mercoledì 18 luglio 2012

L'Italiano intervista l'On. Marco Fedi


Marco Fedi, deputato PD eletto in Australia, è stato uno dei protagonisti dell’acceso dibattito che si è consumato nei giorni scorsi nell’Aula della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati e che ha visto, al centro delle polemiche, le procedure di rinnovo dei Comitati degli italiani all’estero (COMITES) e del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) che avrebbero dovuto svolgersi nel marzo 2009 e che sono state rinviate prima al 2010, poi al 2012 e attualmente al 2014.

On Fedi, in una sua intervista ha definito la nuova proroga di COMITES e CGIE “una pessima controriforma”. Può spiegarne il motivo?

Su Comites e Cgie sono state dette molte inesattezze. Il paragone con i Comuni, ad esempio, è una sciocchezza, non solo per il semplice fatto che i Comuni sono previsti dalla Costituzione, come i parlamentari della circoscrizione estero, ma perché i Comites hanno compiti e funzioni che non necessariamente richiedono un esercizio democratico imponente e costoso come il voto per corrispondenza. Mi spiego. Studiare la realtà locale, fornire un parere al Console, al Cgie, al Parlamento e al Governo, è compito di organismi consultivi, che in alcuni Paesi sono nominati. Denunciare problemi relativi alla qualità dei processi di integrazione e tutelare gli interessi dei cittadini italiani all’estero, richiede risorse per lo studio, l’approfondimento, la relazione di documenti. La democrazia elettiva in che misura ne migliora la qualità? La democrazia elettiva implica le grandi scelte di fondo, l’indirizzo politico, la destinazione di risorse. Il Comites non può fare nulla di tutto ciò. Non gestisce denaro pubblico. Poiché siamo arrivati al punto che il costo di una elezione è pari al totale di 16 anni di funzionamento dei Comites, che hanno una dotazione di bilancio ridottissima, mi chiedo: possiamo provare a pensare ad un nuovo metodo di elezione, meno costoso? La nomina consolare in alcuni Paesi ha funzionato. Ma è possibile avere altre forme di elezione, anche il voto elettronico, purché si dia comunque la possibilità di scelta, la opzione. Inoltre riducendo il numero degli iscritti all’elenco degli elettori, ricordiamo che questa è una delle proposte che abbiamo fatto come PD, con le modifiche alla 459 del 2001, avremmo già una riduzione sostanziale dei costi e quindi, tra la riduzione del numero di iscritti, il voto elettronico per chi opta e il voto per corrispondenza per gli iscritti che non optano per il voto elettronico, si ridurrebbero di molto i costi. Il Governo anziché limitarsi, come era suo compito e dovere, al rinvio per ragioni di cassa – motivazione già sufficiente per un rinvio poiché tra la dotazione di 7 milioni ed il preventivo di 21 milioni non vi era spazio per soluzioni contabili – ha ritenuto di inserire nel decreto anche delle “innovazioni” sul metodo di voto elettronico. Con un limite economico di 2 milioni di euro.
Il Senato ha modificato il decreto inserendo qualche accorgimento largamente insufficiente ed il recupero di 3.5 milioni di euro su scuola, assistenza e Comites. La controriforma è proprio qui. Quando in un decreto di rinvio per ragioni economiche il Governo inserisce anche punti concernenti il metodo di elezione, in questo caso il voto elettronico, si apre a modifiche di merito e comunque condiziona pesantemente la discussione di merito quando andremo ad affrontare la riforma. Un errore politico.

In Commissione, lo scorso 10 Luglio, ha manifestato forti perplessità sulla riduzione delle risorse disponibili nei competenti capitoli di bilancio, “tali da legittimare il sospetto di una loro diversa utilizzazione”. Può essere più chiaro?

Il sospetto è appunto che il voto elettronico sia stato introdotto, male e con scarsissime informazioni, al fine di utilizzare la dotazione di bilancio di 7 milioni di euro. In altre parole, se vi fosse stato unicamente un rinvio, la dotazione di spesa doveva essere prevista e trasferita anche per il 2014. Con l’introduzione del voto elettronico e di un limite di spesa di 2 milioni di euro, la Farnesina ha potuto utilizzare risorse bloccate. In che direzione? È parso di capire che inizialmente i conti non tornassero e poi si è arrivati a 3.5 milioni di euro. Ancora poco, insufficiente, dopo tre anni di tagli gravissimi. Almeno è un segnale in controtendenza che deve continuare legandolo alla spending review che la Farnesina, ad esempio, vorrebbe limitare. Il documento approvato dal Comitato sulla spending review, ad esempio, faceva delle proposte e raccomandazioni condivisibili delle quali si vede poca traccia nel provvedimento sulla rimodulazione della spesa all’esame del Senato.

Il disegno di legge approvato al Senato il 25 maggio 2011 e trasmesso alla Camera dei Deputati reca nuove disposizioni relative alla composizione e alle modalità di elezioni. Quale è la sua considerazione a riguardo? Lei ha inoltre parlato di modello inglese con la nomina del CGIE…

Ho parlato, a dire il vero, di modello anglosassone per i Comites. Si tratta infatti di comitati che, avendo compiti consultivi, nel paesi anglosassoni sono normalmente nominati e non eletti. Ripeto, se le elezioni non rappresentano un costo proibitivo per l’erario ed anche in rapporto a compiti e funzioni di questi organismi, la loro elezione diretta è sempre positiva. Meglio più democrazia che meno democrazia. Ma quando per eleggerli spendiamo 21 milioni di euro che non abbiamo, siamo poi in condizione di non poterli far funzionare poiché la dotazione di bilancio negli ultimi anni è passata da € 3.300.995 a1.356.356, mi pongo il problema di ripensare alle soluzioni fin qui adottate. Con le operazioni di rinnovo spenderemmo 6 volte la dotazione iniziale del 2008 e 16 volte quella del 2012, per amministrare zero. Il decreto di rinvio non offre una risposta soddisfacente per la semplice ragione che parla di un regolamento da adottare entro 6 mesi che dovrà “stabilire le modalità di votazione e scrutinio nei seggi costituiti presso la sede dell’ufficio consolare o, ove possibile, anche in altri locali predisposti dal comitato elettorale, tenuto conto del numero degli elettori, della loro dislocazione e della disponibilità di personale, anche mediante l’utilizzo di tecnologia informatica” ma che non potrà superare il tetto di spesa di 2 milioni di euro garantendo sicurezza, personalità e segretezza del voto. Ora dovremo capire se la norma lascia aperte possibilità del voto al seggio, se il seggio sarà organizzato con postazioni elettroniche o se tutto andrà online. In ogni caso, in attesa di capire cosa verrà fuori dai lavori di concertazione Esteri, Economia e Finanze e Innovazione tecnologica, dobbiamo tutti augurarci di non risultare cavie di un progetto fallimentare.

Crede che il ricorso a modalità di votazioni basate esclusivamente sull’impiego di tecnologie informatiche possa davvero soddisfare la riduzione dei costi e garantire la partecipazione attiva di tutti gli italiani residenti all’estero che manifestino un interesse all’esercizio del diritto di voto?

Certamente no. In Commissione Esteri avevamo proposto un emendamento che andava nella direzione più volte indicata di una preiscrizione all’elenco degli elettori e l’opzione che preveda il voto elettronico – quindi chi si iscrive con questa modalità pensa ovviamente di avere accesso ad una postazione informatica, ad internet e alla banda larga e alla trasmissione cifrata dei dati – o in alternativa il metodo del voto per corrispondenza.
Con questo sistema di voto avremmo una riduzione dei costi, utilizzeremmo un metodo misto ed avremmo garanzie per tutti. In Italia le esperienze incentrate su sistemi di elettronici di espressione del voto sono state numerose. A causa della mancanza di una normativa in materia, le sperimentazioni di voto elettronico non sono mai state condotte su larga scala. Il Governo dovrà convincerci della serietà della proposta e della sua realizzazione pratica, oltre che le garanzie costituzionali legate al voto.

Cosa pensa dell’ipotesi di ridurre il numero dei parlamentari eletti all’estero, soprattutto a fronte dell’elevato numero di cittadini residenti all’estero?

Il primo errore politico è di avere accettato di votare un emendamento che, introducendo il Senato Federale, creava le condizioni per fermare le modifiche costituzionali concordate tra le forze politiche che sostengono il Governo Monti. Il secondo errore politico è di aver accettato, quasi automaticamente, l’idea che il Senato Federale della Repubblica non sia luogo idoneo ad avere una rappresentanza dalla circoscrizione estero. Una camera federale, in tutto il mondo, è composta in maniera paritaria da tutti i soggetti territoriali. Grave errore politico e strategico non aver pensato che, sia nella qualità e quantità, anche la Circoscrizione estero poteva avervi un ruolo.
Mi rendo conto delle difficoltà politiche interne al gruppo del PDL ma solo dirle queste cose in aula poteva riscattare alcuni aspetti di quel voto.
Terzo errore non aver richiesto che, su un tema così delicato e complesso, vi fosse un approfondimento proprio legato alla esistenza, mantenimento o ripensamento o abrogazione della circoscrizione estero. In altre parole, se qualcuno pensa di abrogare, ridimensionare, ripensare, lo faccia a viso aperto e discutiamone serenamente. Sparire, o essere ridimensionati, senza discuterne, è la peggiore delle conclusioni della nostra esperienza parlamentare.
Sulla riduzione alla Camera, dopo una discussione che è stata lunga e complessa, e che ha riguardato anche il tema del costo complessivo della politica, abbiamo raggiunto un accordo non facile e sul quale, eventualmente, eravamo anche pronti ad una presa di posizione bipartisan.
Meno male che i Senatori che hanno votato a favore del Senato Federale, e quindi per la conseguente abolizione dei 6 senatori eletti all’estero, non hanno dichiarato di averlo fatto per far decadere l’impalcatura complessiva delle riforme e quindi confermare 12 e 6! Sarebbe stato divertente.

Come giudica l’atteggiamento che il Governo sta mostrando verso il tema degli italiani all’estero e delle rispettive rappresentanze?

Ritengo che a fronte di un ampio sostegno parlamentare, con l’atteggiamento assolutamente costruttivo assunto dalla rappresentanza eletta all’estero in relazione alle riforme, alcune durissime per l’impatto che hanno avuto anche per i residenti all’estero, basti citare pensioni ed IMU, dopo tre anni di tagli continui ai capitoli degli italiani all’estero attuati dal Governo Berlusconi, il Governo Monti avrebbe potuto ascoltare di più e fare meglio. Sulla spending review ci attendiamo risultati concreti. Vorremmo vedere una ripresa della discussione sulle Convenzioni bilaterali, sul sistema di pagamento delle pensioni all’estero e sulla verifica dell’esistenza in vita, questioni sulle quali non vi è problema di costi ma di gestione e coordinamento. Anche il Parlamento però deve lavorare con maggiore impegno sui temi degli italiani nel mondo. Non basta sollecitare il Governo a maggiore impegno ed attenzione quando il Senato della Repubblica vota con zero dibattito e zero confronto un emendamento che realizza un Senato Federale dal quale risulta escluso un pezzo significativo della nostra storia d’Italia: l’emigrazione.

Lucia Abballe, L'Italiano

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