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martedì 4 maggio 2010

Dalla Tunisia un richiamo alle istituzioni italiane …

Due giorni di incontri ed una giornata di approfondimento tematico hanno caratterizzato la visita in Tunisia – nei giorni dal 16 al 19 aprile – dell’On. Marco Fedi e del Sen. Nino Randazzo, entrambi eletti nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Un’occasione di incontro con la comunità italiana di Tunisi organizzata dal Circolo del Partito Democratico “Maurizio Valenzi” e coordinata da Silvia Finzi, Nino Trimarchi e Bruno Segantini. Agli incontri e alla giornata di approfondimento ha partecipato anche Luigina De Santis della Presidenza nazionale dell’INCA-CGIL.

Il primo incontro con l’Ambasciatore Benassi ha consentito di approfondire alcuni aspetti generali della presenza economico-commerciale italiana in Tunisia e dell’interscambio tra i due Paesi oltre ad alcune valutazioni sui rapporti euro-mediterranei e sulle opportunità di sviluppo nell’area del bacino del mediterraneo. Durante l’incontro sono state affrontate tematiche relative alla struttura consolare di Tunisi, in relazione sia ai servizi per i connazionali che al rilascio di visti d’ingresso per cittadini tunisini.
La delegazione ha poi incontrato, presso il Club Italiano, i rappresentanti delle associazioni della comunità italiana di Tunisi.
Nella giornata di domenica si è svolta, presso Casa Sicilia a Dar Bach Hamba, la giornata di approfondimento tematico che – aperta dal saluto dell’Ambasciatore Benassi e moderata da Silvia Finzi – ha visto una prima articolazione attraverso gli interventi di Marco Fedi, Nino Randazzo e Luigina De Santis e poi un dibattito a cui hanno partecipato i numerosi presenti.

La prima parte della discussione ha riguardato l’AIRE, la cittadinanza, il voto all’estero e la rappresentanza. Si sono poi approfonditi i temi dell’identità e dell’integrazione e infine le questioni relative ai diritti pensionistici e previdenziali e alle convenzioni bilaterali tra Italia e Tunisia, in particolare la convenzione fiscale sulle doppie imposizioni e quella in campo sanitario. Molti dei presenti sono intervenuti sui temi legati alle recenti limitazioni imposte dalla legislazione sull’immigrazione: dalla necessità del permesso di soggiorno per sposarsi in Italia, condizione che riguarda anche i cittadini italiani che intendano sposare in Italia un cittadino extra-comunitario, al limite di 10 anni di residenza per il diritto all’assegno sociale, condizione che riguarda anche i cittadini italiani che decidano di rientrare, o siano costretti a rientrare, in territorio nazionale.

I Parlamentari del Partito Democratico hanno ricordato la loro opposizione alle scelte adottate dal Governo Berlusconi – fortemente condizionate dalla Lega Nord. In campo sanitario valgono le norme contenute in specifici accordi di reciprocità altrimenti, ai cittadini italiani iscritti all’AIRE cui sia riconosciuto lo stato di emigrante, sono riconosciute, a titolo gratuito, unicamente le prestazioni ospedaliere urgenti per un periodo massimo di 90 giorni per ogni anno solare. Alcune Regioni stanno adottando misure più favorevoli per i propri corregionali residenti all’estero.

In campo pensionistico sono state ricordate le norme contenute nell’accordo italo-tunisino e la possibilità della totalizzazione dei periodi contributivi per accedere a una prestazione in Convenzione, oltre a chiarire gli aspetti applicativi della convenzione fiscale che deve garantire da un lato che si evitino i casi di doppia imposizione e dall’altro che si favorisca l’evasione fiscale. In questo senso sono stati ricordati anche obblighi e procedure degli enti di previdenza, tra cui l’INPDAP. Per l’istituto degli ex-dipendenti dello Stato è stata ricordata la necessità che questo si doti di un sistema di pagamento delle pensioni all’estero più efficiente e trasparente, sul modello del sistema adottato dall’INPS.

I giovani docenti universitari presenti hanno espresso preoccupazione per i tagli alla ricerca e per le difficoltà crescenti di collegamento con le Università italiane, sia per gli scambi che per i visti, e per i sistemi di riconoscimento e valorizzazione della formazione professionale.

Il tema dell’integrazione e dell’identità è stato affrontato partendo dalle esperienze comuni dei migranti per poi arrivare alle scelte politiche di un Paese come l’Italia che oggi affronta – talvolta con pochi strumenti cognitivi – i processi di immigrazione e di integrazione. Il tema della integrazione di popoli, culture e religioni dovrebbe essere parte del dibattito sull’Unità d’Italia – di cui si celebrerà nel 2011 il 150esimo anniversario – ed il Circolo Valenzi ne celebrerà in tal senso la ricorrenza.

Le associazioni della comunità italiana, infine, necessitano un’azione di coordinamento: in attesa del rinnovo dei Comites, anche la comunità italiana di Tunisi, che nel frattempo ha superato la soglia dei 3mila iscritti AIRE, auspica la elezione o istituzione di un Comitato degli italiani all’estero.

mercoledì 27 gennaio 2010

FEDI (PD): “IL CENTRODESTRA NON STRUMENTALIZZI IL BURQA”

La questione del burqa non può essere strumentalizzata dalla destra - questo il monito dell’On. Marco Fedi, deputato del Partito Democratico eletto nella circoscrizione estero. Una cosa è regolarizzare l’uso di questi abiti nei luoghi pubblici, come giustamente sta cercando di fare la Francia. Altra è il divieto totale per legge proposto dalle forze conservatrici, spiega il parlamentare del PD.
La legge italiana già prevede limiti all’uso, non solo del burqa, ma anche di altre forme di copertura della propria identità. Accade già per il passaporto e i documenti di identità, nelle banche e in altri luoghi sensibili, e via dicendo. Mi domando qual è la necessità di estendere questo limite in altri luoghi pubblici, definendo tutto come luogo pubblico. L’On. Fedi prosegue spiegando che “se il burqa è una libera scelta, anche se la riteniamo personalmente una pessima decisione, non possiamo impedirla. Al contrario, se si tratta di un’imposizione non gradita dalla donna che lo indossa, essa va impedita applicando le leggi già esistenti a tutela delle persone. Ma la chiave per risolvere questi problemi è rappresentata dalle politiche di integrazione degli immigrati e non da norme ad effetto – insiste il parlamentare del PD.
Credo che i modelli culturali non possano essere imposti a livello normativo. Poi se incontrassimo una ragazza marocchina che vuole essere libera di vivere la sua vita, dobbiamo aiutarla a farlo. Se un giovane immigrato vuole partecipare alla vita sociale e culturale e politica, dobbiamo essere presenti con le leggi, con gli interventi, con le iniziative. Ed offrire una vera opportunità di integrazione. Oggi purtroppo non siamo in grado di predisporre interventi per i giovani in generale, figuriamoci per i giovani migranti. E non siamo in grado di mettere in campo autentiche politiche di integrazione. Questo è il vero problema che dobbiamo affrontare.
Credo sia più saggio fare tutto ciò che ci consentono le leggi nazionali ed internazionali allo scopo di far crescere la democrazia e la consapevolezza delle proprie libertà. Dobbiamo lavorare sulla crescita comune – insiste il deputato eletto all’estero – giacché anche il nostro modello è frutto di una storia di contaminazioni tra diversi. Un modello che ha sì tra i suoi principi la parità tra generi, ma anche quella tra etnie, culture e religioni diverse, spesso messa da parte.
In questa vicenda si registra un alto tasso di strumentalizzazione e di demagogia – conclude l’On. Fedi – che non aiuta affatto la soluzione dei problemi delle complesse società contemporanee e che ostacola le politiche di integrazione civile.

27 gennaio 2010

mercoledì 20 gennaio 2010

FEDI (PD): Affrontare i temi della cittadinanza e dell’integrazione dalla prospettiva degli italiani nel mondo

“Cittadinanza e integrazione: sono questi i temi da unire in una necessaria ed urgente discussione che il Comitato per gli italiani nel mondo della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati deve proporre e svolgere al più presto” – è questa la proposta avanzata dall’On. Marco Fedi in sede di lavori del Comitato permanente per gli italiani nel mondo.
“Abbiamo il dovere di presentare una riflessione su questi temi, guardando anche alle legislazioni in materia di cittadinanza di altri Paesi, sia nei continenti di emigrazione italiana che in Paesi europei che vivono esperienze di immigrazione simili a quella italiana”. “Abbiamo la responsabilità di legare il tema della cittadinanza alle questioni dell’integrazione fornendo una prospettiva che porti le nostre esperienze a confronto”. “Governo e maggioranza stanno dimostrando scarsa sensibilità su questi temi ed hanno finora ignorato le questioni legate alla cittadinanza che sono particolarmente sentite dalle nostre comunità nel mondo, in particolare la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana”.
“Importante inoltre accelerare in questi primi mesi dell’anno – ha proseguito l’On. Marco Fedi –l’approfondimento tematico sulla rete consolare e sull’informazione, sia per quanto concerne il settore delle provvidenze all’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri che per quanto concerne Rai Italia, il cui nuovo piano editoriale è stato appena approvato”.

mercoledì 13 gennaio 2010

FEDI (PD): Grave il rinvio in Commissione del provvedimento di riforma sulla cittadinanza

La maggioranza ha votato il rinvio in Commissione del provvedimento sulla cittadinanza. La forte resistenza della Lega Nord ha vinto sulla volontà di numerosi esponenti della maggioranza che avrebbero invece auspicato un confronto parlamentare maturo su questi temi – ha dichiarato l’On. Marco Fedi dopo il voto che riporta la discussione in Commissione Affari Costituzionali. Il Partito Democratico si è opposto al rinvio ritenendo che i tempi siano maturi per un dibattito aperto e sereno sul tema della cittadinanza e soprattutto non riconoscendosi nelle motivazioni presentate dalla maggioranza.
Il testo unificato, emerso dai lavori della Commissione, è stato da noi giudicato sbagliato nella sua impostazione complessiva. Lo abbiamo giudicato incompleto per l’assenza delle norme contenute in proposte di legge presentate da parlamentari eletti all’estero e concernenti le comunità italiane nel mondo e non rispondente alle esigenze di una società moderna ed aperta che punti a rafforzare i processi di integrazione, che passano anche per l’acquisizione della cittadinanza, affermando, come avviene in tutte le moderne legislazioni sulla cittadinanza, la piena convivenza dei due principi del “soli” e del “sanguinis”. Per queste ragioni avevamo presentato emendamenti ed eravamo pronti al confronto in aula.
Nulla lascia presumere – ha sottolineato l’On. Marco Fedi – che il dibattito in Commissione possa produrre un risultato diverso se non rischiare di affossare definitivamente la speranza che vi possa essere in Italia una seria riforma della cittadinanza.

lunedì 4 maggio 2009

Sicurezza: nulla si distrugge tutto si trasforma

“Questo non è il primo e non sarà, ahimè, l’ultimo, dei provvedimenti targati sicurezza a cui maggioranza e Governo stanno cercando di abituare il Paese. È possibile parlare delle norme contenute in questo provvedimento entrando unicamente nel merito delle stesse ed eliminando ogni considerazione di carattere etico, morale, valoriale? “Non è possibile, poiché dobbiamo affermare – oggi, con chiarezza, da questa parte politica – che in un frenetico scomporre e ricomporre le norme, in questo provvedimento ancora prevalgono logiche che sono distanti da una visione del mondo che avvicini le distanze, le culture, le lingue, le religioni, che punti all’integrazione dei migranti, che favorisca una nuova cultura dell’accoglienza”. “Perché su questi temi si misurano oggi nel mondo – non solo in Italia – le capacità del nostro sistema globale, fatto prevalentemente di interessi economici, di rispondere anche alle aspirazioni di vita di una umanità in movimento. Lo ha raccontato bene la storia dell’emigrazione italiana nel mondo. Essa è stata capace di rendere il meglio, in termini di integrazione economica, sociale e culturale quando ha incontrato politiche di integrazione. Nei momenti di razzismo e di xenofobia, che nascevano da politiche discriminatorie e da crisi economiche, le nostre comunità nel mondo hanno subito le contraddizioni di sistemi economici che – quando in crisi – penalizzavano sempre i più deboli, cioè i migranti. Quando in crescita non riconoscevano a sufficienza l’apporto degli immigrati. Di sistemi sociali e culturali che – quando in crisi – confondevano i temi della sicurezza e dell’immigrazione. “Di sistemi che quando in crisi – come sta avvenendo in tanti Paesi – riducono i flussi migratori, limitano l’accesso a tanti diritti, introducono inutili balzelli” – ha rilevato l’On. Marco Fedi in concomitanza con la discussione generale sul disegno di legge "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica" (approvato dal Senato) (A.C. 2180-A).

“In questi mesi abbiamo avuto norme stralciate dal decreto sicurezza e inserite in questo disegno di legge, come la norma sulle associazioni di cittadini o ronde civiche”. “Abbiamo avuto norme eliminate dal disegno di legge, come quelle che imponevano ai medici la denuncia degli immigrati non in regola con il permesso di soggiorno”. “Abbiamo avuto norme che prevedevano il reato di immigrazione clandestina, poi modificate”. “Abbiamo avuto norme bocciate nel decreto sicurezza e riapparse nel disegno di legge, come quella che prolungava il periodo di detenzione nei centri di accoglienza”. “Rimane una grande questione aperta, politica, ma anche intrinsecamente legata al nostro sistema di valori: è ragionevole pensare di intervenire con un singolo provvedimento su questi temi?”. “Misure per contrastare l’immigrazione clandestina, con norme di carattere amministrativo che introducono balzelli per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno”. “Misure per contrastare la criminalità, confuse con norme per allungare i tempi di permanenza nei centri di detenzione”. “Non è solo una questione di metodo”.
“È una questione politica”. “L’emergenza che la maggioranza evoca ogni giorno confonde materie tra loro diverse, confonde cause ed effetti, dati reali e fatti di cronaca”. “Soprattutto, e questo è il danno più grave, allontana la possibilità di un autentico e mirato dibattito sui contenuti che andrebbero discussi con maggiore serenità, senza vincoli di emergenza ed ancorando la discussione a punti fermi del nostro panorama politico” – ha concluso l’On. Fedi.

mercoledì 11 febbraio 2009

Il tradimento di Ippocrate e la “cattiveria” con i clandestini

“Cattivi con i clandestini”: ecco la promessa, la minaccia la volontà fatta parola del ministro degli Interni Roberto Maroni. Già a metà novembre ebbi modo di dire che il decreto sicurezza reprime le potenzialità dell’immigrazione. Contribuisce a percepire l’immigrazione come “problema” anziché come risorsa, contribuisce a vedere i processi di integrazione come “secondari” rispetto alla repressione, confonde le scelte politiche su flussi e regole con la sacrosanta lotta alla criminalità ed alla clandestinità – che nessuno vuole promuovere ma che occorre contrastare con umanità e senso di responsabilità. Confonde gli immigrati regolari con i “clandestini”: per tutti vi sarebbe comunque un orizzonte fatto di marginalità e diritti dimezzati, se non cancellati, ed una cittadinanza italiana, lontanissima nel tempo, ma anche questa di serie B.
Da novembre è cambiato davvero poco. Siamo arrivati alla “cattiveria” di Stato con una cattiva legge che tra poche settimane arriverà alla Camera.
Cattiveria che si è tradotta in un deprecabile emendamento leghista passato al Senato nell’ambito del pacchetto sicurezza: quello che obbliga i medici a denunciare i propri pazienti immigrati non in regola con i documenti.
“Vergognoso, razzista, inaccettabile” sono state le parole del segretario del Pd. “L'idea di creare le condizioni per le quali le persone che sono ammalate abbiano paura di farsi curare è un'idea inumana”, ha giustamente osservato Veltroni.A nulla sono valse le proteste di medici e infermieri, sindacati, associazioni umanitarie e opposizione. Al di là degli scopi persecutori, che violano qualsivoglia valore solidale e gettano alle ortiche la deontologia professionale di chi ha compiuto il giuramento di Ippocrate (e la stessa Costituzione), il provvedimento populista e xenofobo della Lega è rischioso anche per ragioni di salute pubblica. Potrebbe infatti accadere che, per timore di essere denunciati e di finire arrestati, dei clandestini non si sottopongano alle cure mediche e diffondano così malattie virali.

venerdì 7 novembre 2008

Presentata la proposta di legge per istituire il Consiglio Nazionale per l'Integrazione e il Multiculturalismo

Nei giorni scorsi l’On. Marco Fedi, deputato del Partito Democratico eletto nella circoscrizione estero, ha presentato, insieme all’On. Gino Bucchino, una proposta di legge volta a istituire il Consiglio Nazionale per l’Integrazione e il Multiculturalismo (CNIM).
Il Consiglio Nazionale per l’Integrazione e il Multiculturalismo, ispirandosi ad analoghe strutture esistenti in molti Paesi europei e occidentali, è pensato come un organismo di coordinamento e di monitoraggio del fenomeno dell’integrazione sociale e civile dei cittadini immigrati e dello stato della diversità culturale nel nostro Paese. Esso è composto di trenta membri più un presidente che provengono dai vari livelli della pubblica amministrazione, dalle associazioni riconosciute degli immigrati e dalle organizzazioni sociali più rappresentative che operano per l’integrazione, tra cui anche sindacati e sigle imprenditoriali.
Il CNIM ha tra le sue funzioni quella di recepire informazioni sui programmi e le attività svolte dalla pubblica amministrazione e dalle organizzazioni operanti nel settore dell’integrazione, formulando quindi proposte concrete di intervento e di coordinamento della governance dell’immigrazione. “Abbiamo riscontrato – afferma l’On. Fedi – che l’Italia soffre di una forte mancanza di omogeneità e di confronto reale tra le varie strutture che lavorano per l’integrazione dei soggetti immigrati, sia a livello centrale che periferico. Un organismo che nasce per garantire questo coordinamento , fondandosi sull’ascolto dei problemi e dei suggerimenti posti dai soggetti operanti sul territorio, è quindi uno strumento per ridurre gli sprechi e per ottimizzare le risorse, al fine di favorire un virtuoso processo integrativo”.
Nell’ottica di facilitare la convivenza tra i soggetti immigrati e la società che li ospita e di tutelare e promuovere la diversità culturale, il CNIM esprime pareri e osservazioni su richiesta del Parlamento o di propria iniziativa, contribuendo all’ elaborazione della legislazione. Inoltre, Il Consiglio si dota di un proprio Osservatorio che redige ogni anno un rapporto nazionale, oltre a specifici studi e analisi in materia di integrazione e multiculturalismo. Quest’ultimo tema è ancora poco sentito in Italia, secondo il parlamentare del PD: “gli episodi di razzismo che hanno incontrato l’attenzione di molti osservatori e media italiani e stranieri, e non ultimo l’invito del Presidente della Camera Fini a lavorare perché non si ripetano, sono a nostro parere il frutto di una mancanza di confronto e di conoscenza tra le culture dei vari gruppi etnici che partecipano ormai stabilmente alla vita del nostro Paese. Anche per questa ragione – continua il deputato eletto all’estero – occorre un organismo istituzionale che implementi il dibattito pubblico sul tema”.
Fedi auspica infine che un organismo come il CNIM possa vedere la luce in tempi brevi perché “in Italia c’è necessità urgente di un intervento serio, capillare e strutturale per favorire l’integrazione sociale, la partecipazione civile e il confronto culturale tra gli italiani autoctoni e i nuovi italiani. Il CNIM – conclude – è una struttura leggera in grado di farlo, per l’elasticità della sua composizione, per le sue autonome capacità di studio e per la sua proiezione decisionale”.

giovedì 16 ottobre 2008

La virgola

Sulla prostituzione…

Non basta dire che da oltre cinquanta anni in Italia non si riesce a discutere di prostituzione – con tutte le conseguenze che da questo fenomeno derivano – per essere automaticamente nel giusto. Ne mi pare giusto semplificare il problema e riportarlo nella sfera di una semplice questione di ordine pubblico o di sicurezza delle città. Un sindaco di una grande città – prendiamo ad esempio Roma – è nel giusto se si pone il problema di restituire ai cittadini, ai turisti, agli immigrati, parti della città che sono state “espropriate” dalle attività che ruotano attorno alla prostituzione. Ma il sindaco di una grande città deve porsi anche il problema delle conseguenze delle proprie azioni. Spostare il problema da Roma a fuori le mura, oppure trasferirlo in luoghi dove non vi è pubblica esposizione ma può esservi analogo sfruttamento, con un peggioramento delle condizioni, deve interessare il primo cittadino di una grande città e tutti i cittadini. Altrimenti – come per la proposta del Ministro Carfagna – la logica deduzione è che si tratti di un provvedimento bigotto, che vuole evitare di affrontare il problema semplicemente portandolo lontano dagli occhi dei cittadini. In questo modo – come sempre – il rischio e di fomentare l’illegalità e favorire le attività illecite organizzate.
Sono convinto che la prostituzione debba essere regolata. La regola fondamentale della domanda e dell’offerta mi porta a pensare che non basti agire sull’offerta spostandola in altri luoghi e sulla domanda applicando le sanzioni. Solo una volta che sarà stato regolato il fenomeno, sarà giusto applicare tutti gli strumenti della legge per punire chi non sta nelle regole.
In molti Stati d’Australia la prostituzione è regolata. Dove non è regolata viene tollerata quando si svolge in luoghi “privati”ma spesso è gestita dalla criminalità organizzata ed è stata al centro di scandali che hanno coinvolto anche le forze dell’ordine.
In una società moderna abbiamo il dovere di proteggere tutti. Fare in modo che nessuno debba prostituirsi per necessità, evitare che questa attività umana venga gestita dalla criminalità comune ed organizzata, evitare che lo Stato, nel tentativo di non promuovere il fenomeno lo trasformi in un pericoloso boomerang sociale.

Dalla residenza a punti…

Come per la patente, anche il permesso di soggiorno per gli immigrati dovrebbe essere a punti. Ecco la vergognosa proposta della Lega Nord, inserita in un emendamento al ddl sulla sicurezza in discussione al Senato.
Il partito di Bossi non finisce mai di stupire in negativo. L’idea che si venga espulsi dopo un tot di reati corrispondenti ognuno a un dato punteggio fissato dal Viminale, è molto più che “bizzarra”, come l’ha definita qualche loro alleato del PDL.
È una vera e propria ingiuria allo Stato di diritto e all’uguaglianza dei cittadini, che fa il paio con un altro emendamento presentato sempre dalla Lega nel quale si prospettano referendum locali per decidere se si vuole o meno un campo rom o una moschea nel proprio Comune, con cui si limita l’accesso per gli immigrati ai servizi sanitari e sociali, istruzione compresa, e con cui si richiede il permesso di soggiorno per chi vuole sposarsi con un cittadino italiano. Permesso di soggiorno che dovrebbe passare da 70 a 200 euro di costo.
Proporre tutto ciò – anche se ci sono speranze che non si traduca in legge – è già un danno. Infatti la Lega Nord, con la complicità dell’intera maggioranza, continua ad alimentare la xenofobia, dimostrando che non è interessata a governare il fenomeno dell’immigrazione ma soltanto a rinfocolare la paura.

… alle classi differenziali…

La mozione sulla introduzione delle classi “ponte”, presentata dalla Lega Nord ma sostenuta e votata dall’intera maggioranza, nonostante l’accesso dibattito svolto dall’opposizione alla Camera, rappresenta un’ennesima dimostrazione della scelta leghista di alzare il livello dello scontro. La mozione prevede l’inserimento degli scolari figli di immigrati in classi differenziali per “facilitare” l’inserimento nella scuola italiana, dal punto di vista linguistico, culturale e delle conoscenze di base. Mentre da un lato è positivo che una forza parlamentare e di governo come la Lega si preoccupi dell’inserimento scolastico dei figli degli immigrati, è meno nobile prevedere uno strumento di inserimento come le classi differenziali.
Isolare una condizione, non renderla partecipe del mondo circostante, non consentire lo scambio culturale e linguistico è proprio ciò che blocca l’integrazione. Maggiormente quando parliamo degli anni formativi. Insisto nella tesi che il “multiculturalismo” – che non va ricercato nei modelli inglese o del melting pot americano ma nella capacità di una società di valorizzare le diversità per sviluppare modelli originali di integrazione che debbono riguardare tutti, anche i cittadini italiani – rappresenti una via percorribile per l’Italia e per l’intera Europa.

giovedì 25 settembre 2008

La virgola

Preoccupante il moltiplicarsi degli episodi di razzismo, xenofobia e violenza

Due settimane fa a Milano è stato ucciso un cittadino italiano di colore, Abdul William Guibre. Un padre e un figlio l’hanno finito a sprangate al grido di “sporco negro” perché forse avrebbe rubato dal loro bar un pacchetto di biscotti.
In un delirio auto-assolutorio il governo e i principali media hanno parlato di un episodio isolato e hanno assicurato che la società italiana è immune dal razzismo. Come a dire: la xenofobia non c’entra, ma solo il bisogno di sicurezza, spinto fino al paradosso dell’illegalità di farsi giustizia da soli, in modo bestiale. Mi sembra che siamo all’ipocrisia conclamata. Alla menzogna reiterata che vuole giungere a sostituirsi alla realtà dei fatti per ragioni strumentali e ciniche di interesse politico.
Se sfogliassimo insieme i giornali degli ultimi mesi, troveremmo una serie raccapricciante di “episodi isolati”. Rimaniamo ai fatti principali, quelli che la stampa non ignora.

Il 13 maggio 2008 il campo rom di Ponticelli è stato incendiato dalla popolazione del quartiere, sull'onda della falsa informazione che una zingarella avrebbe tentato di rapire una bambina.
Il 24 maggio 2008, a Roma nel quartiere Pigneto, un negozio gestito da residenti bengalesi e pakistani è stato devastato a mazzate da un commando di italiani con il sostegno di alcuni residenti che applaudivano.
Il 20 agosto 2008 Assunçao Bonvindo Mutemba, giovane angolano di 24 anni, è stato picchiato a sangue all'uscita di una discoteca genovese con la sola giustificazione che egli aveva la pelle nera.

Questi i fatti più gravi di razzismo etnico, a cui potremmo aggiungere le ronde dei residenti italiani in alcune città, rivolte contro immigrati e prostitute, con la complicità spesso dei governi locali.
Oppure gli episodi di intolleranza contro gli omosessuali culminati nella devastazione di un circolo gay della capitale. Oppure l’assassinio da parte di giovani neofascisti di Nicola Tommasoli, la notte del 1° maggio 2008, picchiato a morte per il suo aspetto (aveva i “capelli lunghi”).
Come per Abdul William Guibre, anche nel caso di Nicola, si è parlato di una rissa per futili motivi e non di un’aggressione, e la derubricazione mediatica (sarebbe più grave bruciare delle bandiere in una manifestazione) arrivò allora dal presidente della Camera Fini – oggi riscopertosi antifascista dopo che i suoi colonnelli Alemanno e La Russa lo avevano messo in imbarazzo lodando il ventennio mussoliniano e le truppe di Salò affiliate alle SS.
È allora giunto il momento di fermarci a riflettere, mettendo da parte gli istinti e mantenendo salda l’indignazione.
Non è più possibile continuare – come hanno fatto le forze delle destra oggi al governo – a sfruttare cinicamente il tema della tutela sacrosanta della sicurezza dei cittadini come maglio per ottenere consenso e infangare l’avversario politico. Infatti, si è venuto a sviluppare una pericolosa equazione tra devianza sociale e differenza etnica e non solo (ancor più che immigrazione). Questo clima, assecondato dalla grande stampa, ha sballato le percezioni dell’insicurezza nei cittadini, facendo loro perdere di vista il fatto che in Italia i reati penali sono statisticamente meno che nel resto dell’Occidente. Ma soprattutto ciò ha condotto a un’atmosfera malata di razzismo e diffidenza, che ha costituito l’alibi per quei criminali – questi sì – che hanno fatto ricorso alla violenza per farsi giustizia fuori dalla legge e dalle istituzioni democratiche.
È urgente spezzare questa spirale. L’appello è al governo e ai media perché facciano un passo indietro. E a noi tutti, a mobilitarci per un Paese più civile.
Per una vera politica dell’integrazione

Le cronache di tutti i giorni ci parlano con grande insistenza di casi e situazioni che riguardano i problemi legati alle migrazioni e alla presenza di persone straniere all’interno delle nostre comunità. In genere, soprattutto per una colpevole responsabilità della politica e dei media, accade che gli stranieri facciano notizia o siano usati come argomento del dibattito pubblico solo per comportamenti di devianza sociale. Si è istituito un perfido binomio che lega il tema dell’insicurezza sociale a quello dell’immigrazione, non badando neanche alla verifica dei dati statistici e non distinguendo mai tra regolari e clandestini, come anche sulle ragioni spesso ingiuste o involontarie per cui molti si trovano a essere sans papier.
Questo atteggiamento, talvolta studiato strumentalmente, finisce tuttavia per mettere nell’ombra un intero universo di singoli individui o di intere famiglie che vengono nei nostri Paesi per vivere, lavorare, studiare onestamente, producendo benessere materiale e arricchendo il nostro paesaggio culturale. Anzi, mi sento di dire che questi ultimi – come è accaduto per gli italiani emigrati nel Novecento – sono la maggioranza, se non la quasi totalità, degli immigrati.
Nonostante ciò, una volta rotto il binomio di cui parlavo, occorre comunque non eludere il tema dell’integrazione sociale degli immigrati. Infatti, anche in presenza di comportamenti del tutto regolari e leciti, gli immigrati – chiunque essi siano, da qualsiasi Paese provengano – incontrano degli inevitabili problemi nell’adattarsi al nuovo ambiente di vita. Hanno spesso lacune di natura linguistica, hanno difficoltà a trovare o a regolarizzare la loro posizione lavorativa, devono risolvere la questione abitativa, talvolta hanno problemi di salute che nei loro luoghi di origine non hanno curato, e a prescindere da tutti questi disagi materiali riscontrano spesso dei conflitti culturali legati a usi, tradizioni, religioni diverse.
Ora, le migrazioni ci sono sempre state nella storia dell’umanità. Oggi viviamo nella cosiddetta epoca della globalizzazione, per cui si dice che il mondo è diventato sempre più piccolo ed è facilissimo spostarsi rispetto al passato. Per di più, questa nostra fase storica ha conosciuto un aumento delle disuguaglianze economico-sociali nel mondo che ha ulteriormente incentivato le migrazioni. Non possiamo quindi eludere questo tema facendo finta che non esista o peggio alzando barriere sempre più elevate che chiuderanno noi in un fortino fino a quando qualche disperato non riuscirà a entrarci lo stesso.
È quindi un compito dei Paesi che accolgono questa emigrazione, quello di lavorare al meglio perché ci sia reale integrazione. E non solo per ragioni etiche e solidaristiche, ma appunto perché lungimiranza vuole che si faccia un investimento su dei potenziali nuovi cittadini in grado di dare il loro contributo alla crescita delle nostre società.
Alla luce di queste riflessioni, ho da tempo maturato un profondo interesse per le politiche dell’integrazione. Voglio essere sincero: questo interesse è cresciuto in maniera proporzionale a un clima di intolleranza e di xenofobia che è purtroppo il peggiore dei vincoli a ogni seria politica integrativa. Ma non possiamo arrenderci. Oltre a contrastare sul piano informativo e culturale tendenze così deleterie, purtroppo spesso coccolate dalle destre di governo, dobbiamo continuare a impegnarci perché alcune conquiste si realizzino anche sul piano pragmatico e legislativo. Mi limiterò ad alcune proposte.
La prima evidenza è che nessuna governance dell’immigrazione è possibile in assenza di risorse economiche. A tal proposito, anziché distrarre fondi nello sforzo demagogico di reprimere l’immigrazione costruendo sempre più centri di permanenza temporanea e spendendo sempre di più per voli di espulsione, si dovrebbe invece regolare a monte il regime dei flussi aumentando gli accordi di collaborazione con i Paesi da cui partono i cosiddetti “viaggi della speranza”, tante volte finiti in tragedia. Sono stati i governi di centrosinistra i primi a sperimentare con successo tale soluzione con l’Albania, sul finire degli anni novanta. E se oggi darà frutto l’accordo con la Libia non sarà merito di Berlusconi, ma del lungo percorso diplomatico che l’attuale premier ha ereditato dal governo Prodi che lo ha preceduto. La cooperazione deve essere inoltre intrecciata tra tutti i Paesi dell’Unione europea, sia quelli mediterranei che sono il primo punto di approdo che quelli continentali e nordici dove arrivano molti dei migranti. Occorrono politiche comuni non solo e non tanto nell’ambito repressivo del fenomeno, ma anche in quello gestionale e integrativo. Non si comprende infatti perché l’Italia dell’attuale governo non voglia equipararsi agli standard di intervento sociale sviluppati da molti altri Paesi europei di più lunga tradizione nell’accogliere l’immigrazione, come Germania, Francia o Gran Bretagna, ma anche le realtà scandinave.
Liberare risorse economiche dalla repressione e dall’espulsione di massa vorrebbe dire la possibilità di assicurare servizi di prima accoglienza come la tutela sanitaria minima, la consulenza nella ricerca dell’alloggio e del lavoro (per evitare la caduta nel sommerso o nella criminalità), il supporto linguistico, completando ciò con un serio intervento anche nell’ambito dell’integrazione culturale nel tessuto della comunità ospitante.
Questi servizi esistono solo in parte in Italia e vengono forniti in maniera incostante sia per distribuzione geografica che per durata temporale. Manca del tutto omogeneità nelle politiche dell’integrazione promosse dai soggetti pubblici, a livello centrale e periferico: la riforma Amato-Ferrero le avrebbe potuto in parte sanare, se non fosse stata accantonata dal nuovo governo.
Occorrerebbe quindi uno sforzo attento di coordinamento e di monitoraggio sull’insieme delle strutture e delle istituzioni addette al governo dei flussi e dell’integrazione: l’ideale sarebbe la costituzione di un Agenzia centrale come esiste in molti Paesi, ma se necessario in Italia si può passare attraverso la riforma o la costituzione di organismi ad hoc.
Infine, spero che non venga abbandonato neanche il lavoro nella precedente legislatura fatto sulla riforma della legge sulla cittadinanza. Essa consentirebbe la riduzione sacrosanta dei tempi di attesa per ottenere la cittadinanza italiana, da dieci a cinque anni, per quelle persone immigrate che vivono regolarmente in Italia, lavorando e contribuendo, non solo sotto il profilo economico ma anche sotto quello sociale e culturale. Senza costi aggiuntivi, la riforma potrebbe inoltre favorire l’inserimento degli stranieri anche nell’ambito della partecipazione alla vita politica nazionale, vero traguardo simbolico del processo integrativo. Analogamente spero che la questione altrettanto importante del voto amministrativo trovi il necessario consenso tra le forze politiche affinché anche su questo tema di partecipazione per chi lavora, paga le tasse e contribuisce a migliorare il territorio, si possano superare barriere demagogiche e trovare soluzioni simili a quelle di tanti altri Paesi dove i residenti votano alle elezioni amministrative.
Concludo annunciando la presentazione di una proposta di legge che punti a costituire un organismo a rete in grado di coordinare e favorire studio, ricerca, proposta e monitoraggio, di tutte le politiche messe in campo sui temi dell’integrazione e della multiculturalità, anche a livello periferico.

mercoledì 30 luglio 2008

Intervento On. Marco Fedi su ratifica del Trattato di Lisbona

L’Unione europea, l’Unione dei cittadini e delle nazioni, ha oggi bisogno di ritrovarsi attorno ad un’idea forte di cittadinanza, di appartenenza, di impegno comune.
La ratifica del trattato di Lisbona non è solamente un passaggio intermedio dopo il tentativo di approdare ad una Costituzione europea, dopo il tentativo di approvare un singolo atto politico costituente che disegnasse in maniera inequivocabile chi siamo e dove andiamo come cittadini dell’Unione.
La ratifica del trattato di Lisbona non è solo un compromesso possibile dopo bocciature referendarie, una presa d’atto delle nostre paure, dei nostri dubbi, delle nostre ritrosie nazionalistiche, localistiche e protezionistiche. Il Trattato di Lisbona è una nuova opportunità di crescita per tutti i Paesi dell’Unione. Per Paesi che possono ritrovarsi in un ambizioso progetto costituente, nonostante il momento di incertezze e di paure. Paesi che possono evitare il rischio di chiudersi ed allo stesso tempo essere più. Essere più che sole regole comuni, essere più che la somma dei singoli Paesi. Il trattato di Lisbona recepisce lo spirito e talvolta la lettera dei precedenti trattati istitutivi dell’unificazione europea e della stessa Costituzione. Rappresenta una seconda via verso il completamento del percorso di unificazione, non meno impervia, dopo l’Irlanda, ma ancora foriera di positivi sviluppi e di nuove opportunità.
Tutto ciò nonostante sia stato tolto ogni riferimento esplicito alla natura costituzionale nel testo e siano stati eliminati i simboli europei. E nonostante si sia tornati a parlare di regolamenti e direttive per gli atti dell’Unione.
Non esisterà un solo trattato (come sarebbe stato per la Costituzione europea), ma saranno riformati i vecchi trattati. Il Trattato di riforma modificherà quindi il Trattato sull'Unione europea (TUE) e il trattato che istituisce l’Unione europea che diventerà il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Ad essi vanno aggiunti la Carta dei diritti fondamentali e il Trattato Euratom.
Con un preambolo che si ispira “alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili, dei diritti della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello stato di diritto”.
I diritti inviolabili della persona sono anche i diritti di chi arriva sulle nostre sponde o di coloro che hanno bisogno di essere salvati dal mare o di chi ogni giorno ci chiede speranza e di chi ogni giorno ci chiede di essere protetti e tutelati.
Anche quando non sono cittadini comunitari.
E la risposta dell’Unione europea, anche quando potrebbe essere unitaria, e spesso non lo è,
e noi dobbiamo continuare a lavorare affinché lo sia sempre più,
non può comunque mai venir meno ai principi che torniamo ad affermare con nettezza nel trattato di Lisbona.
Un trattato che all’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali, allegata al trattato, recita: “E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata in particolare sul sesso, la razza, il colore della pelle, o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione, le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale”; ed esprime in questo modo più che un semplice orientamento ma un forte impianto etico che ci impegna nell’affermare sempre i valori dell’uguaglianza.
Anche quando si tratta di questioni legate alla sicurezza, anche quando vogliamo catalogare le persone.
Un trattato che all’Articolo 167 prescrive: “L’Unione contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune”; evidenziare il comune retaggio e valorizzare le diversità culturali. Un progetto di integrazione culturale che è sempre più necessario, anche per favorire l’integrazione di altre culture.
Un trattato che, respingendo il concetto di “Fortezza Europa”, apre in sempre più ampia misura l’Unione al mondo e propone la figura di un ministro degli Esteri che avrà il titolo di “Alto rappresentante per la politica estera e sicurezza comune” e sarà anche vicepresidente della Commissione. Una politica estera multilaterale ed una politica internazionale aperta, rafforzate nel ruolo importante assegnato in seno alla Commissione.
Ecco, il trattato di Lisbona riprende e rafforza tutti i principi e le funzioni dell’Unione Europea adattandoli alla dinamicità dei tempi senza mortificare le identità nazionali.
Anzi, lasciando maggiori spazi alle iniziative dei parlamenti nazionali sui meccanismi delle decisioni comunitarie.
Il Trattato di Lisbona contempla diritti civili, politici, economici e sociali. Mantiene, dunque, i diritti esistenti e ne introduce di nuovi.
In particolare garantisce le libertà e i principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali, rendendoli giuridicamente vincolanti. Il Trattato, che prevede nuovi meccanismi di solidarietà e garantisce una migliore protezione dei cittadini europei, integra la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo.
Vengono meglio delimitate le competenze dell'UE e degli stati membri, esplicitando che il "travaso di sovranità" può avvenire nei due sensi. Quindi maggiore democrazia e partecipazione da parte dei cittadini. Viene introdotto il metodo decisionale della doppia maggioranza, a pieno regime dal 2017. Aumentano i poteri dei Parlamenti nazionali che hanno più tempo per esaminare le leggi comunitarie e rimandare alla Commissione. Fino alle questioni ambientali e delle politiche migratorie.
Ecco, il voto di ratifica del Parlamento italiano deve essere un autentico atto politico che vuole affermare – in ogni momento – la nostra passione per un’Unione europea impegnata ad integrare i propri popoli e a tutelarne i diritti civili, sociali e politici. L’Unione europea rappresenta un’opportunità di crescita politica ed economica: sarebbe necessario crederci sempre, anche recependone le direttive e dimostrando serietà anche rispetto ai rischi di attivazione di procedure d’infrazione. Il Governo su questi temi deve essere convincente e coerente. Lo misureremo nei prossimi mesi. Lavoreremo affinché, insieme, si possa brindare alla piena adozione del trattato di Lisbona.
30 luglio 2008

giovedì 20 dicembre 2007

Dalla riforma della Costituzione alla promozione del sistema Italia

Di seguito l'intervista rilasciata a "Il Globo" di Melbourne.

Il punto per quanto concerne le riforme: dalla riforma della Costituzione, alla cittadinanza, alla promozione del sistema Italia. Quali sono gli aspetti significativi emersi in questo secondo anno di legislatura?

Partiamo da un dato: le riforme sono una necessità. Quella istituzionale e quella elettorale, in questo momento, costituiscono una risposta al bisogno di una semplificazione del sistema politico e di una migliore efficienza nel rapporto tra Esecutivo e Parlamento, in particolare per quanto riguarda l’iter di approvazione delle leggi. Ma soprattutto queste due riforme rappresentano una possibile uscita dalla condizione di stallo in cui versa la politica italiana.
Non c’è altra strada, io credo, per rimetterla in grado di proporre soluzioni legislative ai bisogni del Paese. L’impianto della riforma costituzionale è condivisibile: fine del sistema bicamerale “perfetto”, Senato Federale in rappresentanza dei territori e riduzione del numero complessivo dei parlamentari. In tal senso, è significativo lo sforzo compiuto dalla I Commissione Affari Costituzionali. Essa ha varato un testo unificato, di cui sono stati votati tre articoli, che conferisce maggiori poteri al Presidente del Consiglio e instaura un rinnovato rapporto tra Governo e Parlamento.

A questo proposito, va ricordato che nell’ambito del dibattito alla Camera sono emerse alcune questioni di carattere politico riguardo al voto all’estero. Qual è il suo parere?

Gli attacchi della Lega Nord – ma non solo – ai Parlamentari eletti all’estero, sia per quanto concerne la Circoscrizione estero che sul ruolo che svolgiamo in Parlamento, sono la dimostrazione di assoluta mancanza di conoscenza e di scarso senso dello Stato. In quale altro Paese una discussione parlamentare importante, sulla riforma della Costituzione, si trasforma in occasione per denigrare la rappresentanza degli eletti all’estero? Oltre a definire inutile il voto all’estero con argomenti infondati sul mancato pagamento delle tasse dei nostri connazionali fuori dall’Italia, la Lega ha poi toccato il massimo della scorrettezza collegando la questione della circoscrizione estero ai “presunti” brogli elettorali. Una materia, questa, da affrontare con serietà nel contesto della riforma della legge elettorale e quindi delle regole di voto. All’attacco indistinto dei leghisti, si è aggiunto quello di altre forze politiche che hanno mosso questioni di merito, a mio parere tutte inconsistenti.
Ad esempio, Rifondazione comunista ha sollevato in primo luogo la questione dei diritti di partecipazione al voto degli immigrati. Così facendo ha erroneamente contrapposto in una sorta di dimensione antagonistica il mondo degli italiani all’estero e la realtà dei nuovi flussi migratori verso l’Italia e l’Europa. I fatti dimostrano però che il centrosinistra è stato premiato anche all’estero per aver assunto sempre una posizione che tiene conto della storia degli spostamenti dell’umanità nel mondo, delle politiche d’integrazione adottate da alcuni Governi e della necessità che anche in Italia ed in Europa si pensi e si lavori in questa direzione, garantendo contemporaneamente sicurezza, accoglienza, integrazione, contaminazione di lingue, tradizioni e culture.
Del resto, confermo ai colleghi di Rifondazione che tutti nel centrosinistra siamo consapevoli della necessità che il voto amministrativo possa vedere la partecipazione degli immigrati, come riteniamo indispensabile rendere più veloce l’acquisizione della cittadinanza per poter partecipare anche al voto politico. Ma – lo voglio ribadire – tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’esistenza di una Circoscrizione estero e di 18 eletti dall’estero. Anzi, semmai il voto degli immigrati in Italia e quello degli emigranti italiani nel mondo si sostengono a vicenda. In secondo luogo, il tentativo di cancellare la Circoscrizione estero è stato argomentato muovendo da una questione di principio. Secondo Rifondazione, i socialisti dello Sdi e del Nuovo Psi, la Dc per l’autonomie, alcuni membri dell’Udc, gli italiani all’estero hanno sì diritto a votare, ma non a eleggere una propria rappresentanza diretta.
E come, io chiedo? Non lo dicono neanche loro. Queste forze politiche non hanno mai depositato proposte di legge in tal senso. Quindi l’idea che probabilmente hanno è che si continui a votare rientrando in Italia. Si avrebbe un ritorno a quella partecipazione a distanza che è fortemente limitante del diritto di cittadinanza e di elettorato previsto dalla Costituzione anche per i cittadini italiani residenti all’estero. Infine è stata sollevata dallo Sdi la questione dei temporaneamente all’estero, sostenendo che essi non votano.
Ma è inesatto. Se i colleghi dello Sdi si fossero informati di più saprebbero che i dipendenti delle pubbliche amministrazioni e i militari italiani hanno votato nella Circoscrizione estero. Nessuno nega infatti che sarebbe auspicabile una proposta per superare questo grande limite alla piena partecipazione politica dei cittadini, anche quando sono lontani dal territorio di riferimento, stabilendo se si esprimono con il suffragio per la Circoscrizione estero o per il collegio di residenza in Italia. Ma, ancora una volta: parlare è bene, proporre e mettere in pratica sarebbe meglio.

Qual è stato l’esito del dibattito?

Alla Camera sono stati approvati solo 3 articoli, ma tra questi c’è la riduzione complessiva del numero dei deputati da 630 a 506, di cui 6 eletti all’estero, e dei senatori da 315 a 192, di cui 12 all’estero. Il totale degli eletti all’estero rimane invariato, ma si invertono i rapporti numerici tra Camera e Senato. Quindi per ora la rappresentanza estera è salva. Ma bisogna continuare a vigilare. Non è escluso che nel passaggio della riforma al Senato, il numero degli eletti nella futura camera dei territori possa essere ritoccato verso il basso.
Del resto, la discussione alla Camera si è arenata proprio sulla tabella di ripartizione su base regionale, chiamando in causa anche la Circoscrizione estero che nel Senato federale sarà assimilata a una Regione. Inoltre, Forza Italia ed AN, con toni diversi, hanno espresso forti perplessità in rapporto alla diversa natura della rappresentanza degli eletti all’estero in un Senato Federale in cui 180 Senatori vengono eletti con un’elezione indiretta mentre 12 Senatori vengono eletti direttamente all’estero. Un problema per me del tutto superabile. Ma anche questo, nel clima attuale, rende davvero possibile che accada di tutto.

Le posizioni ostili alla Circoscrizione estero, internamente alle forze del centrosinistra, appaiono deleterie. Vi è una situazione di difficoltà internamente alle forze de l’Unione all’estero?

Le difficoltà ovviamente esistono e non riguardano solo la Circoscrizione estero. Il tavolo de l’Unione non si riunisce da molto tempo. In queste condizioni è fin troppo evidente che il nostro impegno programmatico e politico generale non può che rimanere ancorato al sostegno pieno alla coalizione e al Presidente Prodi. È altrettanto evidente che – mentre trovo necessario e naturale dialogare sulle riforme, indipendentemente dai vincoli di coalizione – si debba trovare un modo per ristabilire anche rapporti unitari che vadano oltre le riforme, poiché alle prossime elezioni il centrosinistra deve provare a presentarsi agli elettori residenti all’estero con un programma e delle liste unitarie. Prima di decretare la fine de l’Unione dobbiamo fare uno sforzo per cercare di trovare un percorso unitario.
Le posizioni sulla Circoscrizione estero avranno il loro peso e riguardano Rifondazione e lo Sdi. Ma ricordo che il centrodestra ha problemi analoghi e più profondi. Oltre alle posizioni della Lega Nord, infatti, si debbono contare anche le già citate obiezioni, relativamente alla composizione del Senato federale, di Forza Italia e AN e il voto di coscienza espresso da molti parlamentari dell’UDC a favore di emendamenti soppressivi della Circoscrizione estero. È mio auspicio, allora, che i parlamentari eletti all’estero, di entrambi gli schieramenti, lavorino affinché si possa raggiungere un risultato positivo nel contesto della riforma costituzionale.

Il tema della riforma della legge sulla cittadinanza, ed in particolare la proposta di riapertura dei termini per il riacquisto, è molto sentito: continui a ritenere possibile l’approvazione di una riforma?

Il testo unificato predisposto dalla I Commissione affari costituzionali della Camera è una buona proposta. Vi sono delle resistenze da parte di alcune forze politiche, prevalentemente del centrodestra, sui principi guida della riforma. Il centrodestra – devo dire spalleggiato dall’Italia dei Valori – pensa ad una cittadinanza che rappresenti il momento conclusivo dell'integrazione di un soggetto straniero, e pertanto non può essere attribuita solo in presenza di requisiti automatici, ma deve essere invece attribuita a seguito di una valutazione sull'effettiva integrazione del soggetto, in presenza di determinate condizioni, ed introducendo veri e propri test di conoscenza di lingua e cultura e di educazione civica.
Ritengo sia assolutamente urgente, invece, pensare ad un processo d’integrazione in cui l’acquisizione della cittadinanza italiana costituisca un impegno morale, etico, politico di chi vive regolarmente nel territorio della Repubblica e chiede di passare ad una fase più matura del proprio rapporto con lo Stato e con il popolo italiano. La cittadinanza, infatti, non risolve altri aspetti centrali ai processi d’integrazione, dalle questioni socio-economiche alla possibilità di esercitare liberamente la propria fede, cultura e tradizioni in una realtà pronta non solo a consentire questo libero esercizio ma anche ad esserne positivamente contaminata. Da queste considerazioni deriva un mio forte assenso alla proposta di portare da 10 a 5 anni il periodo di regolare soggiorno in Italia per ottenere la cittadinanza italiana.
Credo che la proposta di riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana, questione che riguarda da vicino gli italiani all’estero, abbia invece incontrato, essenzialmente, ostacoli di natura economico-organizzativa. I rilievi fatti riguardano infatti prevalentemente i costi per la rete consolare, impreparata secondo il Governo ad affrontare l’eventuale ondata di richieste. Lavoreremo per ottenere un parere favorevole dal Governo, dalla Commissione bilancio e dalla Commissione affari costituzionali relativamente alle risorse anche in conseguenza dell’aumentata dotazione di personale a contratto per le nostre sedi consolari. E lavoreremo per far arrivare il testo in Parlamento ed approvare le riforme sulla cittadinanza, anche le norme che riguardano gli italiani all’estero.

La Commissione bicamerale proposta dall’On. Mirko Tremaglia potrebbe essere un utile strumento di intervento per gli italiani all’estero. Quali sono le tue valutazioni sull’iter in Commissione affari esteri?

Ritengo vi debba essere un’ulteriore approfondimento poiché si istituisce una Commissione che, avendo forti compiti di indirizzo e controllo, rischia di sovrapporsi sia alle deleghe del Governo che al lavoro, già in corso, dei Comitati insediati alla Camera, in seno alla Commissione affari esteri, ed al Senato. Istituire una Commissione bicamerale, che è uno strumento pesante, non solo sotto il profilo dei costi ma anche nella gestione, potrebbe essere controproducente. Dobbiamo infatti recuperare forti spazi di confronto con tutti i parlamentari, la discussione sulla riforma della costituzione e sulla circoscrizione estero lo ha dimostrato. Dobbiamo far lavorare gli strumenti leggeri di approfondimento, analisi e riflessione che abbiamo insediato. Dobbiamo coordinare, anche con un gruppo interparlamentare, il lavoro dei due Comitati. Il bilancio del lavoro svolto dai Comitati è assolutamente positivo, al punto tale che è stato recuperato in poco tempo il ritardo dovuto al fatto che i due comitati sono stati insediati dopo oltre un anno dall’inizio della legislatura con una serie di importanti riforme già avviate.

L’istituzione di un assegno di solidarietà è una richiesta del CGIE e delle comunità italiane all’estero. A che punto è la discussione?

La Commissione affari sociali ha predisposto un testo, il C.3008, che è arrivato alla Commissione affari esteri per il parere. Anche qui vi è stata la richiesta di un’ulteriore riflessione. Sono convinto che alla fine di questa breve ulteriore riflessione si arriverà ad un parere favorevole fornendo alcuni spunti migliorativi alla Commissione di merito.
Ad esempio il Governo ha posto l’accento sull’assenza di un riferimento all’anagrafe consolare e sulla necessità che anche sui controlli e verifiche si faccia riferimento alla rete consolare. La proposta di parere, formulata proprio dal sottoscritto, è comunque favorevole. Si introduce, infatti, nel panorama delle prestazioni assistenziali un assegno di solidarietà che – per sua natura – ha il carattere della temporaneità.
Un assegno che è legato all’età anagrafica (ultrassessantacinquenni), al possedimento della cittadinanza italiana, alla residenza fuori dai confini nazionali, oltre che alla qualifica di emigrante, quindi nato in Italia, ed al reddito percepito con una valutazione del potere d’acquisto locale. Quindi non ha un carattere universalistico e non è una prestazione assistenziale erogata in Italia la cui esportabilità è vietata dai regolamenti comunitari. Inoltre, risponde ad un’esigenza di contenimento dei costi pur fornendo un primo importante segnale di attenzione ai connazionali all’estero che versano in condizioni di indigenza e venendo incontro ai bisogni di un’area di migrazione storica che oggi versa in particolari condizioni di difficoltà e disagio. È fin troppo evidente, poi, che occorrerà misurare i riferimenti alla rete consolare, sia per quanto concerne l’anagrafe ai fini dell’individuazione dei beneficiari che per i controlli, con la capacità della rete di rispondere a questa ulteriore incombenza. In altre parole non vorremmo che, come per altri provvedimenti, ci si arenasse di fronte alle richieste di ulteriori dotazioni da parte del Ministero degli affari esteri per far fronte a questa partita. Credo che la proposta proveniente dalla Commissione affari sociali tendesse proprio ad evitare questo rischio.

Nicoletta Di Florio
Il Globo – Melbourne

mercoledì 14 novembre 2007

Fedi al workshop della Monash University di Prato sull'integrazione della comunità cinese in Italia

Lo scorso 9 novembre l’On. Marco Fedi è intervenuto al convegno dal titolo “Building Communities: the Chinese in Prato” organizzato dalla Monash University Prato Centre, un campus universitario dell’omonimo ateneo australiano. Durante i due giorni di workshop molteplici interlocutori hanno discusso delle relazioni tra la comunità cinese a Prato e gli abitanti della città toscana. Scopo della Monash University è quello di avviare progetti di ricerca che possano incoraggiare legami positivi tra le comunità, attraverso la disponibilità del suo Centre come luogo di incontro e di collaborazione tra le popolazioni universitarie cinese e italiane. Tra gli intervenuti si sono alternati esponenti delle istituzioni locali e parlamentari italiane, delle diplomazie cinesi e australiane – come l’ambasciatrice australiana in Italia Amanda Vanstone e il console cinese a Firenza Gu Honglin – ma anche numerosi docenti universitari italiani e stranieri, oltre che imprenditori e sindacalisti del settore del tessile che a Prato gode di un forte sviluppo.
Nel suo contributo l’On. Fedi ha ricordato “la positiva esperienza di integrazione civile degli immigrati in Australia, che ha il suo fulcro nel rispetto della diversità culturale delle comunità, nelle scelte politiche nazionali e statali contraddistinte da un solido coordinamento, nell’offerta di servizi sociali ad ampio spettro”. In Italia invece – ha proseguito il deputato del Pd – si assiste a “una situazione di mancanza di omogeneità nelle politiche per l’integrazione promosse dai soggetti pubblici, a livello centrale e periferico”.
Il deputato eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide ha quindi lodato la riforma della legge sull’immigrazione, la cosiddetta Amato-Ferrero, come “un inizio di risposta a tale esigenza di coordinamento”. Tuttavia essa non basta: manca ancora “una struttura in grado di esercitare una reale funzione di monitoraggio e di guida nella governance dell’integrazione”, “un organismo che abbia il compito di porre obbiettivi di breve e medio termine e la capacità di verificarne e promuoverne il conseguimento, anche e soprattutto a livello territoriale”. Per questo, l’On. Fedi ha annunciato il suo impegno parlamentare in tal senso, ipotizzando la strada di una riforma volta a potenziare e razionalizzare l’Organismo nazionale di coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli immigrati costituto presso il Cnel.
Infine, il deputato eletto all’estero ha voluto ricordare l’attività svolta in Parlamento per la riforma della legge sulla cittadinanza. La nuova legge, che approderà in Aula nel prossimo gennaio, consentirà “la riduzione sacrosanta dei tempi di attesa per ottenere la cittadinanza italiana, da dieci a cinque anni, per quelle persone immigrate che vivono regolarmente in Italia, lavorando e contribuendo, non solo sotto il profilo economico ma anche sotto quello sociale e culturale”. Senza costi aggiuntivi, la riforma potrà “favorire l’inserimento degli stranieri anche nell’ambito della partecipazione alla vita politica nazionale”, ha concluso l’On. Fedi.

mercoledì 7 novembre 2007

"Strumentali le accuse a Veltroni sugli italiani all'estero"

Il centrodestra, insoddisfatto dal proprio vano ostruzionismo parlamentare tutto giocato sull’attesa di una spallata che non arriva, è passato ormai al ricorso alla strumentalizzazione opportunistica di qualsiasi dichiarazione di esponenti politici della maggioranza.
L’ultimo esempio è l’abuso delle parole pronunciate dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni ieri sera nel corso della trasmissione televisiva “Ballarò”. Veltroni è accusato di aver inguiriato tutti gli italiani all’estero paragonandoli ad Al Capone. Nulla di più falso, come un attento ascolto delle sue frasi può dimostrare.
L’atteggiamento dell’opposizione è irresponsabile. In un momento così delicato, bisognerebbe al contrario lavorare tutti insieme per potenziare le misure volte alla sicurezza dei cittadini e all’integrazione degli immigrati. Sicurezza e integrazione sono infatti due problemi strettamente correlati. Non c’è serenità nell’ordine pubblico senza la dovuta integrazione sociale dei soggetti a rischio di marginalità, come non esiste inserimento possibile senza adeguate garanzie di legalità.
Per questo sono d’accordo con Veltroni quando dice che non si può criminalizzare un’intera comunità etnica per singoli episodi, ma che quegli stessi episodi vanno perseguiti selettivamente. Del resto –strano che gli esponenti del centrodestra lo dimentichino! - ciò è quanto abbiamo sempre affermato noi italiani emigrati all’estero, ingiustamente vittime di reazioni xenofobe e razziste per delle colpe di singoli nostri connazionali, magari legati alla criminalità organizzata. La nostra esperienza ha dimostrato che la posizione degli italiani nel mondo è oggi cambiata proprio grazie al connubio virtuoso di sicurezza e integrazione che i Paesi che ci hanno accolto hanno saputo nel tempo assicurare. E questa è la strada che anche l’Italia deve sapere imboccare.

Roma, 7 novembre 2007

lunedì 29 ottobre 2007

Convegno sul Museo nazionale delle Migrazioni

Gli interventi di Marco Fedi, di Claudio Micheloni e le conclusioni di Franco Danieli: “La fase che ora si apre è quella della realizzazione”

“Museo nazionale delle Migrazioni. L’Italia nel mondo. Il mondo in Italia”. E’ il titolo del convegno che si è svolto a Roma, presso la Sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina, nel corso del quale è stato presentato il numero della rivista del Cser “Studi Emigrazione” che fotografa la situazione dei musei delle migrazioni nel mondo. I lavori hanno avuto inizio con l’intervento dal vice ministro degli Esteri Franco Danieli che ha sottolineato la necessità di recuperare le “povere e fragili” documentazioni che ripercorrono oltre cento anni di emigrazione italiana. Lettere, cartoline passaporti, carte d’identità, documenti di viaggio, fotografie e testimonianze orali che raccontano una storia che oggi la società italiana tende a rimuovere.
“La realizzazione del museo - ha detto Danieli - è un dovere morale e storico che si discute da tempo ed oggi va portata a termine. Nella finanziaria 2008 ci saranno due milioni e ottocentomila euro per l’istituzione del Museo nazionale delle Migrazioni. Sono previste disponibilità finanziarie anche per il 2009. Il museo - ha aggiunto - non dovrà essere un semplice luogo espositivo, ma una realtà vitale multimediale e stimolante dove non si raccontino solo drammi, ma i vari aspetti dei fenomeni dell’emigrazione italiana e dell’immigrazione nel nostro paese. Un luogo dove possano incontrarsi i nostri connazionali all’estero, le business communities italiane nel mondo, le scolaresche e gli studiosi”.
Norberto Lombardi, consigliere del Cgie e direttore di “Quaderni sulle migrazioni”, ha evidenziato l’esigenza di seguire, per la realizzazione del Museo nazionale, una strada operativa e una progettuale. La prima, una volta acquisite le risorse necessarie tramite la finanziaria, potrebbe svilupparsi attraverso la creazione di una specifica Fondazione di partecipazione che coinvolga forze finanziarie culturali e scientifiche. Dal punto di vista progettuale Lombardi ha auspicato la creazione di un asse culturale e scientifico che permetta al museo di analizzare, oltre la semplice ricostruzione storica, anche l’aspetto evolutivo dell’emigrazione italiana, divenendo un osservatorio permanente delle nuove mobilità. Il nuovo centro, oltre a cogliere l’intreccio con i vari aspetti dell’immigrazione, dovrebbe riservare specifiche aree tematiche alle nuove generazioni e alle donne. Lombardi ha anche ipotizzato la realizzazione di un network dei musei regionali e dei centri di ricerca italiani che, nel pieno rispetto delle singole autonomie, venga coordinato, per la programmazione pluriennale di progetti condivisi, da una commissione scientifica con tutti i responsabili dei centri museali . Una rete che avrebbe al centro il nuovo Museo nazionale delle migrazioni e i due complessi museali in via di realizzazione a Genova e Napoli.
ROMA - E’ stato Marco Fedi, deputato eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, a salutare l’apertura dei lavori pomeridiani del convegno dedicato alla creazione di un Museo nazionale delle Migrazioni, svoltosi a Roma il 26 ottobre.
“Quello che mi preme mettere in luce di questa importante iniziativa – ha detto Fedi – è la sua ambizione transnazionale, dal momento che il tema dell’emigrazione, nella sua straordinaria complessità, riguarda tutti. E non parliamo solo di emigrati, ma delle culture, delle tradizioni e delle religioni che un fenomeno come questo chiama in causa nello sviluppo della società contemporanea”.
“E’ importante sottolineare il radicamento di scelte prioritarie di questo tipo – ha aggiunto il parlamentare – proprio in un momento in cui la stessa rappresentanza degli italiani all’estero viene messa in discussione”. Per Fedi comunque le iniziative che si trovano nella legge finanziaria “non sono sufficienti. Occorre pensare – ha aggiunto - ad una iniziativa legislativa più ampia ed ad una più ampia consultazione al fine di elaborare una proposta credibile che sia capace di attrarre tutte le risorse che potrebbero essere necessarie per portare a termine un progetto di questo tipo”.
“Da oggi – ha concluso Fedi – è aperto un ulteriore spazio di riflessione che ci vedrà protagonisti nella realizzazione di questa rete museale”.
A ribadire l’importanza della realizzazione del Museo nazionale delle Migrazioni è stato anche il senatore Claudio Micheloni, eletto nella ripartizione Europa, che ha ricordato, intervenendo ai lavori del pomeriggio, come uno degli obiettivi proposti al momento dell’insediamento del Comitato che si occupa delle questioni degli italiani all’estero del Senato, da lui presieduto, fosse “che l’emigrazione italiana diventi un elemento di studio ed insegnamento nelle scuole”.
“Riscontriamo infatti – ha chiarito Micheloni – una scarsa conoscenza da parte delle giovani generazioni di questo fenomeno che ha profondamente segnato il loro passato. Tutto ciò rende difficile nello stesso Parlamento la comunicazione di quelle che sono le necessità e le problematiche degli italiani all’estero”.
“C’è una frattura tra la prima generazione di emigrati e quelle successive – ha sottolineato –dovuta alla mancata trasmissione delle esperienze. I giovani sono i primi a voler conoscere la propria storia e a voler prendere consapevolezza delle loro radici”.
Micheloni ha ricordato inoltre “la difficile integrazione dovuta al progetto di provvisorietà dell’emigrazione che ha caratterizzato gli emigranti che dall’Italia si sono spostati all’interno dello spazio europeo. Dal momento che parliamo di un fenomeno così complesso – ha concluso – occorre mettere in campo una riflessione più seria sull’emigrazione, una riflessione che comprenda anche la trasformazione avvenuta nei paesi di partenza, le dinamiche economiche e che punti sul legame che milioni di italiani o persone di origine italiana intendono mantenere e alimentare con la cultura italiana”.
Ha concluso il convegno l’intervento di Franco Danieli, vice ministro degli Affari Esteri, il quale ha indicato i passi concreti in programma per la realizzazione del Museo.
“Questo convegno deve essere visto in qualche modo come un momento conclusivo – ha sottolineato Danieli. .– Ci è stato utile per fare una riflessione finale sull’idea che avevamo elaborato da qualche mese. Anche se c’è sempre uno scarto tra il momento dell’ideazione di un progetto e della sua concreta realizzazione, vorrei mettere l’accento sulla rapidità che deve accompagnare questa iniziativa. Considero quindi il tempo dell’analisi terminato. La fase che ora si apre è quella della realizzazione”.
Proprio in considerazione della rapidità della realizzazione Danieli ha sottolineato che “questo non è un museo che dovrà essere costruito, ma che sarà allestito in un spazio preesistente. Le risorse a disposizione sono 2 milioni 800 mila euro, a cui immagino si aggiungeranno di anno in anno contributi da parte dello Stato e contributi da parte di italiani all’estero che si sono già dichiarati disponibili a intervenire in modo considerevole. Il Museo delle Migrazioni considererà l’Italia come una stratificazione delle migrazioni del passato e di elementi che ancora permangono”.
“L’emigrazione di massa italiana si è conclusa 30 anni fa ed ora è arrivato il tempo di dare sistematicità e visibilità al fenomeno, grazie ad un luogo dove sia possibile raccogliere le testimonianze storiche di quello che è stato. La dimensione dei musei locali – ha ricordato il Vice Ministro – è legata alla natura di un fenomeno che così profondamente ha inciso sul territorio, ma è tuttavia necessaria una struttura centrale capace di contribuire alla scientificità dei singoli percorsi che vengono di volta in volta ricostruiti. E’ indispensabile superare la frammentarietà e creare delle reti per superare uno dei problemi più gravi che l’Italia ha: la mancanza di coordinamento. Solo così possiamo evitare di disperdere preziose risorse”.
(Viviana Pansa-Inform)