell'Interno Maroni, ha la boria di affermare, di fronte alla ripresa massiccia del fenomeno e all'emergenza vissuta dall'isola di Lampedusa, che gli sbarchi 'termineranno il 15 maggio prossimo', con l'entrate in vigore del protocollo con la Libia. Piuttosto che indicare date risolutive con sprezzo della realtà – suggerisce l'On. Fedi – sarebbe il caso che il Governo non continuasse a mettere in discussione, ogni giorno che passa, il dovere di aiuto e di accoglienza verso che chi guarda a noi con sentimenti di speranza e di bisogno.
Lo sgomento per tragedie di vite innocenti come questa odierna – continua l'On. Fedi – non può non portarmi alla memoria la nostra storia nazionale di emigrazione nel mondo, convincendomi sempre di più che una soluzione del problema dei flussi condivisa e cooperativa con i Paesi di partenza non debba rimane uno slogan e che la nostra Italia, al contempo, non debba perdere il suo volto civile e solidale verso chi le chiede aiuto”, conclude il deputato del PD.

mercoledì 11 febbraio 2009

Il tradimento di Ippocrate e la “cattiveria” con i clandestini

“Cattivi con i clandestini”: ecco la promessa, la minaccia la volontà fatta parola del ministro degli Interni Roberto Maroni. Già a metà novembre ebbi modo di dire che il decreto sicurezza reprime le potenzialità dell’immigrazione. Contribuisce a percepire l’immigrazione come “problema” anziché come risorsa, contribuisce a vedere i processi di integrazione come “secondari” rispetto alla repressione, confonde le scelte politiche su flussi e regole con la sacrosanta lotta alla criminalità ed alla clandestinità – che nessuno vuole promuovere ma che occorre contrastare con umanità e senso di responsabilità. Confonde gli immigrati regolari con i “clandestini”: per tutti vi sarebbe comunque un orizzonte fatto di marginalità e diritti dimezzati, se non cancellati, ed una cittadinanza italiana, lontanissima nel tempo, ma anche questa di serie B.
Da novembre è cambiato davvero poco. Siamo arrivati alla “cattiveria” di Stato con una cattiva legge che tra poche settimane arriverà alla Camera.
Cattiveria che si è tradotta in un deprecabile emendamento leghista passato al Senato nell’ambito del pacchetto sicurezza: quello che obbliga i medici a denunciare i propri pazienti immigrati non in regola con i documenti.
“Vergognoso, razzista, inaccettabile” sono state le parole del segretario del Pd. “L'idea di creare le condizioni per le quali le persone che sono ammalate abbiano paura di farsi curare è un'idea inumana”, ha giustamente osservato Veltroni.A nulla sono valse le proteste di medici e infermieri, sindacati, associazioni umanitarie e opposizione. Al di là degli scopi persecutori, che violano qualsivoglia valore solidale e gettano alle ortiche la deontologia professionale di chi ha compiuto il giuramento di Ippocrate (e la stessa Costituzione), il provvedimento populista e xenofobo della Lega è rischioso anche per ragioni di salute pubblica. Potrebbe infatti accadere che, per timore di essere denunciati e di finire arrestati, dei clandestini non si sottopongano alle cure mediche e diffondano così malattie virali.

mercoledì 14 gennaio 2009

L’On. Marco Fedi sul decreto anti-crisi

“Credo sia un errore adottare una strategia da “rinuncia preventiva” per cui prima ancora di affrontare nel merito le misure previste dai provvedimenti all’esame si rinuncia al confronto con le ragioni dell’opposizione. Si cerca di evitare il confronto in aula ad ogni costo. La fiducia sul provvedimento anti-crisi, anche con la forte riduzione degli emendamenti presentati dal gruppo del PD, può essere evitata. Perdere occasioni per riforme o per un provvedimenti le cui finalità sono condivise, è una “rinuncia preventiva” agli spazi di dialogo auspicati dallo stesso Capo dello Stato. È evidente che la nostra contrarietà alla impostazione complessiva del provvedimento rimane” – ha sottolineato l’On. Fedi.
“Si tratta di un provvedimento che ha l’aspirazione di contrastare la crisi economica definendo un “piano strategico nazionale” a sostegno delle famiglie, dell’occupazione e delle imprese. Invece contiene misure che non sono interventi strutturali, che sono largamente insufficienti e che trasformano l’assistenzialismo in “intervento per i poveri”. Non solo. Il tentativo di inserire in questo provvedimento il pagamento di una tassa di 50 euro per il rinnovo del permesso di soggiorno per gli immigrati regolarmente residenti in Italia e della fideiussione di 10.000 euro per le attività imprenditoriali è la dimostrazione di come si cerchi di “confondere” natura e merito dei provvedimenti. Quale altra lettura se non la continuazione della doppia azione: utilizzare la logica della paura per mascherare l’inefficacia dell’azione del Governo, utilizzare la logica delle emergenze per giustificare gli errori della maggioranza, da Alitalia, alla scuola e all’università fino alle misure sulla giustizia ed ora sulle misure anti-crisi” – ha dichiarato Fedi intervenendo in aula in sede di discussione generale sul provvedimento.
“Il bonus di 1000 euro è ad esempio un solitario intervento – profondamente assistenzialista – che non darà prospettive continuative per il rilancio dell’economia italiana. Lo stesso vale per la social card, la carta acquisti. Anche rispetto a questa misura, che riteniamo sbagliata, il Governo sta creando le condizioni per un sua “oggettiva” collocazione tra misure assistenziali, non all’altezza di una seria politica di contrasto alla povertà che deve partire dai diritti di cittadinanza che ci appartengono perché garantiti dalla Costituzione. Ed abbiamo già oggi denunce di ritardi, inefficienze, complicazioni amministrative, mancanza di chiarezza e di informazione”.
“Infine la questione delle detrazioni per carichi di famiglia e la definitiva estensione di questa misura, introdotta dal Governo Prodi, ai cittadini italiani residenti all’estero. Un nostro emendamento in tal senso è stato presentato in Commissione bilancio. Attendiamo di capire dalla maggioranza – con o senza voto di fiducia – come intende dare risposta a questo tema sollevato innumerevoli volte da esponenti dell’opposizione e della stessa maggioranza. In ogni caso – conclude l’On. Fedi – l’eventuale proroga di un anno ci impone di continuare a lavorare insieme per raggiungere l’obiettivo della definitiva estensione delle detrazioni per carichi di famiglia ai residenti all’estero”.

venerdì 14 novembre 2008


Perché reprimere le potenzialità dell’immigrazione regolare?

E’ in discussione in queste ore al Senato il ddl “Sicurezza” approvato mercoledì scorso in Commissione Sicurezza e Affari Costituzionali alla Camera. Rispetto al già restrittivo disegno di legge 733, si aggiungono ora una serie di emendamenti, prevalentemente leghisti, che contengono propositi a dir poco xenofobi e che ci auguriamo – se c’è ancora qualche persona responsabile nella maggioranza – non vengano approvati. Facciamo alcuni esempi.
Si conferiscono maggiori poteri agli Enti locali per “avvalersi di associazioni di cittadini per segnalare eventi a danno della sicurezza e cooperare al presidio del territorio”: in altre parole, si legittimano le ronde padane e simili, prefigurando un futuro nel quale esse saranno tranquille anche se agiranno abusi contro i presunti individui pericolosi. Magari verranno anche finanziate da qualche Comune, indebolendo tra l’altro il ruolo dei corpi preposti alla pubblica sicurezza.
Si propone di denunciare i senzacasa in un apposito registro a cura del Viminale. Di espellere entro 5 giorni e con una multa fino a 10mila euro (come la pagheranno?) i clandestini. I quali non potranno neanche sposarsi, secondo un emendamento che vuole vietare i matrimoni a chi non ha il permesso di soggiorno. Quest’ultimo a sua volta diventerà più difficile da ottenere sia in termini di burocrazia (soprattutto garanzie sul domicilio e severi test di lingua, anche per gli studenti) che di costi (tra tutte le pratiche si arriva a circa 200 euro).
I campi rom – chiede un altro emendamento - saranno ospitati dai Comuni solo dopo un referendum cittadino: è facile immaginare, con tutta la disinformazione sul tema che ci è valsa un richiamo ufficiale dell’Europa, che nessuno accoglierà neanche nella peggiore periferia questi campi, in un rimpallo continuo di responsabilità. Ma soprattutto: quale Comune vorrà spendere soldi per fare un referendum sul tema?
La Lega Nord ha poi dato il peggio presentando emendamenti come i seguenti, che si commentano da soli. Blocco dei flussi di ingresso per 2 anni. Pagamento delle prestazioni sanitarie pubbliche (quindi anche l'accesso al pronto soccorso) per gli immigrati irregolari. Per i medici obbligo di segnalazione degli irregolari. Per accedere agli alloggi pubblici, cioè alle case popolari, occorrano almeno 10 anni di residenza in Italia. E, ancora, la proposta di stop ai ricongiungimenti familiari per procura e il divieto di girare nei luoghi pubblici a volto coperto in modo che la persona sia sempre riconoscibile (su questo il Carroccio chiede che venga applicata in maniera più rigorosa la norma già esistente).
Viene proposto infine anche il permesso di soggiorno a punti, del quale avevo già parlato con amarezza. “Contestualmente alla presentazione della domanda per il permesso di soggiorno”, dice il testo, bisogna sottoscrivere un “accordo di integrazione articolato per crediti”, il quale prevede il certificato di conoscenza dell’italiano, l’adesione alla “Carta dei valori della cittadinanza italiana”, le “conoscenze basilari del sistema giuridico”, l’attestato di frequenza ad un corso di “integrazione sociale e culturale”, e la dimostrazione di “un livello adeguato di partecipazione economica e sociale alla vita della comunità”. Insomma, una specie di patente a punti, decurtabili a chi commette illeciti amministrativi (come le multe) o tributari (come le tasse).
Quello dell’integrazione diventa sempre più un percorso a ostacoli, figlio di un contesto culturale in cui lo straniero è un diverso da allontanare dalla vista, ma che va bene finché bada ai nostri anziani o coltiva i nostri campi clandestinamente.
Reprimere le potenzialità dell’immigrazione regolare è un errore. Il PdL dovrebbe riflettere sulle ragioni politiche che spingono la Lega ad elevare l’asticella su questi temi in questo momento. Dopo il trattato di Lisbona, immigrati e politiche d‘integrazione si trasformeranno in merce di scambio per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea? Scelta questa importante, che sostengo, ma che deve essere autentico atto di politica internazionale.
Mentre gli Usa eleggono presidente un cittadino multietnico come Obama, noi reprimiamo le potenzialità dell’immigrazione regolare. Non possiamo continuare su questa strada, lo credo fermamente. Per questo ho presentato una proposta di legge in controtendenza, volta a istituire il Consiglio nazionale per l’Integrazione e la Multiculturalità. Un organismo che promuova, coordini e monitori le politiche dell’integrazione sociale e culturale degli immigrati in Italia, sia a livello periferico che centrale, attraverso il contributo plurale di operatori del settore, organizzazioni di immigrati, associazioni delle categorie produttive e pubblica amministrazione. Visti i tempi la strada sarà dura, ma potrebbe diventare anche una partecipata battaglia di civiltà.


La maggioranza boccia tutti gli emendamenti del PD e… ritira l’unico emendamento sui carichi di famiglia

Davvero l’avremmo votato l’emendamento presentato dai deputati eletti all’estero del PdL. Avremmo aggiunto la nostra firma ed avremmo potuto votarlo insieme. Le cose sono andate in modo diverso. Dopo aver bocciato tutti gli emendamenti presentati dal PD su scuola, assistenza, Comites, CGIE, cultura, la maggioranza ha ritirato l’unico emendamento concernente le detrazioni per carichi di famiglia che avrebbe esteso questa detrazione per chi risiede all’estero e produce reddito soggetto ad imposizione fiscale in Italia. Avremmo dimostrato per una volta un atteggiamento bipartisan su un tema importante per chi vive all’estero, nonostante la nostra richiesta di rendere permanente questa detrazione per i residenti all’estero attraverso la presentazione di un emendamento dichiarato inammissibile per carenza di copertura finanziaria. Il Governo ha assunto un generico impegno a risolvere – ma non sappiamo in che modo – la questione delle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero. Di impegni questo Governo ne ha assunti tanti e su tanti temi, anche in questa finanziaria. Il Governo ha già accolto numerosi ordini del giorno su questo aspetto specifico ed ancora non accade nulla. Nel frattempo la scadenza del 2009 si avvicina – ricordiamo infatti che le detrazioni per carichi di famiglia, introdotte dal Governo Prodi anche per i residenti all’estero, furono introdotte per il triennio 2007-2009.

venerdì 7 novembre 2008

Presentata la proposta di legge per istituire il Consiglio Nazionale per l'Integrazione e il Multiculturalismo

Nei giorni scorsi l’On. Marco Fedi, deputato del Partito Democratico eletto nella circoscrizione estero, ha presentato, insieme all’On. Gino Bucchino, una proposta di legge volta a istituire il Consiglio Nazionale per l’Integrazione e il Multiculturalismo (CNIM).
Il Consiglio Nazionale per l’Integrazione e il Multiculturalismo, ispirandosi ad analoghe strutture esistenti in molti Paesi europei e occidentali, è pensato come un organismo di coordinamento e di monitoraggio del fenomeno dell’integrazione sociale e civile dei cittadini immigrati e dello stato della diversità culturale nel nostro Paese. Esso è composto di trenta membri più un presidente che provengono dai vari livelli della pubblica amministrazione, dalle associazioni riconosciute degli immigrati e dalle organizzazioni sociali più rappresentative che operano per l’integrazione, tra cui anche sindacati e sigle imprenditoriali.
Il CNIM ha tra le sue funzioni quella di recepire informazioni sui programmi e le attività svolte dalla pubblica amministrazione e dalle organizzazioni operanti nel settore dell’integrazione, formulando quindi proposte concrete di intervento e di coordinamento della governance dell’immigrazione. “Abbiamo riscontrato – afferma l’On. Fedi – che l’Italia soffre di una forte mancanza di omogeneità e di confronto reale tra le varie strutture che lavorano per l’integrazione dei soggetti immigrati, sia a livello centrale che periferico. Un organismo che nasce per garantire questo coordinamento , fondandosi sull’ascolto dei problemi e dei suggerimenti posti dai soggetti operanti sul territorio, è quindi uno strumento per ridurre gli sprechi e per ottimizzare le risorse, al fine di favorire un virtuoso processo integrativo”.
Nell’ottica di facilitare la convivenza tra i soggetti immigrati e la società che li ospita e di tutelare e promuovere la diversità culturale, il CNIM esprime pareri e osservazioni su richiesta del Parlamento o di propria iniziativa, contribuendo all’ elaborazione della legislazione. Inoltre, Il Consiglio si dota di un proprio Osservatorio che redige ogni anno un rapporto nazionale, oltre a specifici studi e analisi in materia di integrazione e multiculturalismo. Quest’ultimo tema è ancora poco sentito in Italia, secondo il parlamentare del PD: “gli episodi di razzismo che hanno incontrato l’attenzione di molti osservatori e media italiani e stranieri, e non ultimo l’invito del Presidente della Camera Fini a lavorare perché non si ripetano, sono a nostro parere il frutto di una mancanza di confronto e di conoscenza tra le culture dei vari gruppi etnici che partecipano ormai stabilmente alla vita del nostro Paese. Anche per questa ragione – continua il deputato eletto all’estero – occorre un organismo istituzionale che implementi il dibattito pubblico sul tema”.
Fedi auspica infine che un organismo come il CNIM possa vedere la luce in tempi brevi perché “in Italia c’è necessità urgente di un intervento serio, capillare e strutturale per favorire l’integrazione sociale, la partecipazione civile e il confronto culturale tra gli italiani autoctoni e i nuovi italiani. Il CNIM – conclude – è una struttura leggera in grado di farlo, per l’elasticità della sua composizione, per le sue autonome capacità di studio e per la sua proiezione decisionale”.

giovedì 25 settembre 2008

La virgola

Preoccupante il moltiplicarsi degli episodi di razzismo, xenofobia e violenza

Due settimane fa a Milano è stato ucciso un cittadino italiano di colore, Abdul William Guibre. Un padre e un figlio l’hanno finito a sprangate al grido di “sporco negro” perché forse avrebbe rubato dal loro bar un pacchetto di biscotti.
In un delirio auto-assolutorio il governo e i principali media hanno parlato di un episodio isolato e hanno assicurato che la società italiana è immune dal razzismo. Come a dire: la xenofobia non c’entra, ma solo il bisogno di sicurezza, spinto fino al paradosso dell’illegalità di farsi giustizia da soli, in modo bestiale. Mi sembra che siamo all’ipocrisia conclamata. Alla menzogna reiterata che vuole giungere a sostituirsi alla realtà dei fatti per ragioni strumentali e ciniche di interesse politico.
Se sfogliassimo insieme i giornali degli ultimi mesi, troveremmo una serie raccapricciante di “episodi isolati”. Rimaniamo ai fatti principali, quelli che la stampa non ignora.

Il 13 maggio 2008 il campo rom di Ponticelli è stato incendiato dalla popolazione del quartiere, sull'onda della falsa informazione che una zingarella avrebbe tentato di rapire una bambina.
Il 24 maggio 2008, a Roma nel quartiere Pigneto, un negozio gestito da residenti bengalesi e pakistani è stato devastato a mazzate da un commando di italiani con il sostegno di alcuni residenti che applaudivano.
Il 20 agosto 2008 Assunçao Bonvindo Mutemba, giovane angolano di 24 anni, è stato picchiato a sangue all'uscita di una discoteca genovese con la sola giustificazione che egli aveva la pelle nera.

Questi i fatti più gravi di razzismo etnico, a cui potremmo aggiungere le ronde dei residenti italiani in alcune città, rivolte contro immigrati e prostitute, con la complicità spesso dei governi locali.
Oppure gli episodi di intolleranza contro gli omosessuali culminati nella devastazione di un circolo gay della capitale. Oppure l’assassinio da parte di giovani neofascisti di Nicola Tommasoli, la notte del 1° maggio 2008, picchiato a morte per il suo aspetto (aveva i “capelli lunghi”).
Come per Abdul William Guibre, anche nel caso di Nicola, si è parlato di una rissa per futili motivi e non di un’aggressione, e la derubricazione mediatica (sarebbe più grave bruciare delle bandiere in una manifestazione) arrivò allora dal presidente della Camera Fini – oggi riscopertosi antifascista dopo che i suoi colonnelli Alemanno e La Russa lo avevano messo in imbarazzo lodando il ventennio mussoliniano e le truppe di Salò affiliate alle SS.
È allora giunto il momento di fermarci a riflettere, mettendo da parte gli istinti e mantenendo salda l’indignazione.
Non è più possibile continuare – come hanno fatto le forze delle destra oggi al governo – a sfruttare cinicamente il tema della tutela sacrosanta della sicurezza dei cittadini come maglio per ottenere consenso e infangare l’avversario politico. Infatti, si è venuto a sviluppare una pericolosa equazione tra devianza sociale e differenza etnica e non solo (ancor più che immigrazione). Questo clima, assecondato dalla grande stampa, ha sballato le percezioni dell’insicurezza nei cittadini, facendo loro perdere di vista il fatto che in Italia i reati penali sono statisticamente meno che nel resto dell’Occidente. Ma soprattutto ciò ha condotto a un’atmosfera malata di razzismo e diffidenza, che ha costituito l’alibi per quei criminali – questi sì – che hanno fatto ricorso alla violenza per farsi giustizia fuori dalla legge e dalle istituzioni democratiche.
È urgente spezzare questa spirale. L’appello è al governo e ai media perché facciano un passo indietro. E a noi tutti, a mobilitarci per un Paese più civile.
Per una vera politica dell’integrazione

Le cronache di tutti i giorni ci parlano con grande insistenza di casi e situazioni che riguardano i problemi legati alle migrazioni e alla presenza di persone straniere all’interno delle nostre comunità. In genere, soprattutto per una colpevole responsabilità della politica e dei media, accade che gli stranieri facciano notizia o siano usati come argomento del dibattito pubblico solo per comportamenti di devianza sociale. Si è istituito un perfido binomio che lega il tema dell’insicurezza sociale a quello dell’immigrazione, non badando neanche alla verifica dei dati statistici e non distinguendo mai tra regolari e clandestini, come anche sulle ragioni spesso ingiuste o involontarie per cui molti si trovano a essere sans papier.
Questo atteggiamento, talvolta studiato strumentalmente, finisce tuttavia per mettere nell’ombra un intero universo di singoli individui o di intere famiglie che vengono nei nostri Paesi per vivere, lavorare, studiare onestamente, producendo benessere materiale e arricchendo il nostro paesaggio culturale. Anzi, mi sento di dire che questi ultimi – come è accaduto per gli italiani emigrati nel Novecento – sono la maggioranza, se non la quasi totalità, degli immigrati.
Nonostante ciò, una volta rotto il binomio di cui parlavo, occorre comunque non eludere il tema dell’integrazione sociale degli immigrati. Infatti, anche in presenza di comportamenti del tutto regolari e leciti, gli immigrati – chiunque essi siano, da qualsiasi Paese provengano – incontrano degli inevitabili problemi nell’adattarsi al nuovo ambiente di vita. Hanno spesso lacune di natura linguistica, hanno difficoltà a trovare o a regolarizzare la loro posizione lavorativa, devono risolvere la questione abitativa, talvolta hanno problemi di salute che nei loro luoghi di origine non hanno curato, e a prescindere da tutti questi disagi materiali riscontrano spesso dei conflitti culturali legati a usi, tradizioni, religioni diverse.
Ora, le migrazioni ci sono sempre state nella storia dell’umanità. Oggi viviamo nella cosiddetta epoca della globalizzazione, per cui si dice che il mondo è diventato sempre più piccolo ed è facilissimo spostarsi rispetto al passato. Per di più, questa nostra fase storica ha conosciuto un aumento delle disuguaglianze economico-sociali nel mondo che ha ulteriormente incentivato le migrazioni. Non possiamo quindi eludere questo tema facendo finta che non esista o peggio alzando barriere sempre più elevate che chiuderanno noi in un fortino fino a quando qualche disperato non riuscirà a entrarci lo stesso.
È quindi un compito dei Paesi che accolgono questa emigrazione, quello di lavorare al meglio perché ci sia reale integrazione. E non solo per ragioni etiche e solidaristiche, ma appunto perché lungimiranza vuole che si faccia un investimento su dei potenziali nuovi cittadini in grado di dare il loro contributo alla crescita delle nostre società.
Alla luce di queste riflessioni, ho da tempo maturato un profondo interesse per le politiche dell’integrazione. Voglio essere sincero: questo interesse è cresciuto in maniera proporzionale a un clima di intolleranza e di xenofobia che è purtroppo il peggiore dei vincoli a ogni seria politica integrativa. Ma non possiamo arrenderci. Oltre a contrastare sul piano informativo e culturale tendenze così deleterie, purtroppo spesso coccolate dalle destre di governo, dobbiamo continuare a impegnarci perché alcune conquiste si realizzino anche sul piano pragmatico e legislativo. Mi limiterò ad alcune proposte.
La prima evidenza è che nessuna governance dell’immigrazione è possibile in assenza di risorse economiche. A tal proposito, anziché distrarre fondi nello sforzo demagogico di reprimere l’immigrazione costruendo sempre più centri di permanenza temporanea e spendendo sempre di più per voli di espulsione, si dovrebbe invece regolare a monte il regime dei flussi aumentando gli accordi di collaborazione con i Paesi da cui partono i cosiddetti “viaggi della speranza”, tante volte finiti in tragedia. Sono stati i governi di centrosinistra i primi a sperimentare con successo tale soluzione con l’Albania, sul finire degli anni novanta. E se oggi darà frutto l’accordo con la Libia non sarà merito di Berlusconi, ma del lungo percorso diplomatico che l’attuale premier ha ereditato dal governo Prodi che lo ha preceduto. La cooperazione deve essere inoltre intrecciata tra tutti i Paesi dell’Unione europea, sia quelli mediterranei che sono il primo punto di approdo che quelli continentali e nordici dove arrivano molti dei migranti. Occorrono politiche comuni non solo e non tanto nell’ambito repressivo del fenomeno, ma anche in quello gestionale e integrativo. Non si comprende infatti perché l’Italia dell’attuale governo non voglia equipararsi agli standard di intervento sociale sviluppati da molti altri Paesi europei di più lunga tradizione nell’accogliere l’immigrazione, come Germania, Francia o Gran Bretagna, ma anche le realtà scandinave.
Liberare risorse economiche dalla repressione e dall’espulsione di massa vorrebbe dire la possibilità di assicurare servizi di prima accoglienza come la tutela sanitaria minima, la consulenza nella ricerca dell’alloggio e del lavoro (per evitare la caduta nel sommerso o nella criminalità), il supporto linguistico, completando ciò con un serio intervento anche nell’ambito dell’integrazione culturale nel tessuto della comunità ospitante.
Questi servizi esistono solo in parte in Italia e vengono forniti in maniera incostante sia per distribuzione geografica che per durata temporale. Manca del tutto omogeneità nelle politiche dell’integrazione promosse dai soggetti pubblici, a livello centrale e periferico: la riforma Amato-Ferrero le avrebbe potuto in parte sanare, se non fosse stata accantonata dal nuovo governo.
Occorrerebbe quindi uno sforzo attento di coordinamento e di monitoraggio sull’insieme delle strutture e delle istituzioni addette al governo dei flussi e dell’integrazione: l’ideale sarebbe la costituzione di un Agenzia centrale come esiste in molti Paesi, ma se necessario in Italia si può passare attraverso la riforma o la costituzione di organismi ad hoc.
Infine, spero che non venga abbandonato neanche il lavoro nella precedente legislatura fatto sulla riforma della legge sulla cittadinanza. Essa consentirebbe la riduzione sacrosanta dei tempi di attesa per ottenere la cittadinanza italiana, da dieci a cinque anni, per quelle persone immigrate che vivono regolarmente in Italia, lavorando e contribuendo, non solo sotto il profilo economico ma anche sotto quello sociale e culturale. Senza costi aggiuntivi, la riforma potrebbe inoltre favorire l’inserimento degli stranieri anche nell’ambito della partecipazione alla vita politica nazionale, vero traguardo simbolico del processo integrativo. Analogamente spero che la questione altrettanto importante del voto amministrativo trovi il necessario consenso tra le forze politiche affinché anche su questo tema di partecipazione per chi lavora, paga le tasse e contribuisce a migliorare il territorio, si possano superare barriere demagogiche e trovare soluzioni simili a quelle di tanti altri Paesi dove i residenti votano alle elezioni amministrative.
Concludo annunciando la presentazione di una proposta di legge che punti a costituire un organismo a rete in grado di coordinare e favorire studio, ricerca, proposta e monitoraggio, di tutte le politiche messe in campo sui temi dell’integrazione e della multiculturalità, anche a livello periferico.