martedì 14 ottobre 2008

Tagli, ordini del giorno e … democrazia

La discussione sulla legge finanziaria 2009 è stata affrontata in sede consultiva in Commissione Affari esteri della Camera dove abbiamo colto una prima, chiara, indicazione sulla volontà della maggioranza rispetto alle scelte operate dal Governo. La maggioranza sostiene i tagli a tutto il Ministero degli affari esteri ed in particolare a tre direzioni generali – che risultano fortemente penalizzate: la Direzione italiani all’estero e politiche migratorie, la Direzione per la promozione culturale e la Direzione per la cooperazione allo sviluppo.
In Commissione affari esteri il gruppo del Partito Democratico (PD) ha votato contro la manovra economica e contro le scelte del Governo presentando un proprio parere. “In quella sede” – sottolinea l’On. Marco Fedi – “ho dichiarato il mio appoggio alla proposta di relazione illustrata dal capogruppo PD Maran, sottolineando che nel corso del dibattito è stato dato nel complesso poco rilievo ai drastici tagli che sono stati apportati ai capitoli di spesa afferenti al tema degli italiani nel mondo. Ho segnalato il fatto che a fronte di una riduzione del 22% nei trasferimenti ai Ministeri ed alle Pubbliche amministrazioni, in alcuni settori, come gli Esteri, ed in alcune Direzioni generali come quelle citate, si assiste a riduzioni del 60%, quando va bene al 50% ed in alcuni casi all’azzeramento delle dotazioni”. “La Direzione generale italiani all'estero e politiche migratorie è particolarmente colpita con tagli al capitolo n. 3153, relativo ai contributi degli enti gestori i corsi di lingua italiana nel mondo, che passa da 34 milioni di euro a 14 milioni e 500 mila euro, con una riduzione pari a 19 milioni e 626 mila euro. Il contributo per l'assistenza diretta ai connazionali indigenti, ovvero il capitolo n. 3121, passa da 28 milioni e 500 mila euro a 10 milioni e 777 mila euro, con una riduzione pari a 17 milioni e 722 mila euro. Il capitolo n. 3105 per l'assistenza indiretta passa da 2 milioni e 450 mila euro a 1 milione, con una riduzione di 1 milione e 274 mila euro. Il capitolo per le attività culturali, gestito dalla rete diplomatico-consolare, passa da 3 milioni e 450 mila euro a 996 mila euro, con una riduzione di 2 milioni e 454 mila euro. Analoghi drastici tagli vengono operati anche per quanto riguarda gli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero: il contributo per il CGIE passa da 2 milioni e 14 mila a 1 milione e 550 mila euro (-464 mila euro), mentre per i COMITES il contributo passa da 3 milioni e 74 mila a 2 milioni e 540 mila euro (-534 mila euro)”. “La gravità dei tagli è tale che rischia di compromettere la politica estera italiana”. “Il taglio apportato alla Direzione generale italiani all'estero e politiche migratorie ammonta a 50 milioni di euro, mentre le dotazioni della Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale sono decurtate di 92 milioni di euro e quelle della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo subiscono un taglio complessivo di 479 milioni di euro”.
“In sede di discussione sulla legge di bilancio è stato presentato dall’On. Zacchera un ordine del giorno che propone il rinvio delle elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie” – ha ricordato Fedi – passato con il voto contrario del gruppo PD – che sostiene alcune tesi molto “pericolose”. “Si parte dalla difficoltà di reperire risorse – ma questa analisi non tiene conto del fatto che esiste già una previsione di bilancio per il rinnovo di Comites e Cgie – per arrivare ad una ipotesi sul possibile utilizzo delle risorse da destinare ad altri capitoli. “Non vi è però da parte del Governo alcuna indicazione sul possibile recupero dello stanziamento complessivo di 7milioni di euro (6 per i Comites e 1 per il Cgie) che comunque rappresenterebbe davvero una goccia rispetto all’entità dei tagli. Non solo. Il Governo prospetta tagli anche nel 2010 e 2011: fino a quando il Governo intende prorogare i Comites se la logica per chiedere il rinvio è quella dei tagli? Se la logica fosse invece politica, da quando l’esercizio della democrazia è sotteso ai tagli? Che riforma dei Comites si vuole introdurre, visto che sono stati modificati dal Governo Berlusconi nel 2003 con corsia privilegiata, in sede deliberante, ed un ampio consenso parlamentare? Dov’è la proposta di cui discutere? “Abbiamo votato contro l’ordine del giorno poiché lo riteniamo errato nella forma poiché parte da una irreperibilità di fondi che invece è previsione di bilancio. Sostiene poi una tesi sul possibile utilizzo dello stanziamento che il Governo non conferma e l’ordine del giorno non indica poi un percorso politico – nei contenuti e nei tempi – per arrivare alla riforma” – ha ricordato l’On. Marco Fedi.
“Infine il capitolo 3123 – spese per le consultazioni elettorali e referendarie all’estero” – sul quale il sottosegretario Mantica aveva chiesto una nostra riflessione in sede di prima audizione del Comitato per gli italiani nel mondo. La decisione era già stata presa poiché nella tabella 6 del MAE questa voce – che comporta una previsione di 23milioni di euro – è stata soppressa. Ne consegue che non vi sarà la possibilità – in occasione del rinnovo del Parlamento europeo – di votare sui collegi italiani: comunque gli elettori potranno optare per il voto in loco verso i candidati europei della circoscrizione in cui risiedono, e vi sarebbe anche una logica politica in questa scelta, ma sarà preclusa ai cittadini italiani che vivono fuori dai confini nazionali la possibilità di votare per il referendum sulla legge elettorale ed eventualmente sul lodo Alfano. Con la contraddizione che gli iscritti AIRE sono elettori ma la impossibilità di esprimere un voto renderà più difficile raggiungere il quorum necessario affinché il referendum produca effetti. Forse Governo e maggioranza dovrebbero rispondere anche a questi dubbi” – ha concluso l’On. Marco Fedi.

giovedì 9 ottobre 2008




Viviamo un momento amaro della storia d’Italia

Qualcuno di noi – incluso il sottoscritto – si era illuso che tra maggioranza ed opposizione, tra chi sostiene il Governo Berlusconi e chi invece sta dalla parte di Walter Veltroni, cioè di un’opposizione seria, sempre fatta nel merito delle proposte, vi potesse essere un autentico dialogo. Una verifica cioè delle priorità per il Paese, dei punti di accordo e di un piano di riforme: a partire da quelle istituzionali. Veltroni lo ha dimostrato sulla vicenda Alitalia: nonostante la nostra avversione ad un piano costruito tardi e male, ad un uso propagandistico di tutta la vicenda iniziato con la campagna elettorale, al no ad una proposta seria di Air France, parte del piano Prodi, nonostante quindi questi argomenti solidi per dire no al piano Cai, di fronte all’ipotesi peggiore, cioè il fallimento Alitalia, Veltroni facilita una ripresa del dialogo tra la Cgil, i sindacati di categoria e la Cai.
La maggioranza invece di prendere atto di un atteggiamento costruttivo dell’opposizione che fa? Attacca ed offende il leader dell’opposizione. Attacchi che continuano ancora oggi a rete unificate Rai e Mediaset.
Il dialogo tra maggioranza ed opposizione non può essere percepito come una sudditanza o peggio come uno tentativo di limitare il dibattito ai micro-aggiustamenti.
Deve esserci un confronto generale sui grandi temi, anche in Parlamento, poi è possibile guardare anche ad emendamenti migliorativi – senza il capestro del voto di fiducia.
Se è legittimo – infatti – procedere a colpi di decreto quando vi è un’emergenza, non è certo ragionevole evitare la discussione sulla finanziaria o sulla riforma della scuola o sulla prostituzione. Finora il ricorso al voto di fiducia vi è stato su finte emergenze: la giustizia con il lodo Alfano e l’immunità per le più alte cariche dello Stato, la sicurezza con il reato di immigrazione clandestina e l’esercito nelle strade. Danni gravissimi all’Italia ed alla sua immagine nel mondo.
Il Governo Berlusconi continua su questa strada: mette mano alla scuola per tornare al maestro unico nelle scuole elementari e far tornare l’Italia indietro nel tempo e nelle metodologie e modificando ciò che già va bene – anche secondo gli organismi di monitoraggio internazionale! Che senso ha riformare ciò che altri ci invidiano?
E poi vi è la grande questione degli italiani all’estero. È iniziata male con la conversione del decreto 93 sulla salvaguardia del potere di acquisto delle famiglie – che ha sottratto al Ministero degli affari esteri oltre 17milioni di euro destinati alle iniziative per gli italiani nel mondo – ed è continuata malissimo con il mancato recupero in sede di aggiustamento di bilancio e continua nel peggiore dei modi con un taglio prospettato di altri 50 milioni euro per il 2009. Non solo. Anche la promessa di altri tagli nel 2010 e 2011. Con questi tagli si annientano le iniziative per gli italiani nel mondo! Non è possibile parlare in altro modo.
È un fatto grave di cui questo Governo e questa maggioranza debbono assumersi tutte le responsabilità. Noi faremo del nostro meglio in Parlamento per lottare contro i tagli, per fare in modo di affrontare in modo coerente altre questioni come le detrazioni per carichi di famiglie, l’assegno sociale, la cittadinanza, l’esonero dall’ICI, i diritti sindacali del personale a contratto dei consolati, la rete consolare ed altre riforme che ci attendono, a partire dagli istituti di cultura fino alla 153 del 1971 sulla promozione e diffusione dell’italiano all’estero fino alla legge elettorale per il voto all’estero. Ed abbiamo oggi i dati precisi sui tagli proposti (dalla tabella 6 del Ministero degli Affari esteri) che rappresenterebbero, ove confermati, l’annientamento del buon lavoro svolto nella trascorsa legislatura e la fine delle politiche a sostegno delle comunità italiane nel mondo.
Il capitolo 3153 sui contributi agli enti gestori i corsi di lingua italiana nel mondo passerebbe da 34milioni di euro a 14milioni e 500mila (meno 19milioni 626mila). Il contributo per l’assistenza diretta ai connazionali indigenti, capitolo 3121, da 28milioni e 500mila a 10milioni e 777mila (meno 17milioni e 722mila). Il capitolo per l’assistenza indiretta, 3105, passa da 2milioni e 274mila a 1milione (meno 1milione e 274mila)
Il capitolo per le attività culturali, gestito dalla rete diplomatico-consolare, passa da 3milioni e 450mila a 996mila (meno 2milioni e 454mila).
Il contributo al CGIE passa da 2milioni e 14mila a 1milione e 550mila (meno 464mila).
Il contributo ai Comites passa da 3milioni e 74mila a 2milioni e 540mila (meno 534mila). Il capitolo 3106 per le riunione dei Comitati dei presidenti subisce un taglio da 226mila a 170mila euro (meno 56mila).
Lo stanziamento previsto, per questi capitoli per le comunità italiane nel mondo, è pari a 31milioni 553mila euro, i tagli ammonterebbero invece a 41milioni 596mila.

E sulla scuola…

Il decreto sulla scuola elaborato dal ministro dell’Istruzione Gelmini è legge. Il governo ha posto per la sesta volta la questione di fiducia, pur avendo dalla sua una larga maggioranza, palesando così tutto il suo disinteresse per le prerogative e il ruolo del Parlamento. Qualcuno ha definito questo ddl il decreto Gelmini-Tremonti, perché ha l’aspetto di una mannaia sui conti della scuola italiana. Contiene infatti la cifra record di 8 miliardi di euro di tagli da realizzarsi nei prossimi tre anni.
Per l’esattezza salteranno 81mila insegnanti (moltissimi di sostegno ai disabili) e 47mila tra personale tecnico e amministrativo. Vuol dire 150mila posti di lavoro in meno, attraverso il mancato reintegro di chi va in pensione e il blocco delle Ssis (costose ma ormai inevitabili scuole di specializzazione per insegnare). Di concorsi neanche a parlarne…
Diminuendo i docenti le classi supereranno abbondantemente i 30 alunni: altro che qualità dell’insegnamento! Molti plessi scolastici verranno chiusi costringendo le famiglie dei comuni più piccoli ha fare più strada. Sarà inoltre compromesso il tempo pieno, sempre più necessario alle famiglie che lavorano.
E poi il ritorno del maestro unico alle elementari. In un sol colpo si torna indietro di vent’anni. I bambini perderanno una pluralità di stimoli nell’apprendimento e una prima occasione di confrontarsi con la complessità della vita, oltre a rischiare di essere penalizzati: se si ha un cattivo rapporto con l’unica maestra, non si hanno altre chance per essere valorizzati.
Il PDL ha anche presentato un disegno di legge (Aprea) per trasformare gli istituti scolastici in fondazioni: con il pretesto di più introiti e più legame con il mondo del lavoro, in realtà le scuole saranno consegnate alle imprese, le quali versando qualche euro guideranno i nuovi consigli di amministrazione, sostitutivi di quelli di istituto. Al posto di presidi, insegnanti, personale, genitori e alunni, a decidere su un programma, una gita o l’orario settimanale saranno gli imprenditori.
L’impressione è che questa destra che privatizza la scuola pubblica e favorisce quella privata, è capace soltanto di fare il solito muso duro: rimettere il grembiule e il 7 in condotta, addirittura secondo qualche esponente del PDL anche l’Inno di Mameli, l’alzabandiera e la religione cattolica obbligatoria per tutti (alla faccia di oltre mezzo milione di alunni figli di stranieri e della laicità del nostro Stato).
Piuttosto di occuparsi di problemi reali come classi sovraffollate, edifici spesso fatiscenti o non attrezzati, continue revisione delle edizioni dei testi scolastici, obbligo scolastico a soli 16 anni (con il governo Prodi era arrivato a 18), si punta sulla propaganda e sulla demagogia.

mercoledì 8 ottobre 2008

Su "youTube": non si tratterebbe di tagli ma della fine delle politiche a favore delle comunità italiane nel mondo


In sede di Comitato per gli italiani nel mondo della Commissione Affari esteri della Camera, in occasione dell’audizione sulle politiche a favore delle comunità italiane nel mondo, nel rispondere alla relazione del sottosegretario Mantica, ho sostenuto che “in qualità di componente della Camera dei deputati, quindi perfettamente consapevole del mio ruolo in questa sede, vorrei esprimere un giudizio politico molto negativo sui tagli”. Ho dichiarato inoltre che “se da una parte continuiamo a parlare esclusivamente di tagli, che sono reali e concreti, e dall'altra parliamo di un miglioramento nella informatizzazione, di un miglioramento nei rapporti cittadino-Pubblica amministrazione, nella trasparenza amministrativa che si trasferisca automaticamente anche all'estero, ma se tutto questo non ha la stessa concretezza dei tagli e rimane solo una proposta virtuale, rischiamo di creare una situazione di disagio per tutti”.
Oggi abbiamo dati precisi sui tagli. Sappiamo inoltre che la razionalizzazione della rete diplomatico-consolare ha prodotto situazioni di grave difficoltà. Non conosciamo, invece, i progetti, gli impegni e le iniziative tese a rendere efficace ed efficiente il sistema delle relazioni con gli utenti-cittadini dei servizi consolari. Non solo. A fronte dell’idea di razionalizzazione e semplificazione amministrativa – introdotta con il 25bis del 1441bis – abbiamo forti preoccupazioni sugli atti concreti – ministeriali e regolamentari – che daranno attuazione alle nuove procedure, tanto da presentare un apposito ordine del giorno (allegato) che impegna a Governo ad informare tempestivamente il Parlamento sui passi successivi all’approvazione del decreto.
Ed abbiamo oggi i dati precisi sui tagli proposti (dalla tabella 6 del Ministero degli Affari esteri) che rappresenterebbero, ove confermati, l’annientamento del buon lavoro svolto nella trascorsa legislatura e la fine delle politiche a sostegno delle comunità italiane nel mondo.
Il capitolo 3153 sui contributi agli enti gestori i corsi di lingua italiana nel mondo passerebbe da 34milioni di euro a 14milioni e 500mila (meno 19milioni 626mila). Il contributo per l’assistenza diretta ai connazionali indigenti, capitolo 3121, da 28milioni e 500mila a 10milioni e 777mila (meno 17milioni e 722mila). Il capitolo per l’assistenza indiretta, 3105, passa da 2milioni e 274mila a 1milione (meno 1milione e 274mila)
Il capitolo per le attività culturali, gestito dalla rete diplomatico-consolare, passa da 3milioni e 450mila a 996mila (meno 2milioni e 454mila).
Il contributo al CGIE passa da 2milioni e 14mila a 1milione e 550mila (meno 464mila).
Il contributo ai Comites passa da 3milioni e 74mila a 2milioni e 540mila (meno 534mila). Il capitolo 3106 per le riunione dei Comitati dei presidenti subisce un taglio da 226mila a 170mila euro (meno 56mila).
Lo stanziamento complessivo previsto, per i capitoli per le comunità italiane nel mondo citati, è pari a 31milioni 447mila euro, i tagli ammonterebbero invece a 41milioni 596mila.

giovedì 2 ottobre 2008

Dalla “dittatura dolce” al “pensiero unico”, passando per “fare di tutta un’erba un fascio”, per arrivare al consenso disgiunto

Non credo sia mai possibile percepire la dittatura come dolce. Sono convinto che l’Italia di oggi non viva una fase dittatoriale, né dolce né amara. Sono convinto che l’Italia di oggi viva, invece, un momento amaro. Non percepisco un “pensiero unico” anche se, certamente, il pensiero fisso di questo Governo Berlusconi è stato come tagliare pesantemente, dal primo giorno, le risorse per gli italiani all’estero. Dal primo giorno. Non dovevamo attendere l’approvazione della finanziaria per vederlo. Dalla conversione del decreto sulla salvaguardia del potere di acquisto delle famiglie (-17 milioni di euro), dal mancato recupero di risorse in fase di assestamento di bilancio, fino ad una prima finanziaria con un – 27, ed ancora tagli a seguire, promessi già ora fino al 2011. Peccato che qualcuno se ne sia accorto solo oggi. Noi eletti all’estero tra le fila del Partito Democratico lo diciamo e gridiamo dal primo giorno utile, in altre parole da quando abbiamo percepito le reali intenzioni del Governo a maggioranza Popolo della Libertà. Ed abbiamo agito di conseguenza opponendoci sempre ai tagli, sia in Commissione sia in Parlamento. Non accetto quindi richiami qualunquistici ai 18 parlamentari eletti all’estero. Non siamo un fascio! Le responsabilità sono disgiunte. Il Governo decide sui tagli. Il Parlamento sarà la sede di una battaglia durissima in cui la maggioranza che sostiene Berlusconi deciderà, nonostante la nostra fortissima opposizione. In quella sede ognuno faccia le proprie valutazioni sul lavoro di tutti.
Siamo pronti al dialogo sulle riforme. Qualcuno ci dica come, dove e quando e, soprattutto con quali priorità ed in quale direzione. Vorrei ricordare le differenze tra Governo e maggioranza da un lato, ed opposizione dall’altro! Noi abbiamo delle proposte. Istituti di cultura, promozione e diffusione della lingua italiana, legge elettorale e rappresentanza, Comites e Cgie. Ma oggi il vero problema, la contraddizione, sarebbe quella di parlare di riforme senza aver avuto neanche l’opportunità di parlare dei tagli, preventivamente decisi da altri ed a noi solo comunicati. Parlare di riforme, con capitoli di bilancio annientati, mi pare, oltre che una contraddizione, anche un metodo di lavoro offensivo per i soggetti coinvolti. Esistono le condizioni per recuperare qualcosa in termini di risorse? Anche qui, responsabilità disgiunte. Ci dica il Governo come, dove e quando. La preoccupazione è forse il già prospettato ricorso al voto di fiducia? Si costruiscano ora, subito, le condizioni affinché il Governo ne tenga conto. Oltre al recupero rispetto ai tagli prospettati abbiamo l’impegno sulle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero, l’esonero ICI e la questione dell’assegno sociale. Vorremmo rimettere in moto le questioni della sicurezza sociale.
Arriviamo allora alla vera novità di questa prima fase della vita del Governo Berlusconi: il consenso disgiunto. Non importa cosa si faccia in concreto e neanche cosa si proponga, l’importante è che i sondaggi dicano che tutto va bene. Ecco allora che dall’immunità per le più alte cariche dello Stato si passa ai Ministri. Ecco che la maggioranza deve scegliersi anche il rappresentante dell’opposizione – come per le Commissioni di vigilanza. Ecco che all’improvviso, oggi, qualcuno cerca di metterci tutti e diciotto nella stessa barca. Quando invece il centro destra, in occasione di due leggi finanziarie targate maggioranza Prodi, nonostante gli aumenti considerevoli previsti per gli italiani nel mondo, non aveva fatto altro che attaccare il Governo. Uniti dai tagli e dall’emergenza, qualcuno dirà. L’esperienza però insegna che in questi casi è vero il contrario e ciascuno è chiamato a fare il meglio, ed anche di più, in casa propria.
Non sono molto bravo a capire cosa si celi dietro le cose dette, meno ancora tra le cose non dette. Immagino che, se l’editoriale a firma Ferretti fosse un appello all’unità per raggiungere l’obiettivo di limitare i danni, sarebbe stato opportuno farlo anticipare da una riflessione anche del gruppo dei Parlamentari del PdL, non solo dalle pagine de l’Italiano. Se invece si trattasse di un primo esempio di dissenso congiunto al nostro, costituirebbe un primo segnale di risveglio in casa PdL.

sabato 27 settembre 2008

I tagli del governo agli italiani all'estero: "73, 80, 53, tombola!"

“Sono questi numeri la sostanza, i milioni di euro, dei capitoli tradizionalmente rivolti alle comunità italiane nel mondo delle 6 ultime leggi di bilancio, indicate dal sottosegretario Mantica durante l’audizione in sede di Comitato per gli italiani all’estero della Commissione Affari esteri della Camera” – ha dichiarato l’On. Marco Fedi. “Rappresentano il passaggio dall’era della stabilizzazione, che di fatto attestava i capitoli sui 73 milioni di euro, insufficienti a coprire le esigenze reali delle comunità italiane all’estero, vista l’erosione dovuta al costo della vita, alla breve stagione del considerevole aumento realizzatosi durante il Governo Prodi, fino ai tagli proposti nella finanzia per il 2009 dal Governo Berlusconi. A cui seguiranno altri tagli – sempre secondo le dichiarazioni di esponenti del Governo” – ha ricordato l’On. Fedi.
“Un taglio di oltre 20 milioni di euro ai capitoli direttamente destinati alle iniziative per gli italiani all’estero rischia di determinare proprio quella spirale di arretramento della spesa per le politiche migratorie che avevamo denunciato, anche dopo i tagli già apportati dalla conversione del decreto sulla salvaguardia del potere di acquisto delle famiglie. È preoccupante anche la scelta politica di apportare tagli senza fare riforme” – ha sottolineato Marco Fedi.
“Siamo sempre stati pronti al confronto con la maggioranza e con il Governo rispetto alla necessità di fare le riforme. Siamo pronti al dialogo. Naturalmente faremo opposizione forte ai tagli, ci opporremo alle proposte che non condividiamo e che non vanno – a nostro giudizio – in direzione di dare dignità e credibilità al sistema Italia all’estero. Siamo pronti a lavorare sui punti concreti rispetto ai quali sarà possibile trovare un accordo con la maggioranza e con il Governo, a partire dalla riforma degli Istituti di cultura, della promozione e diffusione della lingua italiana fino alla riforma elettorale. Vanno indicate le priorità. Per fare le riforme, ricordo a tutti, dobbiamo avere anche Comites e Cgie che siano in carica con pienezza di mandato” – ha concluso l’On. Marco Fedi.

giovedì 25 settembre 2008

La virgola

Preoccupante il moltiplicarsi degli episodi di razzismo, xenofobia e violenza

Due settimane fa a Milano è stato ucciso un cittadino italiano di colore, Abdul William Guibre. Un padre e un figlio l’hanno finito a sprangate al grido di “sporco negro” perché forse avrebbe rubato dal loro bar un pacchetto di biscotti.
In un delirio auto-assolutorio il governo e i principali media hanno parlato di un episodio isolato e hanno assicurato che la società italiana è immune dal razzismo. Come a dire: la xenofobia non c’entra, ma solo il bisogno di sicurezza, spinto fino al paradosso dell’illegalità di farsi giustizia da soli, in modo bestiale. Mi sembra che siamo all’ipocrisia conclamata. Alla menzogna reiterata che vuole giungere a sostituirsi alla realtà dei fatti per ragioni strumentali e ciniche di interesse politico.
Se sfogliassimo insieme i giornali degli ultimi mesi, troveremmo una serie raccapricciante di “episodi isolati”. Rimaniamo ai fatti principali, quelli che la stampa non ignora.

Il 13 maggio 2008 il campo rom di Ponticelli è stato incendiato dalla popolazione del quartiere, sull'onda della falsa informazione che una zingarella avrebbe tentato di rapire una bambina.
Il 24 maggio 2008, a Roma nel quartiere Pigneto, un negozio gestito da residenti bengalesi e pakistani è stato devastato a mazzate da un commando di italiani con il sostegno di alcuni residenti che applaudivano.
Il 20 agosto 2008 Assunçao Bonvindo Mutemba, giovane angolano di 24 anni, è stato picchiato a sangue all'uscita di una discoteca genovese con la sola giustificazione che egli aveva la pelle nera.

Questi i fatti più gravi di razzismo etnico, a cui potremmo aggiungere le ronde dei residenti italiani in alcune città, rivolte contro immigrati e prostitute, con la complicità spesso dei governi locali.
Oppure gli episodi di intolleranza contro gli omosessuali culminati nella devastazione di un circolo gay della capitale. Oppure l’assassinio da parte di giovani neofascisti di Nicola Tommasoli, la notte del 1° maggio 2008, picchiato a morte per il suo aspetto (aveva i “capelli lunghi”).
Come per Abdul William Guibre, anche nel caso di Nicola, si è parlato di una rissa per futili motivi e non di un’aggressione, e la derubricazione mediatica (sarebbe più grave bruciare delle bandiere in una manifestazione) arrivò allora dal presidente della Camera Fini – oggi riscopertosi antifascista dopo che i suoi colonnelli Alemanno e La Russa lo avevano messo in imbarazzo lodando il ventennio mussoliniano e le truppe di Salò affiliate alle SS.
È allora giunto il momento di fermarci a riflettere, mettendo da parte gli istinti e mantenendo salda l’indignazione.
Non è più possibile continuare – come hanno fatto le forze delle destra oggi al governo – a sfruttare cinicamente il tema della tutela sacrosanta della sicurezza dei cittadini come maglio per ottenere consenso e infangare l’avversario politico. Infatti, si è venuto a sviluppare una pericolosa equazione tra devianza sociale e differenza etnica e non solo (ancor più che immigrazione). Questo clima, assecondato dalla grande stampa, ha sballato le percezioni dell’insicurezza nei cittadini, facendo loro perdere di vista il fatto che in Italia i reati penali sono statisticamente meno che nel resto dell’Occidente. Ma soprattutto ciò ha condotto a un’atmosfera malata di razzismo e diffidenza, che ha costituito l’alibi per quei criminali – questi sì – che hanno fatto ricorso alla violenza per farsi giustizia fuori dalla legge e dalle istituzioni democratiche.
È urgente spezzare questa spirale. L’appello è al governo e ai media perché facciano un passo indietro. E a noi tutti, a mobilitarci per un Paese più civile.
Per una vera politica dell’integrazione

Le cronache di tutti i giorni ci parlano con grande insistenza di casi e situazioni che riguardano i problemi legati alle migrazioni e alla presenza di persone straniere all’interno delle nostre comunità. In genere, soprattutto per una colpevole responsabilità della politica e dei media, accade che gli stranieri facciano notizia o siano usati come argomento del dibattito pubblico solo per comportamenti di devianza sociale. Si è istituito un perfido binomio che lega il tema dell’insicurezza sociale a quello dell’immigrazione, non badando neanche alla verifica dei dati statistici e non distinguendo mai tra regolari e clandestini, come anche sulle ragioni spesso ingiuste o involontarie per cui molti si trovano a essere sans papier.
Questo atteggiamento, talvolta studiato strumentalmente, finisce tuttavia per mettere nell’ombra un intero universo di singoli individui o di intere famiglie che vengono nei nostri Paesi per vivere, lavorare, studiare onestamente, producendo benessere materiale e arricchendo il nostro paesaggio culturale. Anzi, mi sento di dire che questi ultimi – come è accaduto per gli italiani emigrati nel Novecento – sono la maggioranza, se non la quasi totalità, degli immigrati.
Nonostante ciò, una volta rotto il binomio di cui parlavo, occorre comunque non eludere il tema dell’integrazione sociale degli immigrati. Infatti, anche in presenza di comportamenti del tutto regolari e leciti, gli immigrati – chiunque essi siano, da qualsiasi Paese provengano – incontrano degli inevitabili problemi nell’adattarsi al nuovo ambiente di vita. Hanno spesso lacune di natura linguistica, hanno difficoltà a trovare o a regolarizzare la loro posizione lavorativa, devono risolvere la questione abitativa, talvolta hanno problemi di salute che nei loro luoghi di origine non hanno curato, e a prescindere da tutti questi disagi materiali riscontrano spesso dei conflitti culturali legati a usi, tradizioni, religioni diverse.
Ora, le migrazioni ci sono sempre state nella storia dell’umanità. Oggi viviamo nella cosiddetta epoca della globalizzazione, per cui si dice che il mondo è diventato sempre più piccolo ed è facilissimo spostarsi rispetto al passato. Per di più, questa nostra fase storica ha conosciuto un aumento delle disuguaglianze economico-sociali nel mondo che ha ulteriormente incentivato le migrazioni. Non possiamo quindi eludere questo tema facendo finta che non esista o peggio alzando barriere sempre più elevate che chiuderanno noi in un fortino fino a quando qualche disperato non riuscirà a entrarci lo stesso.
È quindi un compito dei Paesi che accolgono questa emigrazione, quello di lavorare al meglio perché ci sia reale integrazione. E non solo per ragioni etiche e solidaristiche, ma appunto perché lungimiranza vuole che si faccia un investimento su dei potenziali nuovi cittadini in grado di dare il loro contributo alla crescita delle nostre società.
Alla luce di queste riflessioni, ho da tempo maturato un profondo interesse per le politiche dell’integrazione. Voglio essere sincero: questo interesse è cresciuto in maniera proporzionale a un clima di intolleranza e di xenofobia che è purtroppo il peggiore dei vincoli a ogni seria politica integrativa. Ma non possiamo arrenderci. Oltre a contrastare sul piano informativo e culturale tendenze così deleterie, purtroppo spesso coccolate dalle destre di governo, dobbiamo continuare a impegnarci perché alcune conquiste si realizzino anche sul piano pragmatico e legislativo. Mi limiterò ad alcune proposte.
La prima evidenza è che nessuna governance dell’immigrazione è possibile in assenza di risorse economiche. A tal proposito, anziché distrarre fondi nello sforzo demagogico di reprimere l’immigrazione costruendo sempre più centri di permanenza temporanea e spendendo sempre di più per voli di espulsione, si dovrebbe invece regolare a monte il regime dei flussi aumentando gli accordi di collaborazione con i Paesi da cui partono i cosiddetti “viaggi della speranza”, tante volte finiti in tragedia. Sono stati i governi di centrosinistra i primi a sperimentare con successo tale soluzione con l’Albania, sul finire degli anni novanta. E se oggi darà frutto l’accordo con la Libia non sarà merito di Berlusconi, ma del lungo percorso diplomatico che l’attuale premier ha ereditato dal governo Prodi che lo ha preceduto. La cooperazione deve essere inoltre intrecciata tra tutti i Paesi dell’Unione europea, sia quelli mediterranei che sono il primo punto di approdo che quelli continentali e nordici dove arrivano molti dei migranti. Occorrono politiche comuni non solo e non tanto nell’ambito repressivo del fenomeno, ma anche in quello gestionale e integrativo. Non si comprende infatti perché l’Italia dell’attuale governo non voglia equipararsi agli standard di intervento sociale sviluppati da molti altri Paesi europei di più lunga tradizione nell’accogliere l’immigrazione, come Germania, Francia o Gran Bretagna, ma anche le realtà scandinave.
Liberare risorse economiche dalla repressione e dall’espulsione di massa vorrebbe dire la possibilità di assicurare servizi di prima accoglienza come la tutela sanitaria minima, la consulenza nella ricerca dell’alloggio e del lavoro (per evitare la caduta nel sommerso o nella criminalità), il supporto linguistico, completando ciò con un serio intervento anche nell’ambito dell’integrazione culturale nel tessuto della comunità ospitante.
Questi servizi esistono solo in parte in Italia e vengono forniti in maniera incostante sia per distribuzione geografica che per durata temporale. Manca del tutto omogeneità nelle politiche dell’integrazione promosse dai soggetti pubblici, a livello centrale e periferico: la riforma Amato-Ferrero le avrebbe potuto in parte sanare, se non fosse stata accantonata dal nuovo governo.
Occorrerebbe quindi uno sforzo attento di coordinamento e di monitoraggio sull’insieme delle strutture e delle istituzioni addette al governo dei flussi e dell’integrazione: l’ideale sarebbe la costituzione di un Agenzia centrale come esiste in molti Paesi, ma se necessario in Italia si può passare attraverso la riforma o la costituzione di organismi ad hoc.
Infine, spero che non venga abbandonato neanche il lavoro nella precedente legislatura fatto sulla riforma della legge sulla cittadinanza. Essa consentirebbe la riduzione sacrosanta dei tempi di attesa per ottenere la cittadinanza italiana, da dieci a cinque anni, per quelle persone immigrate che vivono regolarmente in Italia, lavorando e contribuendo, non solo sotto il profilo economico ma anche sotto quello sociale e culturale. Senza costi aggiuntivi, la riforma potrebbe inoltre favorire l’inserimento degli stranieri anche nell’ambito della partecipazione alla vita politica nazionale, vero traguardo simbolico del processo integrativo. Analogamente spero che la questione altrettanto importante del voto amministrativo trovi il necessario consenso tra le forze politiche affinché anche su questo tema di partecipazione per chi lavora, paga le tasse e contribuisce a migliorare il territorio, si possano superare barriere demagogiche e trovare soluzioni simili a quelle di tanti altri Paesi dove i residenti votano alle elezioni amministrative.
Concludo annunciando la presentazione di una proposta di legge che punti a costituire un organismo a rete in grado di coordinare e favorire studio, ricerca, proposta e monitoraggio, di tutte le politiche messe in campo sui temi dell’integrazione e della multiculturalità, anche a livello periferico.