giovedì 11 luglio 2013

Proposta di legge Fedi sulla cittadinanza in I Commissione


ROMA\ nflash\ - Anche la proposta di legge dell’onorevole Marco Fedi (Pd) "Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n.91, in materia di riacquisto della cittadinanza" è stata assegnata alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, dove già sono state incardinati i testi di Bueno, Merlo e Borghese (Misto - Maie). Sottoscritta da tutti i colleghi eletti all’estero del Pd – Porta, La Marca, Garavini e Farina – e dalla deputata di Scelta Civica Fucsia Nissoli, oltre che da Rosato, Valente, Benamati e D'Incecco, la proposta di legge dovrà essere sottoposta al parere della Commissione Bilancio. Due gli articoli che compongono il testo, volto a consentire il riacquisto della cittadinanza alle donne sposate con uno straniero ante 1948 e agli italiani all’estero che hanno dovuto rinunciarvi perché costretti dalle leggi del paese di residenza. Di seguito il testo degli articoli. (nflash)

lunedì 8 luglio 2013

ON. MARCO FEDI FORUM DEL PD IMMIGRAZIONE - Sabato 6 luglio 2013

Questa legislatura sembra essersi avviata all’insegna di una diversa sensibilità verso i molteplici e complessi problemi d’integrazione che gli italiani debbono affrontare, sia dentro che fuori dai confini nazionali. Sin dal voto di fiducia al nuovo Governo, il Presidente Letta, in un breve ma significativo passaggio, ha dichiarato la volontà di valorizzare la presenza dei “nuovi italiani ” e di far tesoro della risorsa costituita dai 4 milioni e mezzo di cittadini italiani che vivono all’estero, senza contare i sessanta milioni di italo-discendenti presenti in diverse parti vitali del mondo.
Noi eletti all’estero, poi, non abbiamo mancato di sottolineare il valore, non solo simbolico, ma politico culturale ed etico, della nomina di un migrante a Ministro dell’integrazione. Mi permetto di dire, anche in relazione alle scomposte reazioni che questa decisione ha suscitato, che il fatto che alcuni rappresentanti istituzionali degli emigrati italiani abbiano pubblicamente condiviso questa decisione e riconoscano nel Ministro Kyenge un interlocutore serio e positivo per diverse questioni riguardanti le comunità italiane all’estero, sia un segnale da non minimizzare dei cambiamenti culturali e politici che stanno avvenendo in questo campo. Tuttavia, non ci siamo fermati ai messaggi.

Integrarsi – lo sappiamo bene noi che l’abbiamo dovuto fare nelle nostre società di insediamento – significa intraprendere nuovi percorsi sociali, stabilire nuove relazioni, misurarsi con altre culture e altri modelli di vita, ma anche individuare interlocutori istituzionali con cui dialogare e trovare risposte a problemi concreti e impellenti. Da parlamentari quali siamo, con un forte radicamento nelle comunità italiane all’estero ma “senza vincolo di mandato”, come recita la Costituzione, abbiamo cercato di sostanziare questa prospettiva di lavoro sull’integrazione con una serie di atti che tengano conto delle esigenze che si manifestano sui due versanti, quello dell’emigrazione e quello dell’immigrazione. Abbiamo dunque avanzato proposte sul tema della cittadinanza e su quello del rilancio delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale con paesi nei quali sono presenti comunità italiane e dei quali ospitiamo non meno importanti comunità, sul tema della formazione dei giovani ad una cultura dell’integrazione mediante l’insegnamento multidisciplinare dell’emigrazione nel quadro delle migrazioni contemporanee e sulla trasformazione del Museo dell’emigrazione italiana in Museo delle migrazioni, sulla creazione di una sede istituzionale di partecipazione degli stranieri in Italia e sui delicati problemi previdenziali che riguardano sia gli emigrati che gli immigrati.
Crediamo, comunque, che dobbiamo riflettere insieme sull’opportunità di dare sviluppo, almeno sugli aspetti che si prestino a farlo, a questo lavoro comune sui due versanti che ci interessano. Non è mancata in passato qualche voce dubbiosa, nel senso di considerare più proficuo una distinzione nel modo di lavorare e nella ricerca di soluzioni specifiche, per gli italiani all’estero e per gli stranieri in Italia. La nostra idea è che, in un paese come l’Italia che ha sacche piuttosto ampie di resistenza al mutamento sociale e culturale, anche per l’incidenza della crisi che acutizza i problemi aperti, sia opportuno costruire insieme il campo della cultura e delle pratiche dell’integrazione. Non si tratta di fare semplicistiche assimilazioni tra gli italiani all’estero e gli stranieri in Italia né di perdere il senso della specificità dei problemi da affrontare, entrando in una dimensione di generiche affermazioni di principio in cui tutti i gatti diventano bigi.


Si tratta di riportare a galla, invece, quella cultura della mobilità che ha attraversato molte generazioni di italiani e dimostrare con i fatti che il contributo che i nostri connazionali hanno dato allo sviluppo e alla modernizzazione di intere aree del pianeta, altri oggi lo possono dare a noi, aiutandoci a superare la grave crisi che attraversiamo. Sul piano etico, poi, noi possiamo aiutare gli italiani a convincersi che non è giusto fare agli altri quello che gli altri hanno fatto a noi, dal razzismo all’emarginazione, dallo sfruttamento all’insicurezza e alle tragedie sul lavoro, dalla selezione scolastica dei ragazzi immigrati al non riconoscimento delle competenze e del merito.

Ci auguriamo che questa volontà di intrecciare le nostre energie e di concorrere allo sviluppo di un unitario, anche se articolato processo di integrazione, sia condivisa anche da voi. Anche perché ci sono serie questioni che dentro e fuori dal Parlamento ci impongono un confronto immediato. Ad iniziare dal tema della cittadinanza. Non abbiamo avuto alcuna esitazione, noi parlamentari del PD eletti all’estero, a sostenere con convinzione il proposito del Ministro Kyenge e di componenti politiche importanti, di attualizzare con realismo e umanità le forme di concessione della cittadinanza agli stranieri, a partire dai ragazzi che nascono in Italia. Alle vestali dello jus sanguinis, che pure per gli italiani all’estero è il principio guida del riconoscimento della loro cittadinanza, abbiamo ricordato che milioni e milioni di italiani sono diventati cittadini di altri paesi perché hanno potuto godere dello jus soli riconosciuto da nazioni che, in conseguenza delle migrazioni internazionali, sono diventate tra le più moderne e potenti del mondo. Anzi, ci sembra arrivato il momento di rilanciare in termini generali il confronto culturale e giuridico sulla cittadinanza, non pretendendo banalmente di sostituire un principio all’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ma interrogandosi seriamente sul modo come cercare un equilibrio tra lo ius sanguinis e lo jus soli, adeguato ai tempi e alla realtà di un Paese come l’Italia che ormai ha nel suo territorio tante persone di origine straniera quanti cittadini residenti oltre i confini.
Sul piano normativo, non si possono avere più remore a rimettere mano, con serietà e senza permissivismo, alla legge sulla cittadinanza del ’92. Si tratta di fare oggi l’operazione di inquadramento giuridico e culturale che si fece vent’anni fa rispetto alla vecchia legge del 1912. Il passo più importante da compiere è quello che altri nostri partner hanno fatto da anni, vale a dire adeguare la normativa alla transizione sociale avvenuta negli ultimi decenni a seguito delle migrazioni. Voglio dire, però con sincerità che sarebbe per noi deludente se in una materia tanto delicata si operasse per compartimenti stagno e in un’ottica di pura emergenza, limitandosi a dare risposte parziali alla questione della cittadinanza e mutilandola di alcune sue articolazioni. Pensiamo, in concreto, che contestualmente alle decisioni che si andranno a prendere per la concessione della cittadinanza a chi è in Italia, non si possano eludere situazioni altrettanto urgenti attinenti alla condizione degli italiani all’estero. Mi riferisco a due aspetti, che mi limito ad accennare. Il primo si riferisce alle donne che hanno perduto la cittadinanza senza colpa per avere sposato uno straniero e non la possono trasmettere ai loro figli. Anzi, dopo alcune sentenze che hanno eccepito l’incostituzionalità di tale privazione, l’hanno potuta trasmettere ai figli nati dopo l’entrata in vigore della Costituzione, non a quelli nati prima. Sicché, in una stessa famiglia, alcuni figli di una stessa madre sono cittadini, altri non lo sono.

Una sentenza della Cassazione ha consentito di superare questa aberrazione sul piano giurisdizionale, non su quello amministrativo perché manca una banale modifica della legge. Temiamo che procedere nella direzione della concessione della cittadinanza ai figli di stranieri, com’è giusto che avvenga, senza rimuovere questa contraddizione che pesa sui figli degli italiani possa offrire pretesti a chi li cerca per non farne niente.
Un secondo aspetto non più rinviabile è quello riguardante gli italiani che, emigrati in altri paesi, si son dovuti naturalizzare per ragioni di lavoro. Essi sono nati in Italia e vorrebbero morire italiani, ora che è consentito quasi ovunque la duplice cittadinanza. E’ giusto negargli questo riconoscimento?

Prima di concludere, vorrei accennare ad un’altra proposta, da me avanzata assieme agli altri colleghi del PD eletti all’estero, che vi riguarda direttamente. Riflettendo sul laboratorio australiano, che conosco bene, abbiamo proposto l’istituzione di un Consiglio nazionale per l’integrazione e il multiculturalismo. L’intento è quello di stabilizzare e dare continuità alle politiche dell’integrazione creando una sede riconosciuta istituzionalmente nella quale si possano elaborare proposte e realizzare un coordinamento pi ù efficace di tali politiche, con la partecipazione degli stessi immigrati tramite le loro associazioni.


Oltre a svolgere attività consultiva di vari organismi e a contribuire alla elaborazione della legislazione in materia, il Consiglio si può dotare di un osservatorio capace di monitorare le modalità di integrazione e lo sviluppo del multiculturalismo in Italia. Anche in questo caso, ci ha aiutato a capire e a individuare qualche soluzione l’esperienza fatta nel percorso di costruzione della rappresentanza degli italiani all’estero per aprire spazi di partecipazione.
Non ho più il tempo per accennare ad altre iniziative, in corso o possibili. In conclusione vorrei ribadire la fecondità di un impegno comune per l’integrazione sostanziato di esperienze vissute dagli italiani in paesi stranieri e da stranieri in Italia. Sarebbe certamente utile per contenere e ridurre il provincialismo che ancora irretisce certe posizioni politiche e la stessa opinione pubblica su queste cose, e per temperare pregiudizi e resistenze. Per quanto ci riguarda come parlamentari eletti all’estero, spesso ci sentiamo ripetere che la nostra presenza si rivelerà feconda solo se riuscirà a diventare un valore aggiunto per il Parlamento e per l’opinione pubblica. Ebbene, ci piacerebbe aggiungere valore alla democrazia italiana soprattutto nel campo della cultura e delle buone pratiche di integrazione, riportando in Italia il meglio delle esperienze che gli italiani hanno vissuto come emigrati e come “nuovi cittadini” di importanti paesi del mondo.

martedì 2 luglio 2013

MARCO FEDI (PD): NEL NUOVO DISEGNO COSTITUZIONALE RIPARTIAMO DALL’EFFETTIVITA’ DEL VOTO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO




Il parlamentare eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania è intervenuto al seminario organizzato dalla School of Government della LUISS. Presente il sen. Giacobbe e i professori D’Alimonte e Lupo


“L’esercizio in loco del diritto di voto merita una definitiva collocazione costituzionale e  istituzionale in un quadro di regole condiviso. La circoscrizione Estero è stata una risposta concreta, possiamo ripensarla, ma dobbiamo salvaguardare pienamente il principio dell’effettivo esercizio del voto dei cittadini italiani residenti all’estero”.
E’ questa l’affermazione centrale dell’intervento che l’on. Marco Fedi ha fatto nel corso di un seminario sul voto italiano all’estero svoltosi venerdì 29 luglio presso la School of Government della LUISS. L’occasione è stata data dalla presentazione del libro di Simone Battiston e Bruno Mascitelli: Il voto italiano all’estero: riflessioni, esperienze e risultati di un’indagine all’estero (Firenze University Press, 2012). All’incontro sono intervenuti, oltre agli autori e ai parlamentari Fedi e Giacobbe, eminenti studiosi come il prof. Roberto D’Alimonte e il prof. Nicola Lupo.

“Non possiamo accettare diritti e doveri dimezzati. Per troppo tempo il diritto di voto degli italiani all’estero è stato puramente virtuale perché quasi nessuno poteva tornare in Italia per votare. La circoscrizione Estero e il voto per corrispondenza, sia pure con limiti e contraddizioni, hanno appianato questo deficit di democrazia. Oggi, se i rappresentanti degli italiani all’estero fossero esclusi dalla Camera riformata, che vota la fiducia al Governo, ritorneremmo ad un sistema di voto parziale”.

Con questa considerazione ha concordato il prof. D’Alimonte che ha affermato che l’effettività del voto deve essere assicurata. Egli, però, in linea con sue precedenti posizioni, vede come possibile il voto sui collegi italiani, che risolverebbe anche la questione di un diritto-dovere già oggi dimezzato a causa del fatto che il voto espresso all’estero non concorre al premio di maggioranza. L’attuale normativa, ha aggiunto D’Alimonte, è poi deficitaria nel senso della impossibilità materiale di alcune aree del mondo, come l’Africa, l’Asia e anche alcune aree d’Europa, di poter mai esprimere una rappresentanza.

“C’è un’altra riflessione da fare”, ha proseguito Fedi. “Deputati e Senatori eletti nella circoscrizione Estero, nata come strumento attuativo dell’esercizio in loco del diritto di voto, rappresentano una grande opportunità per l’Italia. Offrono un legame diretto con le comunità nel mondo, garantiscono un collegamento politico, sociale ed economico con le società di emigrazione, consentono immediatezza nel confronto con le legislazioni di altri Paesi e raccordano la presenza organizzata dei partiti italiani nel mondo con la rete delle forze politiche e sociali dei Paesi di residenza delle nostre comunità”.

La circoscrizione Estero – ha ammesso il prof. D’Alimonte – può rappresentare effettivamente un’opportunità se i parlamentari in essa eletti saranno in grado di diventare un valore aggiunto per il Parlamento e per l’Italia.

In conclusione, l’on. Fedi ha manifestato il proposito di organizzare un incontro, assieme agli altri eletti all’estero del PD, sul valore aggiunto che la rappresentanza dell’estero può arrecare sul piano sociale, economico e politico. 

lunedì 1 luglio 2013

Voto estero, Fedi e Giacobbe (PD): “I difetti della legge frenano l’affluenza”




Roma, 28 giu – “Il rischio di pagare l’Imu sulla prima casa e di perdere l’assistenza sanitaria allontana molti italiani all’estero dal voto”. Il commento è di Marco Fedi, parlamentare del Partito democratico che ha partecipato, insieme al senatore Francesco Giacobbe (entrambi eletti nella circoscrizione Estero e residenti in Australia), al seminario sul voto degli italiani all’estero tenutosi oggi alla School of Government della Luiss. L’occasione per l’incontro è stata data dalla pubblicazione in italiano del libro di Giuseppe Battiston, presente all’incontro, e di Bruno Mascitelli “Il voto italiano all’estero: riflessioni, esperienze e risultati di un’indagine all’estero”. In rappresentanza dell’università erano presenti i professori Nicola Lupo e Roberto D’Alimonte. I temi principalmente trattati sono stati quelli delle problematiche dell’attuale legislazione sul voto estero e sulla cittadinanza, introdotti dai dati presentati da Battiston: 60-70 milioni di oriundi italiani nel mondo, titolari di diritto di cittadinanza anche grazie ad avi di sesta o settima generazione, a cui si contrappongono gli iscritti all’Aire, più di quattro milioni nel 2011, in aumento più grazie alla legge per la cittadinanza che per l’emigrazione. Di questi ultimi ha votato alle ultime elezioni il 31%, un dato in calo rispetto al 38% del 2008. Fedi imputa il dato alle difficoltà causate dall’attuale legislazione, dall’Imu all’assistenza sanitaria, che rischia di esser persa nei Paesi che non hanno convenzioni con l’Italia: “Noi pensavamo di rendere obbligatoria la registrazione per il voto estero, ma abbiamo incontrato resistenze”. L’importante per Fedi è che “si faccia una scelta definitiva sulla circoscrizione estero”. Un discorso reso ancora più attuale dai lavori della commissione sulle riforme costituzionali, che potrebbero influire pesantemente sulla sua struttura: “Non siamo sicuri che verrà mantenuta, se la riforma si farà”. Il parlamentare si è anche espresso sulla riforma della cittadinanza: “Io sono a favore dello Ius Soli, ma mantenendo anche lo Ius Sanguinis: bisogna ripensare una convivenza ragionevole tra i due principi”; tutto ciò non senza porre limiti: “E’ assurdo che chi ha un trisavolo italiano prenda la cittadinanza, magari solo per poter entrare nell’Unione Europea”. Giacobbe è sulla stessa linea d’onda: “Il dibattito sullo Ius Soli o Sanguinis è anacronistico, ora ha senso parlare più di partecipazione alla cittadinanza”. Un concetto che è alla base del suo pensiero: “L’importanza del voto di rappresentanti italiani all’estero può stare nel rapporto che questi hanno con le comunità”, viste dal senatore come risorse importanti: “Gli italiani all’estero possono favorire l’inserimento delle Pmi in altri Paesi, grazie anche alla mediazione dei loro rappresentanti in Parlamento”. Un discorso che Giacobbe estende agli scambi tra giovani professionisti, quale modo per migliorare le professionalità italiane e per espandere l’immagine dell’Italia nel mondo. Il pensiero del senatore è andato anche al funzionamento della legge sul voto: “Fuori vanno considerate le cause naturali, gli scioperi, gli errori nelle liste Aire per spiegare la bassa partecipazione al le urne”. A ciò aggiunge che “nell’ultima legislatura i rappresentanti italiani non si sono mai visti all’estero; questo causa sfiducia”. Nonostante ciò per Giacobbe i cittadini all’estero hanno votato meglio di chi è in Italia: “La riflessione è stata più obiettiva che nel Paese, anche grazie all’assenza del voto di scambio”. Al termine della conferenza è intervenuto Massimo Scialla, autore della post-fazione del libro di Battiston e Mascitelli: “Non bisogna ignorare gli studenti Erasmus, i ricercatori e tutti quegli italiani residenti temporaneamente all’estero che di fatto non possono partecipare al voto”. Un tema sul quale Fedi ha dichiarato che esiste una proposta di legge alla Camera, a firma Meloni, ma che ancora non porta una risposta definitiva sull’argomento “che è molto più complesso di quanto non sembri; servono degli strumenti nuovi, indipendenti dall’Aire”. (Lap)

mercoledì 19 giugno 2013

FEDI (PD): Sbagliata ed inutile la polemica del MAIE

Evidentemente esiste una tendenza, diffusa tra tanti, a introdurre nella discussione politica elementi divisivi legati alle appartenenze e scollegate dal merito delle questioni. Sull'emendamento Bueno, votato e bocciato con 35 voti favorevoli, 345 voti contrari e 123 astenuti, nell'iter di conversione in legge del decreto-legge 21 maggio 2013, n. 54, ci siamo astenuti e non abbiamo votato contro, semplicemente perché abbiamo ritenuto utile porre la questione all'attenzione del Parlamento. L'emendamento è sbagliato nella forma perché introduce la sospensione del versamento senza aver raggiunto l'equiparazione, in altre parole sposta nel tempo il problema che dovrà poi essere risolto nella riforma. Sbagliato nella sostanza perché introduce una sospensione di un versamento unicamente per i Comuni che non hanno già provveduto alla equiparazione senza dare risposta alle tante situazioni in cui esistono difficoltà interpretative legate alla residenza AIRE del possessore l'abitazione e la dislocazione in un diverso Comune AIRE. Su questo punto l'emendamento avrebbe dovuto semplicemente prevedere la sospensione per tutti in attesa della riforma. Ma su questo tema, come detto prima, il PD ha deciso di affidarmi alla riforma e di evitare confusione in un momento in cui abbiamo bisogno di serietà e chiarezza. 
È sufficiente, infatti, leggere l'emendamento Bueno per rendersi conto che la formulazione non afferma il principio cardine della equiparazione tra abitazioni principali. Principio sul quale dobbiamo lavorare insieme se vogliamo raggiungere un risultato politico positivo per gli italiani all'estero. Occorre però unire tecnica e politica e tenersi alla giusta distanza dalla demagogia. Affermare un diritto non può essere mai confuso con l'assistenzialismo. Non ci rimettiamo alla bontà del Governo ma abbiamo la responsabilità di convincere le aule parlamentari delle nostre ragioni. Gli italiani all'estero non debbono restituire proprio nulla. Possiamo ricordarlo ai parlamentari del MAIE?

On. Marco Fedi

FEDI (PD): IMU, impegnare il Governo in vista della riforma.


“I deputati del PD eletti all'estero si sono astenuti sull'emendamento Bueno perché ritengono che la questione debba essere affrontata nella riforma dell'imposta municipale unica” - ha ricordato l'On. Fedi nel suo intervento in aula.
“Avremmo preferito un ritiro di questo emendamento ma ne cogliamo l'urgenza. Un nostro emendamento è stato ritirato grazie ad un impegno del governo ad accogliere un ordine del giorno che fissa il quadro normativo per affrontare in maniera risolutiva la questione della equiparazione prima casa per i residenti all'estero.
Credo sia indispensabile in questa fase lavorare con le forze politiche e con il Governo per ottenere un impegno in vista della riforma complessiva della imposta municipale unica. Riteniamo l'emendamento insufficiente, non solo per affermare, nella riforma, il principio cardine dell'equiparazione a ‘abitazione principale’ per i residenti all'estero, ovviamente assente nella formulazione dell'emendamento Bueno, ma per evitare anche il rischio di rinviare un versamento a fronte di una riforma non ancora chiara nella sua impostazione complessiva.
La nostra astensione - ha sottolineato Fedi - riconosce il tema e l'urgenza di affrontarlo, impegna il Governo e le forze parlamentari a trovare risposta nel contesto della riforma”.
“L'emendamento inoltre, si rivolge ai Comuni che non hanno assunto la decisione di considerare direttamente adibita ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta dagli italiani all'estero dando per scontato che questa decisione abbia carattere permanente e che su questa materia non esistano già anche problemi interpretativi legati ad esempio alla residenza AIRE del possessore diversa dall'AIRE dove è dislocato l'immobile”.
“Per queste ragioni l'ordine del giorno del PD, sottoscritto dai deputati eletti all'estero, dal capogruppo Speranza e dal responsabile dell'organizzazione Zoggia, rappresenta un impegno preciso per affrontare complessivamente la materia dell'IMU sulla prima casa”.

martedì 11 giugno 2013

FEDI (PD): Proposta di legge per evitare gli indebiti sulla 14esima e interrogazione sulle procedure di esistenza in vita


Presentata una proposta di legge che si propone di eliminare una delle cause più ricorrenti di indebito sulle pensioni INPS per i residenti all’estero. La somma aggiuntiva, denominata anche quattordicesima, introdotta nel 2007 ed estesa anche ai residenti all’estero, rappresenta un elemento positivo nel panorama previdenziale italiano e riveste particolare importanza anche per i residenti all’estero e per le pensioni in regime internazionale.
Si tratta però – ricorda l’On. Marco Fedi – di una prestazione aggiuntiva legata al reddito e quindi condizionata anche al valore in euro dei redditi prodotti all’estero. In questo caso il reddito si modifica secondo le oscillazioni nei mercati valutari.
In questi anni – continua Fedi – la somma aggiuntiva, corrisposta a luglio, ha causato una sorta di “restituzione continuata” e situazioni debitorie nei confronti dell’INPS, causando confusione ed incertezza nei pensionati all’estero. Con la proposta che ho presentato insieme alla collega La Marca chiediamo che, nei casi in cui l’INPS non sia in possesso del valore aggiornato del reddito per l’anno in corso, incluso quello prodotto all’estero, proceda a corrispondere la somma aggiuntiva nella annualità successiva, a conguaglio. In questo modo si eliminerebbe una delle fondamentali ragioni per la formazione di indebiti.
Importante segnalare, inoltre, l’interrogazione a risposta scritta rivolta al Ministro del Lavoro e relativa alle procedure per l'accertamento dell'esistenza in vita nei casi di impedimento alla certificazione ordinaria, in conseguenza di incapacità alla firma oppure nei casi di degenza in strutture medico-sanitarie. In questi casi, non potendosi applicare le procedure di verifica ordinaria da parte di un testimone, la Citibank chiede di completare uno specifico modello, di colore verde, che prevede, per le persone incapaci o sottoposte a tutela, la certificazione da parte di un notaio della “conformità all'originale” della documentazione medico-sanitaria o legale da allegare al modulo stesso.
Tale nuova condizione – ricorda l’On. Marco Fedi nell’interrogazione – obbliga sempre il pensionato, o i suoi famigliari, ad effettuare un pagamento al notaio, o allo studio notarile, che oscilla tra i $50 e gli $80 dollari australiani.
Si chiede di adottare iniziative tese a evitare un costo inutile ai pensionati ed alle loro famiglie. Un costo per verificare una “conformità all'originale” che potrebbe essere certificata dagli stessi soggetti abilitati alla verifica dell’esistenza in vita.
Riteniamo indispensabile semplificare le procedure di accertamento dell’esistenza in vita, definendo i soggetti legali abilitati localmente, e riconosciuti in base alle disposizioni di legge nazionali ed internazionali, a svolgere direttamente la verifica di esistenza in vita e le certificazioni di natura medico-sanitaria e legale ad essa connesse, inclusa la conformità all’originale. Localmente un Giudice di Pace o un funzionario di polizia può certificare l’esistenza in vita e la conformità all’originale di documenti. Non si capisce per quale ragione la Citibank richieda che a farlo siano due soggetti distinti, uno dei quali richiede un pagamento a nostro avviso inutile.

On. Marco Fedi