giovedì 28 giugno 2007

Programma della visita in Tunisia


Nella mattinata di venerdì 29 giugno l'On. Fedi incontrerà la Società italiana di Assistenza per poi pranzare, presso il Circolo Italiano Tunisi, insieme ai rappresentanti delle associazioni italiane in Tunisia e ad alcune personalità istituzionali, culturali e imprenditoriali operanti nel Paese nordafricano. Nel pomeriggio l’On. Fedi incontrerà i docenti di lingua italiana e presenzierà alla premiazione degli studenti di italiano presso l’associazione Dante Alighieri. Al termine della manifestazione, sarà ospite dell’Ambasciatore d’Italia, S. E. Arturo Olivieri. Sabato 30 giugno l’On. Fedi visiterà la comunità meno abbiente di Radès, sempre nella capitale, e nel pomeriggio proseguirà nei suoi incontri con i connazionali italiani presenti in Tunisia. Infine, lunedì 2 luglio l’On. Fedi concluderà il suo soggiorno con un incontro presso la Camera di Commercio di Tunisi.

Considerazioni su anagrafe elettorale degli italiani all'estero, Partito Democratico e DPEF

In partenza per un breve soggiorno in Tunisia, dove incontrerà i connazionali italiani residenti nel Paese nordafricano, l’On. Marco Fedi, eletto nella circoscrizione estero, esprime alcune considerazioni in merito alla polemica, scoppiata in questi ultimi giorni, sulla discrepanza tra i dati AIRE e quelli dell’anagrafe consolare ai fini della composizione degli elenchi elettorali degli italiani all’estero. “È una questione nota a chi si è occupato di italiani all’estero negli ultimi anni”, dichiara il deputato eletto nelle file dell’Unione. “È anche noto che questo incrocio di dati porta eventualmente a cancellazioni indebite. D’altro canto è rischioso lasciare negli elenchi nominativi di persone decedute, oppure recapiti postali sbagliati per il voto per corrispondenza. Noi eletti all’estero – continua - siamo consapevoli delle difficoltà oggettive di tale situazione: la legge elettorale è materia del Viminale, i Comuni hanno competenza per l’aggiornamento dell’AIRE, e il Ministero degli Esteri è la parte di Pubblica Amministrazione che ha contatto diretto con elettori. Pertanto – prosegue Fedi – o si pensa a un intenso lavoro di riforma per riformare profondamente tutta la materia, creando un’apposita agenzia elettorale o affidando la gestione di questa partita elettorale interamente al MAE, oppure si deve rimettere in campo una soluzione già proposta in sede di discussione sulla legge che regola il voto all’estero, la 459/2001: quella di realizzare un apposito elenco elettorale per chi intenda avvalersi dell’opportunità di votare per corrispondenza per i candidati residenti fuori dall’Italia, mantenendo al contempo inalterata la possibilità di optare per il rientro in Italia per esercitare il proprio diritto di voto. Ma bisogna essere consapevoli – avverte il parlamentare – che anche questa seconda ipotesi riguardante l’elenco degli elettori avrà dei costi, dato che occorrerà ripetere l’operazione di informazione e comunicazione presso le nostre comunità che già sostenemmo allorquando entrò in vigore la legge ordinaria”. L’On. Fedi fa quindi una previsione: “Ho paura che in mancanza di una riforma vera, che non sia soltanto ritocchi tecnici sui tempi o sulle operazioni di scrutinio, ma che riguardi anche la collocazione dell’elenco degli elettori e la sua gestione, oppure di una riforma della legge elettorale che introduca l’elenco degli elettori nel quale ci si iscrive volontariamente, in assenza di una di queste due ipotesi, siamo destinati a continuare a lavorare nell’attuale condizione. Una situazione questa, con sistemi informatici non ancora completamente compatibili, e le risorse e il personale della rete consolare insufficienti, nella quale si deve continuare a fare del nostro meglio in condizioni difficili per tutti. Ciò non significa, come trapela da qualche dichiarazione, togliere legittimità alla rappresentanza politica parlamentare emersa dal voto del 9-10 aprile 2006 o dalle future consultazioni politiche”, sottolinea il deputato dell’Ulivo.
Quindi l’On. Fedi passa ad affrontare un’altra questione di attualità politica, la nascita del Partito Democratico, nell’ottica degli italiani all’estero. “Sulla costruzione del PD all’estero credo che i percorsi debbano essere analoghi a quelli che avvengono in Italia. In particolare, il prossimo 14 ottobre anche gli italiani all’estero dovranno poter esercitare il loro voto diretto per il segretario e per le liste di candidati, aperte e presentabili da chiunque, e iscriversi al PD. Inoltre, nel manifesto politico del PD ci dovrà essere un riferimento chiaro al grande patrimonio rappresentato dalle comunità italiane nel mondo, a partire dal quale il nuovo partito dovrà elaborare delle solide proposte di contenuto”.
In conclusione, il deputato diessino avanza alcune considerazioni in merito all’iniziativa degli eletti all’estero riguardo alle politiche economiche del Governo. “Noi parlamentari eletti all’estero tra le file dell’Unione – spiega Fedi – abbiamo presentato all’esecutivo una proposta da inserire nel DPEF. In questo testo si parte delle esigenze della rete consolare, sia per quanto concerne personale e risorse, che in vista di un esame approfondito di ipotesi di riforma. Nella nostra proposta si affronta poi il tema della riforma della legge sulla cittadinanza, in merito al quale chiediamo la ripresa dell’iter parlamentare. A tal proposito, il Governo deve fare chiarezza sui costi da addebitare al provvedimento attualmente fermo in Commissione Affari Costituzionali della Camera”. Il parlamentare di maggioranza insiste: “Ritengo che sia necessaria la massima trasparenza su questo punto. Da un lato, per far avanzare quel provvedimento che ricordo, tra i tanti positivi passi avanti, riapre anche i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana, e dall’altro, per prevedere risorse in Finanziaria al fine di sanare le situazioni pregresse, soprattutto in America Latina”. Inoltre, prosegue l’On. Fedi, “sulle questioni previdenziali abbiamo auspicato la ripresa del cammino di tante convenzioni bilaterali sia di sicurezza sociale che contro le doppie imposizioni fiscali, la riorganizzazione dell’Ufficio Rapporti e Convenzioni internazionali dell’INPS, un rapporto più forte con i patronati, la ulteriore accelerazione del processo di informatizzazione, la proposta di sanatoria degli indebiti pensionistici Inps e l’assegno di solidarietà”. Non manca un accenno ai diritti dei lavoratori, in merito al quale “crediamo – dice il deputato eletto all’estero – che debba essere superata l’attuale situazione che esclude circa 1200 lavoratori del Ministero degli Esteri dalla partecipazione alla elezione delle rappresentanze sindacali, e a ciò uniamo l’impegno per una riforma delle attuali condizioni di lavoro”. Riguardo al tema della scuola, e in particolare sulla questione dell’insegnamento di lingua e cultura italiane all’estero, nel testo proposto per il DPEF è ribadita “la necessità di una riforma che tenga conto delle diverse realtà esistenti. È utile – chiarisce Fedi - partire dai Piano-Paese per arrivare a una proposta complessiva che risponda al bisogno di modernità di questo settore”. “Credo – conclude il parlamentare – che su tutti questi temi sarebbe importante un confronto con i sindacati, con le forze sociali in generale e con le amministrazioni dello Stato, per poi passare a una ulteriore riflessione tra i parlamentari eletti all’estero in vista delle proposte da presentare per la Finanziaria”.
28 giugno 2007

martedì 26 giugno 2007

Sulla situazione attuale della Turchia e sulla sua richiesta di ingresso nell'Unione Europea

Nella riunione del 20 giugno 2007 della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, nell’ambito di un’indagine conoscitiva sulla politica estera dell’Unione Europea, è stato ascoltato l’Ambasciatore d’Italia in Turchia Carlo Marsili. Di seguito l’intervento dell’On. Fedi e la replica ai quesiti da lui posti dell’Ambasciatore Marsili.
Marco Fedi:
Signor presidente, ringrazio l’Ambasciatore Marsili per la completezza della sua relazione, e vorrei ringraziare tutti gli ambasciatori attualmente impegnati in una sorta di negoziato permanente in diverse parti del mondo, quindi anche la Farnesina, per l’impegno e l’azione internazionale del nostro Paese improntata ad un senso di responsabilità che non ha eguali, in un’azione coerente e multilaterale di impegno internazionale verso la democrazia, la stabilità e la cooperazione.
È stato ricordato come l’ingresso della Turchia nell’Unione europea sia stato appoggiato con convinzione dal nostro Governo e da quelli precedenti e come questa continuità nella politica estera in rapporto all’ingresso della Turchia nell’Unione europea si riveli importante. Contemporaneamente, occorre perseguire una logica forte, in cui Italia e l’Europa si pongano la questione della crescita democratica di ogni Paese, particolarmente dei Paesi che si accingono ad entrare nell’Unione europea, ma anche di quelli che già ne fanno parte.
Occorre dunque sostenere la tesi che si cresce insieme, laddove le grandi questioni del nostro tempo, quali la piena libertà di espressione e l’abolizione della pena di morte, riguardano tutti i Paesi, perché riguardano l’umanità. La questione curda, le relazioni con Cipro e con l’Armenia sono elementi di criticità rispetto ai quali il nostro Paese e l’Unione europea debbono porsi come sostegno e supporto verso una soluzione di stabilità, di dialogo e di crescita per tutta l’area geopolitica. Vorrei chiederle, dunque, quale sia il dibattito politico in corso, in vista delle elezioni anticipate, fissate per il 22 luglio, e quali le iniziative in grado di legare ancor più profondamente, non solo a livello di interscambio economico e commerciale, ma anche culturalmente, l’Italia e la Turchia, individuando percorsi per superare gli elementi di incertezza che sembrano prevalere nell’opinione pubblica dei Paesi europei che ancora considerano una minaccia l’ingresso della Turchia nella casa comune europea.
La ripresa del cammino verso la Costituzione europea ha bisogno anche di superare queste preoccupazioni e queste paure, e ritengo che tale profilo culturale, politico e sociale della nuova Europa meriti questa attenzione da parte del nostro Paese.
Carlo Marsili:
Per quanto riguarda il quesito posto dall’onorevole Fedi sulle relazioni con l’Armenia e la questione curda, mi preme sottolineare che in questo momento non esistono rapporti diplomatici tra Turchia e Armenia. Gli unici contatti sono costituiti dai voli che collegano Istanbul e Yerevan due o tre volte a settimana, garantiti da una compagnia privata turca.
Il problema con l’Armenia è legato alla questione del riconoscimento del cosiddetto «genocidio armeno» da parte della Turchia. La Turchia non accetta di riconoscerlo, in quanto sostiene che i massacri avvenuti nel 1915 non possono assumere la connotazione di genocidio, perché secondo i turchi non fu dato ordine dall’autorità centrale, quindi dal sultano, di sterminare gli armeni in quanto tali. In più, era in atto la guerra, gli armeni si erano alleati con i russi e in questi massacri ci sono state parecchie perdite tra coloro che combattevano contro gli armeni, prevalentemente curdi. Ritengono, quindi, che non si possa parlare di genocidio e hanno proposto l’istituzione di una commissione di storici sotto l’egida delle Nazioni Unite, per approfondire il problema consentendo l’apertura degli archivi, anche militari, sia dell’Impero ottomano sia successivi. L’Armenia non accetta questo, in quanto sostiene che il genocidio è un dato di fatto che non necessita di verifiche da parte di storici o di accademici.
Nessuno dei due Paesi si è mosso per un tentativo di compromesso, per cui le relazioni tra gli stessi sono bloccate.
L’Armenia, inoltre, non ha ufficialmente riconosciuto il trattato in base al quale il confine tra l’ex Repubblica sovietica, l’Armenia e la Turchia è un confine di Stato, in quanto avanza rivendicazioni sul monte Ararat, che invece è incluso nella provincia di Kars, in Turchia. Anche questo rappresenta un punto delicato, che non ha trovato in questo momento un’adeguata risposta.
Ritengo che le relazioni tra i due Paesi siano destinate a progredire, perché l’Armenia è in una situazione molto difficile, in quanto non ha nessuno sbocco sull’esterno, se non attraverso la Turchia. Dovrà quindi essere individuata una soluzione di compromesso.
Per quanto riguarda la questione del PKK, c’è stata un’allarmante ripresa di attentati terroristici in Turchia in questi ultimi mesi, per cui quasi ogni giorno i convogli militari turchi nelle province orientali sono vittime di mine con numerose perdite, tanto che i militari turchi hanno manifestato l’intenzione di colpire i santuari che si trovano nella provincia del Kurdistan iracheno, da cui provengono gli attacchi, anche se ci sono forze rivoltose anche all’interno della Turchia.
Il Governo finora si è dichiarato contrario, e quindi non si è verificato questo sconfinamento, che peraltro non si può escludere perché, se la situazione dovesse rimanere invariata, è possibile che la Turchia decida di entrare in territorio iracheno, colpire questi santuari e ritirarsi. Questa è una possibilità più volte manifestata. Truppe turche si trovano già nell’Iraq del nord, ma si tratta di circa sette-ottocento uomini con il ruolo di osservatori e di controllori, che non svolgono azioni militari.
Per quanto riguarda gli osservatori del Consiglio europeo per le elezioni del 22 luglio, ritengo che il Governo turco non ne sia entusiasta e si limiti a prenderne atto. Non so quanti saranno, quali saranno esattamente le loro funzioni, dove verranno dislocati, perché non abbiamo un’informativa precisa in proposito. Ritengo comunque che la presenza di osservatori non abbia un’influenza decisiva.

Sulla moratoria della pena di morte

Nella riunione del 14 giugno 2007 della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, Marco Fedi è intervenuto nella discussione sulla proposta italiana di moratoria universale della pena di morte.
Al centro del dibattito la risoluzione, che ha per primo firmatario il deputato Sergio D’Elia (Rnp), la quale ribadisce il mandato al Governo italiano “a procedere con la massima urgenza e senza altri rinvii alla presentazione della Risoluzione pro moratoria all'Assemblea generale attualmente in corso, non essendo accettabile che, dopo un decennio di ostracismi, si impedisca ancora una volta (sotto forma di «rinvio») alle Nazioni Unite, dove è indiscutibilmente maggioritaria la posizione pro moratoria, di votarla e così manifestarla”. Alcuni deputati, tra cui lo stesso D’Elia e Mantovani (Prc), hanno insistito per procedere subito nel presentare la risoluzione, anche senza aver ottenuto il formale via libera di tutti i Paesi Ue.
Nel suo intervento, dopo aver segnalato il suo apprezzamento per il percorso finora seguito dal Governo italiano, l’on. Fedi ha sottolineato invece come il consenso dei ventisette Stati membri dell'Unione europea rappresenterebbe un ulteriore successo, in gradi di consolidare la proposta italiana in sede di Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il deputato dell’Ulivo si è dichiarato comunque favorevole alla risoluzione in esame in Commissione, e ha auspicato la sua unanime approvazione, che costituirebbe un significativo segnale. A tal fine l’on. Fedi ha invitato il primo firmatario a valutare l'ipotesi prospettata di uno slittamento del voto. Successivamente, ha fatto notare al deputato Rivolta (Forza Italia) come il sostegno europeo sia comunque decisivo per accrescere le possibilità di approvazione della proposta italiana in seno all'Assemblea generale dell'ONU. A tale proposito l’on. Fedi ha ricordato come altri atti di indirizzo già, peraltro, impegnino il Governo ad andare avanti in ogni caso. Da cofirmatario della risoluzione, egli ha concluso facendo tuttavia presente come sarebbe opportuno un supplemento di riflessione, ove da parte europea venisse la proposta di un rinvio al mese di settembre.

Risolto il problema della documentazione per il riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis

La segreteria dei deputati Marco Fedi e Gino Bucchino comunica che, con Circolare n. 32 del 13 giugno 2007, il Ministero dell’Interno, dando seguito ad un ordine del giorno accolto dal Governo nella seduta del 16 maggio, ha stabilito che la ricevuta della dichiarazione di presenza, che ha sostituito il permesso di soggiorno, costituisce titolo utile ai fini dell’iscrizione anagrafica di coloro i quali intendono avviare in Italia la procedura per il riconoscimento della cittadinanza “jure sanguinis” in relazione a quanto disposto con la circolare del Ministero dell’Interno n. 29/2002.
La soppressione del permesso di soggiorno per visite, affari, turismo e studio non pregiudicherà quindi la possibilità dei discendenti di cittadini italiani di avviare in Italia, come previsto dalla precedente normativa, la procedura per il riconoscimento della cittadinanza “jure sanguinis”, così come disposto dalla circolare n. 29/2002 del Ministero dell’Interno.
Come si ricorderà la Legge n. 68 del 28 maggio 2007, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 126 del 1° giugno 2007, recante “Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio”, all’art. 1 prevede che per soggiorni inferiori a tre mesi non è più richiesto agli stranieri il permesso di soggiorno ma è invece necessaria una dichiarazione di presenza.
Gli stranieri che non provengono da Paesi dall’area di Shengen formulano tale dichiarazione di presenza all’Autorità di frontiera al momento dell’ingresso; mentre gli stranieri che provengono dall’area di Shengen dichiarano la propria presenza al Questore, entro otto giorni dall’ingresso.
Quindi dal 2 giugno 2007 non è più richiesto agli stranieri che entrano in Italia il permesso di soggiorno se si intende rimanere al massimo tre mesi per visite, affari, turismo e studio. Ciò ovviamente non significa che si possono varcare liberamente le frontiere dell’Italia: rimane comunque indispensabile un visto di ingresso (a meno che l’Italia non abbia stipulato accordi bilaterali con il Paese di origine dello straniero).
Tale importante e positiva novità che rende più semplice gli spostamenti delle persone nell’ambito dell’Unione Europea ed in Italia, aveva però creato dei dubbi interpretativi sui diritti di coloro i quali fino ad ora, grazie alla circolare del Ministero dell’Interno K.28.1 del 8.04.1991 (che prendendo atto dei ritardi delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero nel definire la pratiche di riconoscimento della cittadinanza “jure sanguinis” e della necessità di garantire la parità di trattamento dei soggetti interessati e di evitare agli stessi ulteriori disagi, velocizzando la procedura), potevano usufruire di un iter “agile” tramite l’ingresso in Italia con visto turistico, seguito dal rilascio del permesso di soggiorno e dall’iscrizione all’anagrafe e quindi dall’istanza per la cittadinanza e permesso per attesa cittadinanza.
Fino ad oggi, quindi, i soggetti che volevano vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, trasferendosi in Italia, dovevano:
- richiedere il permesso di soggiorno;
- richiedere l’iscrizione in anagrafe esibendo il permesso di soggiorno;
- soltanto dopo aver ottenuto l’iscrizione in anagrafe potevano presentare istanza al Sindaco del Comune di residenza per ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana.Di norma le Questure rilasciavano, in questi casi, un permesso di soggiorno di 90 giorni per motivi di turismo.
Con l’abolizione del permesso di soggiorno per turismo, necessario per ottenere il riconoscimento della cittadinanza, tale procedura sembrava non più percorribile perché senza permesso gli uffici comunali non possono procedere all’iscrizione anagrafica e dunque, in base alla normativa vigente, alla trattazione della richiesta di riconoscimento della cittadinanza “jure sanguinis”.
Su sollecitazione degli interventi del CGIE ed del lavoro dei Parlamentari eletti all’estero – che avevano presentato un apposito ordine del giorno, n. 9/2427/1 nella seduta n. 158 di mercoledì 16 maggio – il Ministero dell’Interno ha emanato la Circolare n. 32 del 13 giugno 2007, che stabilisce che la ricevuta della dichiarazione di presenza, che ha sostituito il permesso di soggiorno, costituisce titolo utile ai fini dell’iscrizione anagrafica di coloro i quali intendono avviare in Italia la procedura per il riconoscimento della cittadinanza “jure sanguinis” in relazione a quanto disposto con la circolare del Ministero dell’Interno n. 29/2002.
Tale dichiarazione deve essere considerata come l’adempimento che consente agli stranieri di soggiornare regolarmente in Italia per un periodo di tre mesi o per il minor periodo eventualmente stabilito nel visto d’ingresso.
25 giugno 2007

giovedì 21 giugno 2007

Positivo il primo incontro tra Inps e parlamentari eletti all'estero

“È molto positivo il fatto che finalmente i vertici dell’Inps e noi parlamentari eletti all’estero ci siamo incontrati”, afferma l’On. Marco Fedi. “Nel faccia a faccia dello scorso venerdì 15 giugno, al quale hanno preso parte anche i colleghi parlamentari Edoardo Pollastri e Mariza Bafile, sono emerse diverse valutazioni su una serie di questioni”, continua Fedi.
“In primis, si è discusso del nuove modalità di pagamento delle pensioni all’estero, che hanno causato non pochi disagi ai nostri connazionali fuori dall’Italia, al centro delle numerose prese di posizioni di questi ultimi giorni. Si è quindi parlato del lavoro svolto dall’Istituto, sia per quanto concerne le nuove procedure informatiche che per quanto riguarda il rapporto con i patronati”. Punti, questi ultimi, sui quali il deputato eletto nelle file dell’Unione esprime il suo consenso. “Informatizzazione e progetti collegati al patronato – sottolinea Fedi - come anche la nuove procedure di rilevazione dei redditi, sono decisivi passi avanti nel rapporto tra i cittadini italiani all’estero e Pubblica amministrazione”.
Non manca però qualche distinguo nelle parole del deputato di maggioranza: “Intendiamo sottolineare che da tutti i soggetti deve essere compiuto uno sforzo per coordinare più adeguatamente le iniziative messe in atto e per comunicare meglio i contenuti di quest’ultime. Solo così è possibile limitare al minimo i disservizi agli utenti in fasi, come questa, di cambiamenti strutturali. In tal senso – continua Fedi - abbiamo valutato positivamente la presa d’atto di alcune inefficienze da parte dei massimi vertici dell’Inps e l’impegno a rettificare ciò che richiede degli interventi migliorativi. Infatti, pur essendo consapevoli che ci si è trovati ad operare un cambiamento di ampia rilevanza, rimane il rammarico per il fatto di non aver lavorato prima insieme, in modo da poter evitare tanti di questi problemi”.
Il parlamentare annuncia poi che “per il futuro, tuttavia, a partire da questa riunione avremo appuntamenti regolari con i dirigenti dell’Istituto di previdenza, e faremo lo stesso con i patronati. Valuteremo nei prossimi incontri anche l’opportunità di fissare veri e propri momenti di approfondimento circa tutti i temi che riguardano la previdenza degli italiani all’estero”.
Riguardo invece all’attività parlamentare, Fedi conferma: “Seguiremo da vicino la discussione sulla riforma delle pensioni, e saranno al centro del nostro interesse anche la ripresa dell’esame di importanti provvedimenti di ratifica delle convenzioni bilaterali e, a partire del prossimo Dpef, la dotazione di maggiori risorse all’Inps per quanto riguarda l’ufficio Rapporti e relazioni internazionali”. Infine, riguardo alle sospensioni di prestazioni previdenziali legate al reddito per i pensionati che non hanno restituito la dichiarazione dei redditi negli anni scorsi, il deputato eletto all’estero ritiene che “si debba procedere sulla strada intrapresa, valutando anche la possibilità di sospendere tutte le pensioni in oggetto. Tra l’altro è tra queste che probabilmente si celano gli italiani all’estero ultracentenari, sui quali si è fatto polemica di recente”.
19 giugno 2007

"Bisogna accelerare sulle riforme per gli italiani all'estero"

Cittadinanza, riforma della 153/71, rete consolare, diritti sindacali, informazione. Queste le riforme che le comunità italiane all’estero attendono da troppo tempo. Per questo, è ora di accelerare i tempi. È quanto confermato da Marco Fedi, deputato dei Ds eletto in Australia, in questa intervista rilasciata a Frank Barbaro e pubblicata su Nuovo Paese, periodico da lui stesso diretto ad Adelaide.
Dopo un anno di attività parlamentare quali obiettivi sono stati raggiunti per gli italiani all’estero? In che misura, anche a proposito della riforma della 153/71, il Governo sta rispondendo alle attese delle comunità italiane all’estero e, soprattutto, sta rispondendo alle esigenze più generali del Paese?
Alla prima parte della domanda rispondo dicendo che abbiamo costruito alcuni percorsi di riforma, altri sono in costruzione. Cittadinanza, riforma della 153/71, rete consolare, diritti sindacali, informazione. Occorre accelerare i tempi. Ricordo che all’estero i nostri candidati hanno presentato delle proposte che non erano unicamente la conferma del programma politico che l’Unione presentava in Italia ma impegnavano il centrosinistra rispetto ad obiettivi da perseguire a favore delle comunità italiane nel mondo. Abbiamo svolto e stiamo svolgendo una coerente azione di sensibilizzazione per la ripresa delle iniziative bilaterali di tutela dei cittadini italiani nel mondo, di presentazione di richieste specifiche su aspetti nuovi come le detrazioni per carichi di famiglia o la certificazione sostitutiva al permesso di soggiorno breve, di monitoraggio degli effetti delle nuove normative e, contemporaneamente, di collegamento tra i grandi temi dell’umanità e la vita delle comunità italiane nel mondo ed il Parlamento italiano. Non mi sembra poco vista la limitatezza delle risorse di cui disponiamo. Sulla riforma della 153/71 il Governo ha fatto benissimo a promuovere un’ulteriore azione di approfondimento. La sostanza è che la promozione dell’insegnamento della lingua italiana nel mondo ha superato, nei fatti, i vincoli normativi ed è oggi uno strumento di arricchimento delle realtà culturali e sociali locali, di forte presenza della nostra lungua e della nostra cultura in quei Paesi – basti pensare all’Australia dove l’italiano è la lingua più diffusa dopo l’inglese, anche nelle scuole – ed è parte del sistema Italia all’estero, sia quando fa capo agli Istituti di Cultura che quando è affidata agli enti gestori. La riforma deve tener conto della molteplicità di realtà e soggetti, della necessità assoluta – che non può essere mascherata da false soluzioni – di superare l’assistenzialismo e puntare alla integrazione curriculare ed alla massima apertura e diffusione a livello scolastico ed universitario oltre che a moderni progetti di collegamento, formazione ed aggiornamento. Programmazione degli interventi in base ad un Piano Paese, sicurezza degli interventi e dei finanziamenti a fronte di una provata capacità tecnico-organizzativa degli enti. Le Direzioni Generali del Ministero degli Affari Esteri debbono armonizzare la propria azione e, ad esempio, la formazione, l’insegnamento diretto ed i progetti di rilevanza nazionale ed internazionale possono essere affidati, a livello ministeriale, ad un esame comune. Però acceleriamo il passo: ricordo che a Montecatini il CGIE approfondì e predispose successivamente un testo di riforma. Si tratta ora di trarre frutto da queste esperienze importanti. Sulle questioni generali credo si debba partire da una considerazione di fondo. Non ho mai avuto dubbi sulla necessità che la rappresentanza parlamentare dovesse superare una visione limitata del proprio ruolo e della propria azione. In aula ho fatto due interventi, entrambi su materie generali come la legge di bilancio e la fiducia a Prodi. E sono perfettamente cosciente che abbiamo davanti problemi di grande portata. Credo sia necessario mostrare sui grandi temi etici e sulle grandi scelte sociali lo stesso coraggio che abbiamo mostrato per quanto concerne le scelte economiche, la lotta all’evasione fiscale e le liberalizzazioni. Sulle riforme istituzionali e sulle modifiche alle regole elettorali il sistema politico è chiamato a rinnovare se stesso e credo che si debba partire proprio da questo impegno che deve trasparire dal lavoro della maggioranza e dell’opposizione. Anche qui occorre avere coraggio ed affrontare i nodi che riguardano le grandi trasformazioni che vengono proposte: a partire dalla collocazione istituzionale della rappresentanza eletta all’estero fino alle modifiche regolamentari o normative.
Recentemente, anche a seguito di tue dichiarazioni, traspare una visione diversa dell’esperienza parlamentare tra voi eletti all’estero. In che misura esistono divergenze tra voi?
Se il riferimento è a proposito dell’intervista con il Senatore Nino Randazzo apparsa su Il Globo di lunedì 4 giugno titolata "Randazzo attacca Fedi" e relativa ad una mia precedente intervista, desidero segnalare che, a scanso di equivoci o cattive interpretazioni, nella mia intervista ho anch’io espresso valutazioni positive sulla persona della Signora Amanda Vanstone, che assumerà il ruolo di Ambasciatore australiano a Roma, per le sue provate capacità ed esperienza, sostenendo però una tesi, che ovviamente è solo mia, e cioè che non prediligo le nomine politiche perchè i politici vanno eletti, ed è per questa ragione che rispondono agli elettori, i diplomatici sono nominati ed è per questa ragione che rispondono ai Governi. Tutto qui. Sulla questione della mia possibile departita dal gruppo de l’Ulivo confermo che le ragioni sono complesse. Anche ad un occhio miope o ad un orecchio distratto non sfuggirà il senso delle mie affermazioni. Credo si debba parlare chiaramente. Sono propenso ad affrontare i problemi e non a fare inutili polemiche tra noi. La stima reciproca ed il lavoro comune che abbiamo davanti lo impongono. Dobbiamo in questo momento dimostrare – in ogni passaggio – quindi anche a partire dal DPEF – che intendiamo far partire un programma condiviso di riforme. Ho sostenuto un anno fa che l’assenza di riferimenti agli italiani all’estero nel documento di programmazione economico-finanziaria non costituisse necessariamente un problema se, a partire dalla finanziaria, il Governo avesse dimostrato di avere le idee chiare sui percorsi di riforma. Sostengo ora la necessità di essere presenti in ogni passaggio strategico e di essere puntuali con le nostre richieste e di non perdere più tempo. Il lavoro che ciascuno di noi svolge è patrimonio di tutti. Non solo del centro-sinistra o del centro-destra ma di un’esperienza collettiva, di un’esperienza parlamentare che ancora deve dare i suoi frutti migliori. Non ho mai pensato di venir meno al mio mandato parlamentare ma di assolverlo, invece, pienamente. Come con il Cgie, d’altronde, le mie dimissioni hanno rappresentato una ragione in più per essere vicino a questo organismo di rappresentanza e per continuare a migliorare l’azione del Governo e delle Istituzioni".
6 giugno 2007